EUGENIO CURIEL.
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Scritti. 1935-1945.
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Volume  1.
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Parte 2.
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1973. Editori riuniti Istituto Gramsci, ROMA.
A cura di Filippo Frassati.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Paolo Oliva per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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Parte seconda.
Per l'unit d'azione.
Rapporto alla direzione del PSI.
GIL.
Correnti e contrasti in seno al sindacato fascista.
Tendenze e aspirazioni della giovent intellettuale.
"Realizzazioni" del regime: i casoni.
Discussione sul sindacalismo.
Masse operaie e sindacato fascista.
Funzione rappresentativa della Camera dei fasci e delle corporazioni.
La funzione rivoluzionaria del sindacato.
La via da seguire.
E. Curiel a G. Faravelli.
E. Curiel a G. Faravelli.
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Parte terza.
San Vittore e Ventotene.
Lettere dal carcere di S. Vittore e da Ventotene.
Sul "manuale" di Bucharin 1.
Sul "manuale" di Bucharin 2.
Sulla storia del Risorgimento e dell'unit d'Italia.
Sul movimento nazionale sloveno nella Venezia Giulia.
Appunti di storia sindacale.
Note al testo.
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Fine indice.
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Parte seconda.
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Per l'unit d'azione.
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Rapporto alla direzione del PSI(153).
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15 maggio 1938.
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Premessa.
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Questo rapporto si propone di dare, in affrettata sintesi, un quadro del pensiero dei compagni da me conosciuti all'interno e, insieme, di dare qualche cenno prospettivo per un'azione futura.
Gli elementi che meglio ho conosciuti, sono in parte elementi della "vecchia guardia" ed in parte giovani, talvolta legati in qualche modo al vecchio Centro interno.
Ci sono tra essi elementi che ritengo di alto valore quali 1, elementi volenterosi seppure un po' scorati quali 2. Altri si possono ancora dire socialisti soltanto per il loro passato gi lontano e per la fervida fede antifascista, fede ormai svincolata da qualsiasi forma ideologica precisa. Questi sono prevalentemente gli elementi della "vecchia guardia" quali 3(154).
Riportare il pensiero di questi compagni significa riportare anche il pensiero dei numerosi elementi a loro collegati da vecchia consuetudine politica o da amicizia personale. E tra questi amici vi sono socialisti come repubblicani o antifascisti semplicemente liberali-democratici. Non si pu veramente dire dove finisce un pensiero socialista e dove si cominci a sfumare in una forma semplicistica di antifascismo.
L'ambiente chiuso, le discussioni che si conducono per anni tra le stesse persone, hanno indubbiamente abbassato il livello della coscienza politica marxista ed esaltato invece taluni valori tipicamente piccolo-borghesi (e non in senso spregiativo, quanto limitativo), perci vaghi, pi sentimentali che veramente scientifici (usiamo la parola scientifico nel senso di pensiero avente a sua base un'analisi marxista precisa ed approfondita), pi moraleggianti che sociali (e scusandoci di doverci ancora interpretare, intendiamo con questo la prevalenza dell'interesse individuale di fronte a quello proletario-classista).
Purtuttavia la presenza tra di essi di elementi, che come abbiamo detto riteniamo di alto valore,  garanzia inflessibile di fede antifascista e di sicure possibilit future.
Dopo queste premesse, necessarie per porre nella loro giusta luce le note successive e necessarie per quanto andremo dicendo nella seconda e terza parte di questo rapporto, entriamo nel vivo dell'argomento cercando di esporre il pensiero dei nostri compagni.
Il pensiero dei nostri compagni
Mostrare il pensiero dei nostri compagni sull'attuale congiuntura politica ed economica italiana significa vedere quali sono, a nostro avviso, le forze che determinano prevalentemente l'attuale linea politica del fascismo e insieme vedere quali sono le forze che, attualmente in misura limitatissima o potenzialmente in misura assai pi vasta, possono determinare i nuovi orientamenti e le nuove prospettive nella situazione italiana.
Noi non vogliamo fare una contabilit di queste forze esponendo prima i motivi reazionari e profascisti, quindi quelli progressivi ed antifascisti e non lo faremo perch riteniamo assurda l'idea di un'Italia in cui ad un blocco integro di fascisti si opponga un blocco pi o meno ibrido di antifascisti e la riteniamo assurda, cos come riteniamo assurda l'idea di un'Italia nella quale soltanto la repressione continua e spietata riesca a mantenere in piedi il regime fascista contro la volont unanime degli italiani.
Questi giudizi definitori sono comodi, ma astratti e irreali, noi ne faremo a meno e cercheremo il filo conduttore della nostra esposizione negli stessi problemi fondamentali della situazione italiana.
Ed il primo  indubbiamente quello dell'alleanza hitlero-mussoliniana e della conseguente permanente minaccia di guerra.
L'Asse e la minaccia permanente di una guerra di aggressione
La mobilitazione sempre pi vasta che oggi si estende a ben cinque classi (1911, 1912, 1916, 1917, 1918) cui si aggiungono contingenti di altre classi e specialisti di classi che vanno dal '94 al '17, cui si aggiungono ufficiali a partire dal 1892, la presenza reale degli agenti e delle truppe hitleriane in Italia, le voci che vengono continuamente fatte circolare dalla polizia e dai fascisti, l'invio continuato di truppe in Albania ed in Spagna, il concentramento di forti contingenti sulla frontiera jugoslava e francese, i continui viaggi di esperti e diplomatici nazisti in Italia: ecco le ragioni sufficienti per spiegare lo stato di ansiet e la sospensione pi o meno parziale di ogni attivit produttiva.
Come reagisce la nazione italiana di fronte a questa ormai esasperante situazione? Esiste un partito della guerra?
E di fronte a queste domande, consideratone il valore speciale che esse assumono in Italia e che andremo poi chiarendo, si pu rispondere che non esiste assolutamente un partito della guerra; si pu rispondere che l'enorme maggioranza della popolazione italiana, o per ragioni storiche o semplicemente per la riluttanza ad un'alleanza aggressiva,  contraria alla politica dell'Asse.
Noi potremmo affermare che effettivamente oggi ogni italiano si sente legato ad ogni altro italiano dall'odio alla guerra e soprattutto dall'odio ad una guerra generale condotta a fianco di alleati cos temibili quali i nazisti. E questo odio alla guerra, cui si accompagna la perfetta indifferenza alla provocazione sciovinistica antifrancese, si esprime abbastanza pubblicamente nelle frequenti discussioni, nei caff, nei circoli fascisti, nelle adunate domenicali.
Ma se ora noi vogliamo misurare il valore di questa opposizione latente alla politica imperialistica del fascismo, dobbiamo andare cauti. Cauti nel prevedere possibili manifestazioni, cauti nell'intenderne il vero valore politico.
E anzitutto una cosa  l'opposizione alla politica della guerra generale, un'altra cosa  l'opposizione al "colpo di mano" ed infine ben diversa ancora  l'opposizione al fascismo, che rende il regime responsabile conseguente della congiuntura nazionale ed internazionale attuale.
Noi possiamo infatti affermare colla massima sicurezza che nemmeno il vecchio gregario fascista, che nemmeno l'ufficiale di carriera, patriottardo e sciovinista, desiderano l'urto generale delle potenze europee: nemmeno essi seguono il fascismo in queste sue ultime e ineluttabili conseguenze. Ma d'altra parte non pochi sono coloro che guardano con qualche soddisfazione all'avventura fruttuosa, all'idea del ricatto su qualche Stato (la Jugoslavia, per esempio) che rechi molteplici "vantaggi" senza perdita alcuna e che risolva il "problema delle materie prime".
Ma, a parte la distinzione precedente, fatta pi che altro da sfumature, la grande limitazione a quanto abbiamo detto si trova nella profonda e nefasta influenza che il fascismo ha esercitato su tutti e alla quale non si sottraggono interamente gli stessi antifascisti dichiarati e pi o meno militanti.
E questa influenza fascista ha spezzato ogni sentimento di solidariet nazionale ed internazionale, ha ucciso ogni fede in una possibile convivenza pacifica dei popoli, ha vilipeso il rispetto ai trattati liberamente stipulati ed infine ha fatto dimenticare alle masse che compito dell'individuo  il lavoro pacifico sul quale si costruisce la nazione. E questo infinito scetticismo che si rivela pi o meno chiaramente, ma che uccide ogni possibile fiducia in un ideale, che deride il sacrificio dell'individuo proteso verso il benessere della comunit,  in fondo la pi profonda conquista del fascismo e ne sar probabilmente la pi amara eredit.
Ed allora quale pu essere il significato, il valore dell'universale odio alla guerra, quale pu essere il frutto di questa diffidenza e di questo odio alla Germania del nazismo?
Per misurare il significato di questo odio universale verso una guerra a fianco della Germania nazista e verso una guerra tout court, noi dobbiamo esaminarlo alla luce di due ben distinti criteri: del criterio del suo valore immediato e delle possibili conseguenze che esso pu esercitare oggi stesso sulla dittatura mussoliniana e alla luce del criterio del suo valore potenziale, nell'inevitabile precipitarsi di avvenimenti ai quali la dittatura mussoliniana non pu sottrarsi.
Oggi infatti non  possibile ritenere questo stato di opinione capace di un'efficace pressione sulla dittatura, anzitutto perch essa  in grado di reprimere facilmente ogni velleit di oppositori, ma soprattutto perch la nazione italiana ed alla sua testa la maggioranza del proletariato non sanno esattamente cosa volere. Il fascino delle democrazie  sensibilmente ridotto sotto il peso della propaganda fascista e sotto le poco convincenti dimostrazioni di anni. (Non si deve credere per che tutti accettino in blocco il giudizio fascista: lo accettano i giovani fascisti ed antifascisti, i vecchi antifascisti, delusi nelle loro speranze).
E la conseguenza di questo odio resta solo in un senso di scoramento generale, in uno scetticismo disperato sull'avvenire immediato.
Esso rende possibile qualche breve segno di opposizione, ma il significato di questi gesti isolati e sporadici, non sorretti dall'ambiente scettico e stanco, non si deve sopravvalutare: possono essere soltanto le testimonianze di uno stato d'animo, che si mostra anche nei numerosi suicidi tra i richiamati, che si mostra nel rilassamento della disciplina militare, ma che non credo possa oltrepassare questi limiti. Esso si esaurisce nei "sentito dire" sulla monarchia e lo stato maggiore, si culla nella speranza di un colpo di testa di Mussolini, provoca ondate di ottimismo ingiustificabili (nell'ultima settimana buona parte della gente era convinta che la guerra non si sarebbe fatta).
La specifica opposizione all'alleanza hitlero-mussoliniana non  destinata ad avere alcuna efficacia immediata perch nonostante le varie speranze nutrite dalle democrazie occidentali, essa pi che dai comuni interessi  garantita dalla presenza concreta dei tedeschi in Italia e dalla loro presa di possesso dei gangli pi importanti dell'industria bellica e dell'organizzazione militare e poliziesca.
Ma se esaminiamo la situazione alla luce del secondo criterio, pi sopra enunciato, senza cadere in un esagerato ottimismo, possiamo considerare la situazione con serena fiducia.
E questo perch riteniamo che nuove forze progressive vadano maturando nella situazione attuale e precisamente le forze cattoliche che oggi stanno scendendo in campo in modo avverso al fascismo aggressore e razzista, la media e piccola borghesia commerciale e industriale, profondamente toccata da una crisi che  oggi veramente senza rimedio. Ed infine la forza dei giovani, per molti lati incognita, ma la cui trasformazione si comincia ad avvertire per diversi segni talvolta ancora equivoci (noto a questo proposito che esprimo opinioni personali, trincerandosi buona parte dei compagni nella "sanzione morale" alla giovent fascista).
Il problema cattolico
Ho chiamato forze progressive anche quelle cattoliche, perch indubbiamente  oggi necessario riconoscere che la stessa posizione della chiesa rappresenta qualcosa di progressivo nei confronti del fascismo. E come tale la chiesa sta assumendo un'influenza crescente nelle masse popolari e nelle masse della piccola borghesia pi o meno intellettuale.
Ma nell'esame del problema cattolico si pongono molti interrogativi. Fin dove esso si libera dalla posizione del clericalismo nero e profascista trattasi di un rinnovamento della posizione sociale del cattolicesimo o semplicemente del tentativo di separare le proprie responsabilit da una possibile catastrofe del fascismo?
Ma son questi problemi che possiamo lasciare al domani, poich  evidente che il Vaticano non si sar buttato, con giovanile impeto, nel movimento democratico, pacifista e antifascista; come  evidente che non si pu parlare del rinnovamento delle posizioni sociali e nemmeno di un ritorno alle vecchie posizioni, dell'immediato dopoguerra.
E li possiamo lasciare al domani perch il nostro compito non  di trattare con i centri dirigenti il movimento cattolico, il nostro compito  di aiutare, seguire il movimento periferico e di tenere un atteggiamento neutrale e di mnager quella che pu essere l'attivit centrale del Vaticano.
 GIL(155)
Dall'Opera nazionale balilla alla Giovent del littorio
Coll'Opera nazionale balilla, il fascismo aveva tentato di dare una soluzione al problema dell'educazione della giovent. L'Opera nazionale balilla, organo indipendente dal partito e posto sotto il controllo del ministero dell'educazione nazionale, permetteva al fascismo di controllare abbastanza da vicino i giovani delle scuole; i quali per una volta terminati gli obblighi scolastici sfuggivano in larga misura all'influenza politica del fascismo, trovandosi ormai di fronte ai pi concreti problemi della vita. Inoltre, l'azione dell'ONB si dimostrava insufficiente, anche durante il periodo scolastico specialmente nelle campagne, dove non riusciva a raggiungere il suo scopo di combattere la influenza cattolica sui giovani e di far penetrare per il loro tramite l'ideologia fascista nelle famiglie.
Di fronte a queste difficolt il fascismo ha creato la GIL che, posta alle dipendenze dirette del segretario del partito e appoggiata da tutte le altre organizzazioni fasciste, dovrebbe riuscire a mantenere la continuit del controllo politico ed organizzativo sulla giovent, dovrebbe inoltre combattere pi efficacemente l'organizzazione cattolica, valendosi del sostegno di tutte le autorit fasciste della provincia.
La GIL ha posto le premesse per l'ulteriore provvedimento emanato nell'ultima sessione del Gran Consiglio, sull'obbligatoriet della iscrizione di tutti i giovani italiani nelle organizzazioni giovanili fasciste. Ma si pu dire che con questo siano eliminate le ragioni che hanno condotto alla soppressione dell'ONB?
Nelle campagne la situazione resta pi o meno la stessa, anche se oggi gli istruttori della GIL possono trovare un pi largo appoggio da parte dei segretari del fascio e degli altri gerarchi locali. Come ai tempi dell'ONB l'attivit della GIL si limita, in generale, nelle campagne, alla raccolta dei fondi per le tessere e per le divise; come ai tempi dell'ONB questa azione trova ostili i contadini sostenuti dall'organizzazione cattolica.
Nelle citt si realizza meglio il legame tra l'azione di propaganda nella scuola e la preparazione premilitare e politica della giovent; il giovane resta effettivamente pi a contatto colle organizzazioni fasciste. Ma questo  sufficiente a mantenere la giovent nei limiti voluti dal regime?
Apprendistato e disoccupazione giovanile
Le condizioni particolarmente difficili dell'apprendista, il salario assolutamente irrisorio, la minaccia continua del licenziamento data la instabilit della sua posizione, la necessit in cui si trova di cambiare spesso mestiere iniziando apprendistati diversi, senza parlare del problema della disoccupazione particolarmente acuto tra i ragazzi che hanno finito le scuole elementari: questa situazione di difficolt economiche immediate e di prospettive ancora peggiori conduce il giovane alla lotta sindacale, nella quale esso assume spesso posizioni energiche.
D'altra parte, nello sforzo di mantenere legate a s le masse dei giovani operai, il regime deve servirsi di una larga demagogia sociale.
Il regime afferma di volere la giustizia sociale, afferma che  tempo di raccorciare le distanze e di fondare il "secolo della potenza del lavoro". Convinti di questi argomenti, i giovani intervengono, in camicia nera, nelle assemblee sindacali reclamando soddisfazione contro l'arbitrio padronale.
 recente l'assemblea di un sindacato metallurgico nella quale duecento apprendisti hanno presentato, con un'ammirevole compattezza ed energia, una serie di rivendicazioni economiche costringendo il gerarca sindacale ad intervenire presso l'industriale, affinch fossero accettate le richieste avanzate dai giovani operai. Questi giovani non erano dei "sovversivi" contro i quali il gerarca sindacale avrebbe potuto richiedere l'intervento della polizia e, forse, in un secondo tempo quello del tribunale speciale: essi erano dei giovani fascisti, i quali utilizzavano i mezzi che lo stesso regime aveva loro offerto colla propria demagogia, nella sicurezza che i molti ostacoli frapposti ne avrebbero impedito l'utilizzazione.
Lotta e repressione
Ma i giovani non si accontentano sempre delle possibilit legali offerte dal sindacato fascista: quando l'azione legale non  sufficiente a piegare la prepotenza padronale, essi non esitano a reclamare il diritto di sciopero, quale unica arma efficace contro l'arbitrio dei capitalisti. In molte assemblee sindacali questo diritto  stato sostenuto con una forza tale che i gerarchi sindacali, incapaci ad arginare la pressione di questi giovani, sono ricorsi alla stampa sindacale con articoli di minaccia contro il ritorno ai metodi classisti.
Un grande scandalo  scoppiato attorno all'atteggiamento classista dei giovani operai, e la stampa giovanile, su ordine di Starace,  intervenuta con violenza per condannare questi "eccessi", dichiarando che la vera giovent fascista non ha bisogno di certi strumenti di lotta che non fanno che turbare la vita della nazione.
Le lotte che gli apprendisti hanno sostenuto nelle organizzazioni sindacali, provocando le minacce e le repressioni del regime, hanno favorito in una certa misura lo spostamento di importanti masse di giovani su un terreno di opposizione al fascismo, hanno favorito la penetrazione della propaganda comunista.
Questo fatto  stato segnalato all'interno delle organizzazioni della GIL da una serie di misure gravissime contro un certo numero di avanguardisti che in alcune localit vennero pubblicamente degradati, perch considerati promotori di agitazioni antifasciste. Alcuni di questi vennero arrestati e deferiti al tribunale speciale.
Quale impressione pu aver fatto sui "camerati" di questi giovani il vedere espulsi dalle loro file e gettati in prigione coloro che essi consideravano naturalmente come i loro capi, coloro che li conducevano con coraggio ed intelligenza nella lotta per una vita migliore? Se il regime non pu affermare di aver realizzato l'educazione totalitaria della giovent sul piano della politica sociale, non pu nemmeno dichiararsi troppo soddisfatto dei risultati di tutti i suoi sforzi per preparare la giovent alla guerra.
Opposizione alla politica dell'Asse
Non sono stati i motivi "ideali" dell'intervento fascista in Spagna (che si riassumono nella crociata anticomunista) a determinare la partecipazione di tanti giovani all'impresa brigantesca del fascismo contro la repubblica spagnola. I cosidetti volontari dei primi tempi erano ingannati (domande di partenza per l'Abissinia che si trasformavano in partenze per "destinazione ignota" o spinti dalle condizioni di miseria terribile, dalla mancanza di un pezzo di pane, nel senso letterale della parola); mentre successivamente i giovani inviati in Spagna appartengono alle formazioni regolari dell'esercito, come  a tutti noto.
I due grandi avvenimenti di politica estera di quest'anno, lo Anschluss e la crisi cecoslovacca, hanno ancora mostrato al fascismo quanto siano malsicure le sue basi di massa tra i giovani. Numerosissime sono state le manifestazioni aperte della giovent contro la politica dell'Asse Berlino-Roma specialmente nei giorni dell'occupazione dell'Austria da parte delle truppe hitleriane.
A Y... gli allievi delle scuole medie hanno dimostrato contro la politica estera del fascismo, decidendo di venire a scuola per diversi giorni con una cravatta o un fiocco rosso ed incoraggiando i professori pi onesti e pi avanzati a commentare liberamente l'Anschluss, condannando il vassallaggio del regime fascista all'hitlerismo.
Nella stessa localit le giovani reclute hanno dimostrato all'interno delle caserme al grido di: abbasso Hitler! e al canto degli inni del risorgimento. Queste manifestazioni sono riuscite ad influenzare gli ufficiali pi giovani, i quali trovarono il modo di incoraggiare a loro volta i soldati pronunciando discorsi antihitleriani.
In quasi tutte le universit d'Italia delle manifestazioni di massa hanno avuto luogo contro la politica dell'Asse e contro la "capitolazione" di Mussolini di fronte al colpo di Hitler in Austria. All'Universit di Roma gli studenti hanno impedito a Virginio Gayda di fare la propria lezione di politica estera che avrebbe dovuto giustificare il voltafaccia del governo sul problema austriaco, gettando sul muso del gazzettiere ufficiale del regime gli articoli del Giornale di Italia, nei quali lo stesso Gayda aveva sostenuto fino a pochi giorni prima la necessit dell'indipendenza dell'Austria.
Per la venuta di Hitler in Italia, il governo e l'OVRA dimostrarono la propria preoccupazione rispetto all'atteggiamento delle masse giovanili, escludendo il GUF di Roma dalle manifestazioni ufficiali.
E infine nei giorni della crisi cecoslovacca, mentre Mussolini cercava di galvanizzare l'opinione pubblica attorno alla sua ideologia di guerra, i giovani partecipavano, in prima linea, alle manifestazioni di popolo al grido di: viva la pace!
Questi fatti dimostrano che le grandi manovre politiche del fascismo, o per dirla con parole pi appropriate, i voltafaccia impudenti della politica mussoliniana non solo disorientano la giovent italiana, ma in generale determinano in questa una resistenza pi o meno forte, pi o meno aperta alle posizioni ufficiali del governo e del partito.
I.V.
 Correnti e contrasti
in seno al sindacato fascista(156)
Contro la politica degli alti gerarchi
Le esigenze fondamentali che le masse operaie esprimono nella lotta per il pane e la libert, si ripercuotono necessariamente nel quadro gerarchico dei sindacati fascisti, ponendo problemi di fronte ai quali i dirigenti reagiscono in modo diverso, sostenendo soluzioni tanto meno reazionarie, quanto pi sono legati alle masse operaie, che pretendono di rappresentare, quanto pi gli operai sono riusciti a unire alle comuni rivendicazioni i quadri inferiori e medi del sindacato fascista.
Questa pressione delle masse nell'interno del sindacato suscita correnti che ne minano l'unit. Perch, evidentemente, compito del sindacato fascista nel quadro delle organizzazioni di massa del regime non  quello di sostenere le rivendicazioni operaie di fronte al grande capitalismo industriale e terriero:  quello di deviare il malcontento delle masse operaie, di impedire e di spezzare ogni agitazione che unisca, anche in modo elementare, categorie diverse di operai, favorendo, volta a volta, questa o quella categoria; gli operai di una provincia rispetto a quelli di un'altra tentando di porre gli operai dei piccoli centri rurali contro gli operai della citt ed infine ponendo problemi che sono apparentemente di pi ampia prospettiva allo scopo di deviare verso "conquiste" illusorie, demagogiche, intrinsecamente reazionarie, il malcontento delle masse.
In tal modo la lotta che le masse operaie sostengono nell'interno dei sindacati fascisti contro la politica di difesa capitalistica dei massimi gerarchi, crea dissidi tra il dirigente centrale ed i dirigenti periferici, suscita malcontento e delusione nei quadri pi legati alle masse operaie, o desiderosi di rafforzare il prestigio personale attraverso al prestigio dell'organizzazione: e finisce, cos, collo spezzare l'unit antioperaia e reazionaria del sindacalismo fascista.
Il problema dei salari
L'esigenza economica fondamentale delle masse operaie  oggi l'adeguamento del salario al costo della vita,  la revisione generale dei minimi fissati nei contratti collettivi. A questo aumento di salario il grande capitale e, per esso, la presidenza confederale  risolutamente opposta, ed ecco allora venire alla luce il salario corporativo o, meglio, la "rimunerazione corporativa", che non  altro che la vecchia idea del salario a compartecipazione, nota alle masse degli operai pi anziani per essere stata ventilata nell'immediato dopoguerra dalle organizzazioni capitalistiche(157). Esso consiste nell'abolizione del salario fisso e nella distribuzione agli operai di una quota degli utili alla fine dell'esercizio finanziario. La quota  calcolata sul profitto netto, che si ottiene detraendo dalle entrate le spese di esercizio, la quota di ammortamento del capitale e gli interessi del capitale. Cos il capitalista  al sicuro.
Questo bel sistema di strangolamento del salario operaio  stato lanciato come l'antidoto migliore contro l'ingiustizia del salario e, attraverso ad esso, la confederazione cerca di deviare il malcontento crescente contro il carovita, cerca di nascondere la politica che essa svolge nell'interesse del grande capitalista, mentre, sotto la formula demagogica della "fine del salariato" medita ulteriori riduzioni dei salari effettivi.
La difesa dei contratti collettivi
Legata alla rivendicazione dell'aumento dei salari e quasi base di questa,  la lotta che la classe operaia sostiene per il rispetto dei contratti collettivi, regolarmente stipulati, approvati e depositati, la lotta contro la pratica del compromesso nelle liquidazioni delle quote di salario non percepito e delle indennit di licenziamento non versate.
La legge esigerebbe in questi casi la multa al padrone ed il pagamento completo delle somme dovute all'operaio: la multa non viene mai applicata, le somme vengono generalmente ridotte alla met, ad un terzo colla complicit degli organismi sindacali superiori, i quali favoriscono il compromesso affermando l'impossibilit della ditta di pagare senza andare incontro al fallimento e sostenendo "l'interesse nazionale all'esistenza dell'industria e della ditta in questione". Le rivendicazioni e le vertenze proposte, anche, dagli organi periferici contro il sabotaggio dei contratti sono generalmente silurate dagli organismi centrali della confederazione.
Ma accanto alle rivendicazioni salariali di carattere essenziale, la classe operaia avanza altre esigenze alle quali corrispondono generalmente posizioni meno apertamente ostili nelle massime gerarchie sindacali. E ci perch, trattandosi di questioni laterali,  pi facile accontentare formalmente le masse operaie e dare cos lustro e prestigio all'organizzazione sindacale, bench anche in queste questioni, senza la vigilanza costante della classe operaia, si tenda poi al sabotaggio delle conquiste operaie. Sono questi i problemi dell'assistenza, del collocamento ed infine i problemi dell'apprendistato.
Il problema dell'assistenza  principalmente il problema delle casse mutue di malattia, il cui funzionamento  oggi pessimo e la cui politica di assistenza  contraria agli interessi della classe operaia. Questo  dovuto principalmente alla direzione paritetica di queste casse, direzione composta per met di rappresentanti (?) degli operai e per met di rappresentanti dei padroni. La rivendicazione delle masse  la libert di elezione dei propri rappresentanti e l'uniteticit della direzione, ossia direzione esclusivamente operaia.
La confederazione non pu assumere una posizione dichiaratamente reazionaria, anche perch essa maschera la sua politica generale come politica diretta all'elevamento della "coscienza corporativa" delle masse operaie, e perci all'attribuzione di funzioni sempre maggiori ai suoi cosidetti rappresentanti. La confederazione appoggia perci la rivendicazione della direzione operaia, sabotando, al contrario, le iniziative dirette ad eleggere liberamente i rappresentanti operai e a controllare il bilancio della cassa. La soluzione definitiva, sarebbe, nel pensiero della presidenza confederale, l'unificazione delle casse con direzione comune a Roma. Cos la confederazione appoggia formalmente le rivendicazioni operaie per la direzione unitetica, preoccupandosi di renderle vane col sottrarre praticamente le casse al controllo operaio e col mettere il denaro sociale a disposizione delle imprese di guerra del fascismo (analogamente a quanto succede per le assicurazioni sociali).
Un altro esempio caratteristico di questa politica demagogica  la "storia" del collocamento. Questa importante funzione sindacale  stata assegnata ai sindacati, sotto la pressione delle masse e dei piccoli dirigenti e col favore delle gerarchie superiori che vedevano in essa un mezzo per accrescere la loro forza. Implicita in questa rivendicazione era quella per la richiesta numerica e non individuale degli operai. La mozione per il passaggio del collocamento agli operai fu approvata, ormai quasi un anno fa, dal Comitato corporativo centrale. Questa mozione non  stata ancora resa esecutiva, perch la confederazione sta preparando un modello di punteggio di preferenze dirette a favorire i fascisti, i reduci ed i capi delle famiglie numerose (per i quali dovrebbero valere invece gli assegni familiari). In tal modo i vantaggi che la classe operaia si ripromette dal passaggio del collocamento ai sindacati, vantaggi quali la fine del favoritismo e delle raccomandazioni, verranno annullati se la confederazione riuscir a mettere in pratica il suo progetto.
Apprendistato
Un altro problema  infine allo studio della confederazione: il problema dell'apprendistato.
La situazione attuale nell'apprendistato  tale da danneggiare insieme gli interessi degli apprendisti e gli interessi degli operai: l'apprendista assunto ad un salario miserabile viene adibito a lavori che, invece di formarlo nella conoscenza del mestiere, lo mettono in concorrenza con gli operai adulti; al momento del suo legittimo passaggio ad operaio, egli viene spesso licenziato sotto un pretesto qualsiasi.
La soluzione che viene appoggiata dai quadri inferiori dei dirigenti sindacali e dalle masse operaie consisterebbe nel controllo rigoroso del lavoro cui vengono adibiti gli apprendisti, lavoro che deve condurre l'apprendista alla conoscenza del mestiere e non alla concorrenza con gli operai adulti.
La confederazione si limita invece a proporre il disciplinamento delle assunzioni degli apprendisti, limitandole ad una determinata percentuale del numero di operai occupati dell'industria in questione. Questa soluzione non pu produrre, in ultima analisi, che una disoccupazione maggiore degli apprendisti, senza eliminare le cause della concorrenza tra apprendista ed operaio.
Da questa lotta che le masse conducono nell'interno dei sindacati fascisti, dallo studio dei mezzi migliori per imbrigliare la pressione della classe operaia e dalla tendenza ad accrescere la forza e l'autonomia dell'organizzazione sindacale fascista, tendenza dovuta all'ambizione dei dirigenti massimi, sorgono problemi politici che mettono talvolta la confederazione stessa in attrito cogli altri organi del regime.
L'educazione della giovent
Il problema che maggiormente preoccupa la confederazione, come del resto preoccupa tutte le gerarchie del regime,  il problema della giovent, il problema dell'educazione fascista della giovent.
Tale problema riveste forme speciali per la confederazione, poich spesso la giovent operaia rappresenta la parte pi decisa e pi avanzata della classe operaia nella lotta sindacale. La demagogia fascista di cui la giovent  stata imbevuta nella scuola e nelle organizzazioni giovanili del regime, demagogia che essa non ha avuto ancora la possibilit di vagliare sul terreno pratico, la conducono a pretendere coraggiosamente la realizzazione delle promesse demagogiche, la applicazione rigorosa dei contratti, la portano ad applicare i mezzi di lotta pi decisi.  per questo che i sindacati cercano di evitare assemblee di apprendisti ed in genere assemblee di giovani: in queste assemblee i gerarchi sindacali si trovano spesso alle prese con elementi avanzati, che riesce loro difficile di frenare.
Il problema della confederazione  allora quello di "educare nei giovani la coscienza corporativa", educazione che secondo loro  scarsamente sviluppata nelle organizzazioni giovanili della GIL. La confederazione cercherebbe perci di formare organizzazioni di categoria nella stessa GIL ed, in generale, cercherebbe di arrogarsi il monopolio dell'educazione sindacale e professionale. In tal modo la confederazione si riprometterebbe di frenare gli entusiasmi "eccessivi" dei giovani ed insieme di rafforzare la posizione dell'organizzazione sindacale in seno al regime fascista.
Ma in queste sue aspirazioni la confederazione  ostacolata dal partito fascista ed in modo particolare da Starace. Secondo i gerarchi del partito fascista l'educazione della giovent  e deve restare esclusivo monopolio del partito e non sono tollerabili interferenze nemmeno da parte di altri organi del regime.
A questa ragione fondamentale di attrito si aggiungono altre contestazioni di competenza: la questione dell'assistenza agli operai, per esempio.
La Carta del lavoro attribuisce ai sindacati le funzioni assistenziali nei confronti delle masse operaie; il partito fascista reclama come sue queste funzioni, tanto pi che secondo il partito fascista le funzioni sindacali debbono esaurirsi al cancello dell'officina. Ecco sorgere allora le assistenti sociali stipendiate dai sindacati e le assistenti di fabbrica, stipendiate dalla confederazione degli industriali e dal partito fascista.
Sulla base di questi dissidi ed a causa dello sforzo che gli organismi sindacali fanno per mantenere in vita l'organizzazione e la loro potenza personale, si determina cos un conflitto latente tra partito fascista e sindacati fascisti.
L'hitlerizzazione del sindacato
Il motivo generale di questo conflitto  la tendenza diffusa nel partito fascista di hitlerizzare il sindacato, togliendogli le attribuzioni pi importanti, quali la discussione dei contratti, e rendendolo un semplice organo mutualistico ed assistenziale.
E nella lotta che le masse svolgono contro la politica di difesa capitalistica dei dirigenti massimi del sindacato, nella lotta che cova latente tra le posizioni hitlerizzanti del partito fascista e le mire autonomistiche ed egemoniche dei dirigenti sindacali, l'unit del sindacalismo fascista si spezza.
Nell'interno di esso, nei suoi quadri dirigenti, nel suo funzionariato si disegnano correnti di opposizione, cova il malcontento e la delusione.
E cos si forma nel sindacalismo una corrente di fronda, composta specialmente da vecchi funzionari sindacali, dal passato fascista e anche non fascista, sorretta talvolta da una nebulosa ideologia corridoniana o rossoniana.
Le posizioni che essa assume, dove non  stata ancora liquidata dalla corrente sindacale autarchica di Cianetti, sono posizioni progressive, anche se le manca la forza per esprimerle. Essa spera sia pure confusamente nella fine della politica autarchica dell'asse Berlino-Roma, che essa considera puramente accidentale.
Essa crede nella realizzazione delle promesse demagogiche del "duce", crede nella famosa seconda rivoluzione, la rivoluzione che deve fare del secolo ventesimo "il secolo della potenza del lavoro".
Attorno a questi sindacalisti di opposizione si raccolgono spesso i quadri inferiori e pi sani del sindacato, gli operai che prestano la loro opera gratuita nel sindacato fascista.
E sono proprio questi piccoli dirigenti, questi sindacalisti di opposizione che costituiscono talvolta per le masse un elemento di unione nella lotta per il pane e la libert.
A.B.
 Tendenze e aspirazioni
della giovent intellettuale(158)
La grande avventura: la guerra
Dopo aver ricordato la situazione in cui vengono a trovarsi moltissimi giovani che hanno conseguito una laurea o un diploma a prezzo di gravi sacrifici economici, il nostro giovane corrispondente enumera le prospettive che si offrono (o non si offrono) loro:
"Di libera professione non  il caso di parlare, se non per quei pochi giovani le cui risorse sono tali da assicurare la vita per gli anni di pratica.
"La massa si vede, dovunque, costretta alla ricerca di un impiego qualunque e siccome una relativa, seppure miserabile, tranquillit economica  offerta dalle carriere statali, percentuali sempre crescenti di giovani si riducono a pensare al posto di Stato come al posto ideale. Ma pochi riescono ad entrare nell'ingranaggio burocratico (i favoriti sono i giovani pi ricchi e meglio raccomandati) e, inoltre, non tutti si adattano alla servile routine della burocrazia fascista.
"Le masse dei giovani intellettuali si trovano cos abbandonate all'arbitrio padronale: essi non sono protetti in alcun modo di fronte allo svilimento progressivo dei titoli di studio (trecento lire al mese e meno), sono costretti ad accettare periodi di prova interminabili, spesso seguiti dal licenziamento appena dovrebbe presentarsi l'aumento di stipendio."
Ecco dunque dei giovani per i quali la vita si presenta come una avventura malcerta. La lotta contro le difficolt quotidiane dell'esistenza fa naufragare tutti i progetti di qualche respiro. Per molti, persino il matrimonio, la famiglia, anche nel quadro di una vita modesta, sono problemi insolubili. Che fare?
Lasciamo da parte per ora i rassegnati che, rinunciando ad ogni aspirazione e ambizione, si ingegnano di vivacchiare alla giornata, fanno a meno di pensare e, invecchiati anzitempo, si rifugiano nel pi demoralizzante conformismo. Non  detto che essi, ad una svolta importante degli avvenimenti, non tornino alla ribalta ritrovando le energie represse e soffocate per tanto tempo.
Tra gli altri che non vogliono rassegnarsi, che non vogliono rinunciare,  certo che molti, sotto l'influsso della propaganda fascista, si volgono verso le soluzioni pi disperate, verso la grande avventura della guerra.
Tra gli ufficiali arruolati nel corpo d'invasione della Spagna non mancano coloro che si sono offerti volontariamente - nell'aviazione, in artiglieria e anche in fanteria - con la speranza di passare nei ruoli effettivi dell'esercito e di affrettare la loro carriera o anche semplicemente per spezzare la cappa di piombo della miseria quotidiana.
Agire nella vita politica
Questo non vuol dire che essi siano favorevoli ad una guerra generale: la mobilitazione toglierebbe loro molte di quelle possibilit di carriera e di quei privilegi che invece offrono le avventure come la guerra etiopica o la guerra di Spagna. Il regime oggi pu servirsi di loro, ma non  detto che in una situazione critica, davanti alla minaccia di un crollo, possa contare fino in fondo sul loro appoggio.
Ma lasciamo la parola al nostro corrispondente:
"Questa situazione trova un'espressione politica nelle confuse ideologie che maturano in quei giovani intellettuali, pi sinceri e pi onesti, che cercano la ragione del momento politico presente, cercano una via d'uscita che non sia l'avventura disperata.
"L'abisso tra le promesse demagogiche del fascismo e la realt presente, la ricerca delle cause della "incapacit" del fascismo a realizzare i suoi "princpi", l'oppressione poliziesca che non si esercita solo sui "sovversivi", ma che attraverso alla censura ed alla delazione grava anche sui giovani, l'asse Roma-Berlino tanto palesemente contrario agli interessi primi della nazione da spingere i gerarchi fascisti a proclamarne la contingenza, ma che grava sempre pi sull'Italia, la delusione dell'Abissinia, l'assorbimento delle energie nazionali nell'avventura spagnola; tutto ci  motivo di disorientamento per questi giovani che si domandano se la funzione della nuova generazione fascista sia soltanto quella di rimanere imbavagliata a "credere, obbedire, combattere" agli ordini del regime.
"E da questo disorientamento la parte migliore della giovent intellettuale tenta di uscire lottando nelle forme pi diverse per la libert di espressione, per la libert di discussione. Essa cerca il mezzo di agire nella vita politica, di far sentire il suo peso nel partito fascista attraverso alle organizzazioni del regime".
Per la libert di discussione
" questa una lotta dura che finisce spesso nel rincrudimento della sorveglianza sui gruppi di giovani pi avanzati e pi coraggiosi. La politica del "largo ai giovani", attraverso alla quale il regime voleva attrarre a s queste nuove forze italiane,  fallita, perch la giovent non si accontentava di ricantare la canzone mussoliniana, ma poneva rivendicazioni, approfondiva la politica sociale e, spezzando la scorza demagogica, scopriva troppi altarini segreti e troppe losche connivenze col proposito di dare una base pi onesta e pi solida al "secolo del fascismo".
"Ma quali sono le basi ideologiche di questa aspirazione di tanti giovani intellettuali fascisti? cos' per loro il "secolo del fascismo"?  anzitutto ritorno alla libera discussione che significa effettivo ingresso delle forze giovanili nella vita politica, libert di discussione che significa partecipazione al comando e controllo, libert di discussione che significa lotta contro la camarille dei gerarchi e dei "cumulisti".
" proprio necessario che l'Italia debba mantenersi sempre sul piede di guerra,  proprio vero che le sue frontiere sono minacciate dalla "internazionale giudaico-massonico-comunista" o da altri?"
La guerra e la pace
Anche fra i giovani intellettuali fascisti si fa strada l'aspirazione alla pace, alla convivenza pacifica dei popoli nella comune volont di progresso economico e sociale.
E la politica dell'Asse causa di permanente agitazione guerrafondaia  profondamente odiata da questi giovani, che in essa vedono la confessione dell'inferiorit dell'Italia di fronte alla Germania, che vedono lo sfrontato intervento del nazismo nelle questioni interne del popolo italiano e pensano alla "minaccia" del blocco germanico sulle porte dell'Italia:
"Molti sono stanchi della solita cantilena della lotta anticomunista a spiegazione di continue imprese di aggressione del regime, sentono la vanit del pretesto specialmente dopo la "lotta anticomunista del Giappone" e pensano, in fondo, che  meglio lasciare ad ogni popolo, a cominciare dall'Italia stessa, le possibilit di una evoluzione sociale pacifica.
"Sul piano interno, sono spinti dalla situazione economica e dai postulati stessi della demagogia sociale del fascismo sulla via della lotta contro il grande capitale e vorrebbero che contro al grande capitale si sviluppasse, energica e definitiva, l'azione del partito e dei sindacati fascisti.
"Ma in questa posizione di fascisti scontenti, i giovani pi intelligenti non possono permanere. Prima o dopo, l'esperienza li porta naturalmente sul terreno dell'opposizione aperta al fascismo e fa crollare anche il mito mussoliniano".
Disorientamento, tentativi e ricerche
Date le condizioni in cui si vive in Italia,  inevitabile che a questo crollo succeda un periodo di grande disorientamento, di tentativi, di ricerche.
"Parecchi miei amici - continua il nostro corrispondente - ritengono che tutti i partiti politici abbiano dato una prova negativa di s: meglio vale ritenerli superati. Ed allora cadono in una concezione moralistica e ritengono efficace la sola azione individuale. Un'analisi classista della situazione  difficile e l'influenza dell'idealismo e di certo antifascismo intellettuale universitario li porta spesso a sottovalutare i problemi economici nell'analisi politica.
"Il marxismo  pochissimo conosciuto e spesso soltanto attraverso alla deformazione ed alla critica idealistica di Croce o di Gentile:  perci abbastanza di moda il ritenerlo uno sforzo rispettabile ma superato, buono per i rozzi tempi del "materialismo".
"Per molti giovani l'"andare verso il popolo"  spesso soltanto presumersi investiti dal "popolo" per l'azione politica, che deve essere a vantaggio del "popolo", ma che non pu essere condotta a buon porto che da intellettuali, pi o meno illuminati. Residui mazziniani, mazzinianesimo gentiliano dnno a queste correnti una certa base ideologica e conducono questi giovani a pensare al popolo come ad una entit astratta, dotata del "buon senso" dell'ignoranza, portatrice della saggezza nazionale, ma incapace di guidarsi da sola.
"Il fascismo stesso diventa per questi antifascisti disorientati un fenomeno storico, la cui base classista viene negata, un "qualcosa di superato" che ha significato per l'Italia la reazione, ma reazione necessaria a certi eccessi e a certe consuetudini deleterie della vita politica italiana. Ha significato la fine del parlamentarismo, considerato come fenomeno di degenerescenza della democrazia borghese; ma non ha segnato la fine della democrazia, che per questi giovani desiderosi, soprattutto, della libert d'informazione, di discussione e di stampa  l'ideale p alto, seppure non ancora del tutto purgato dei residui dell'ideologia fascista.
"Questi giovani non sono ancora molti, sono isolati, le loro idee sono imprecise e confuse, le loro aspirazioni non sono ancora esigenza e volont, molto dell'ideologia fascista traspare ancora dai loro discorsi (sottovalutazione dell'azione di massa, senso gerarchico dell'lite). Ma essi sono sinceri, essi vogliono e cercano di combattere per la libert, per l'affermazione della loro volont di pace e di benessere. Essi vogliono l'Italia libera e felice, essi vogliono la pace dei popoli ed il benessere delle masse popolari, che oscuramente sentono legato al loro benessere: e questa volont non  attinta soltanto nei libri, ma temprata da un'esperienza, s ristretta e condotta in forme specialissime, ma tuttavia vivace di lotte e di vicende."
C.D.
 "Realizzazioni" del regime: i casoni(159)
Padova, dicembre
Nelle campagne della Bassa padovana, dal terreno "magro" e acquitrinoso, nelle zone in cui la pianura digrada nella stagnante laguna, sorgono i cosidetti "casoni": casolari dalle mura di canne impastate di fango, dal tetto di paglia, coll'interno diviso in due o tre locali, senza impiantito, dove, assieme alle bestie, vivono nella pi desolante promiscuit le prolifiche famiglie dei contadini.
La pioggia passa facilmente attraverso al tetto e trasforma il terreno battuto in una pozzanghera, il contadino dorme nel letto riparato da un ombrello o da una tenda provvisoria. Il vento invernale fischia nella capanna ove soltanto accanto alle bestie i disgraziati abitatori trovano un po' di tepore. Le malattie sono numerose e tra gli abitanti dei casoni sono diffuse la tisi e la pellagra (che d'altronde sono in notevole aumento in tutto il Veneto).
I casoni della provincia di Padova (ve ne sono anche in provincia di Rovigo) sono circa 2.000: essi sono in genere propriet di latifondisti: signoroni padovani, opere pie e societ immobiliari; e vengono dati in affitto assieme a qualche campo (il campo padovano  meno di ? di ettaro), e spesso anche da soli o con un fondo di solo 1/2 o 3/4 di campo. La quota di affitto per un casone con mezzo campo padovano oscilla fra le 280 e le 350 lire annue.
Alcuni sono infine propriet del contadino povero, che li ha costruiti o li ha riscattati dal padrone a cui appartenevano.
Come su tutti i lavoratori italiani, anche su questi disgraziati contadini si esercita, duplice, la pressione fiscale dello Stato e l'oppressione del grande capitale.
Ultimamente infatti i proprietari dei casoni si sono visti imporre una tassa sul "fabbricato" che oscilla tra le 40 e le 60 lire annue.
Ma qualche episodio illustrer meglio la loro disgraziata situazione. Una famiglia di braccianti (madre con otto figli dai quattro ai ventidue anni) aveva in affitto un casone, che prese fuoco. Il padrone del casone riscuote il premio d'assicurazione, ma non ricostruisce la parte incendiata, continuando a pretendere, con l'aiuto del segretario del fascio, il canone di affitto completo.
Un bracciante, volontario d'Abissinia, teneva in affitto da una societ immobiliare milanese un casone in rovina, per il quale, coi 3/4 di campo annessi, doveva pagare 400 lire annue. L'amministratore della societ si accorda con lui per riparare il casone, purch egli paghi un contributo di 600 lire. Il bracciante sborsa la quota, utilizzando parte del premio di smobilitazione. Dopo avere atteso invano da due anni le riparazioni promesse, mentre viene obbligato a versare integralmente il canone annuo d'affitto, si ribella e minaccia l'amministratore; ma deve ben presto mettersi in pace perch il segretario del fascio lo minaccia del ritiro della tessera, con conseguente impossibilit di lavoro, perch "manesco e violento".
Questi non sono casi isolati: sono i metodi che correntemente vengono impiegati contro questi disgraziati contadini, sui quali si accaniscono i grandi proprietari, gli amministratori esosi e i dirigenti fascisti corrotti ed imposti al paese dalla cricca dei latifondisti.
Voglio ricordare infine una famiglia di tre giovani fratelli, dai 16 ai 25 anni, braccianti agricoli. Non potendo prendere in affitto una casetta, si sono costruiti un abituro di sole canne su un terreno incolto ai margini di un acquitrino. In questa capannuccia di otto metri quadrati, vivevano dormendo sullo strame e cuocendo la polenta su una specie di focolare di tipo preistorico. Furono sfrattati coll'aiuto delle autorit fasciste del paese, per le quali era uno "sconcio" che si vedesse dalla strada provinciale quella miserabile capanna.
Questa situazione dura da anni, aggravata dalle condizioni di miseria dei braccianti e degli affittuari; i vantaggi apportati dalle lotte del dopoguerra sono stati ben presto annullati e l'arbitrio dei grossi proprietari si esercita ora indisturbato. Le condizioni dei contadini peggiorano, per la diminuzione generale del prezzo dei prodotti agricoli, per la compressione dei salari, cui si deve aggiungere il duro servizio di interessi per i debiti contratti nelle annate cattive (nel 1926 specialmente) che il contadino non riesce generalmente a rimborsare, dati gli alti tassi dei prestiti. Ricordo a questo proposito un contadino che per il solo servizio d'interessi paga al padrone, dal 1926, una somma quasi uguale al canone d'affitto normale.
Ma i gerarchi del Padovano lasciavano correre e appoggiavano le richieste esose dei grossi proprietari, quando all'attuale segretario federale di Padova, minacciato nella sua posizione dall'impopolarit e dalle mene dei gerarchi rivali, venne in testa di rifarsi una nuova fama, lanciando la parola d'ordine: gi i casoni!(160).
La campagna iniziatasi circa due anni fa consisteva essenzialmente nel persuadere qualche latifondista a buttare gi qualche casone, nell'imporre a diversi piccoli proprietari dei mutui strozzineschi per la costruzione della casa colonica.
La massa dei contadini non ne sapeva niente. Parlando con essi, ci si sentiva chiedere perch le autorit ce l'avessero coi casoni, perch li volevano sfrattare.
Ai casoni corrispondono, come si  detto, fondi troppo esigui per costruire una casetta o meglio per permettere al padrone di rifarsi delle spese incontrate col canone d'affitto. Cos i proprietari pi "volenterosi" pensarono di sfrattare gli affittuari pi poveri e aggregare il terreno ad un fondo migliore. Inevitabilmente le spese di ogni "campagna fascista" finiscono per essere sostenute dai pi poveri e dai pi oppressi.
In tal modo con tutte queste vessazioni, si poterono bruciare 300 casoni e costruire circa 200 casette rurali. Cos alla venuta di Mussolini a Padova il segretario federale pot mostrare il "villaggio-tipo"...
La strombazzata campagna ha lasciato al loro posto circa 1700 casoni, ha aggravato le condizioni degli abitanti delle nuove case, ha buttato sul lastrico molte famiglie, ma ha dato lustro novello al federale di Padova, comm. Umberto Lovo.
 Discussione sul sindacalismo(161)
Il sindacato costituisce nel fascismo una di quelle istituzioni contraddittorie che caratterizzano un regime costretto a nascondere la propria fondamentale essenza capitalistica e antipopolare sotto la maschera demagogica del superamento del socialismo e del classismo.
Il sindacato ha rappresentato per il fascismo lo strumento necessario per spezzare, prima, l'unit del movimento operaio; ha rappresentato, dopo, lo strumento col quale il fascismo si  procurato una base di massa pi estesa di quella che era possibile avere attraverso l'organizzazione di partito. Il carattere demagogico e contraddittorio del sindacalismo fascista risulta nettamente anche da un'analisi sommaria della storia del movimento sindacale fascista e noi possiamo facilmente vedere come il sindacalismo non abbia mai rappresentato un principio attivo dell'ideologia fascista, un quid al cui sviluppo ed alla cui vitalit fosse legato l'interesse della dittatura fascista.
L'interesse della dittatura  stato, sempre, quello di spezzare ogni possibile azione economico-politica della classe operaia, non per sostituirvi una azione improntata da un'ideologia diversa, ma semplicemente per lasciare il campo libero al potere dispotico del grande capitale, industriale e terriero, e, di conseguenza, alle sue mire imperialistiche e aggressive.
Quali sono, infatti, le tappe essenziali del sindacato fascista?
Sorto in concorrenza alla Confederazione generale del lavoro, applica in quell'epoca tutti i metodi di lotta classici del sindacalismo classista. Si costituisce una parvenza di base ideologica colla Carta del lavoro e si organizza, sulle spoglie della vecchia confederazione, in Confederazione fascista dei lavoratori, riunendo frontalmente i lavoratori di tutte le categorie in un'unica organizzazione e mantenendo alcune forme del vecchio sindacato (delegati di officina, consigli di categoria, ecc.).
Passato il momento critico del 1928, assorbito l'impeto rivoluzionario delle masse operaie, comincia l'opera sistematica di svuotamento del sindacalismo. Si procede anzitutto al cosidetto "sbloccamento"(162) della Confederazione, organizzando anche formalmente la lotta contro l'unit della classe operaia italiana. Si eliminano tutti quegli elementi, con Rossoni alla testa, che rappresentavano in qualche modo un pericolo per l'unit antioperaia del movimento sindacale fascista e si procede alla costituzione delle corporazioni, diminuendo ulteriormente il gi scarso significato delle confederazioni: prevalenza, dunque, della cosiddetta struttura verticale.
Le corporazioni assumono sempre pi chiaramente il carattere di dittatura monopolistica dei trusts sulla produzione nazionale in vista della preparazione delle guerre di aggressione.
I residui dell'autonomia confederale, consacrata nella Carta del lavoro, vengono progressivamente annullati. Al posto di Clavenzani, uomo di secondo ordine, viene posto Cianetti, demagogo abile che ha appreso alla scuola di Rossoni le sottigliezze dell'azione antioperaia. Gli aumenti di salario, cui il fascismo  costretto dalla agitazione delle masse, sono attribuiti ad azioni munifiche e personali di Mussolini, nell'intento di svalutare nell'animo delle masse l'idea dell'azione "dal basso".
Ed infine, "mistica autarchica", sostituzione definitiva del concetto di potenza al concetto di "giustizia sociale" colla conseguente azione per l'hitlerizzazione delle organizzazioni operaie: e queste sono le ultime tappe della storia antioperaia del sindacalismo fascista.
Ma la condizione essenziale per il successo della lotta antioperaia  il mantenimento di un'estesa base di massa. A questo scopo il fascismo non ha lesinato, nei momenti pi difficili, le parole d'ordine demagogiche.
"Accorciare le distanze, combattere per una pi alta giustizia sociale", esaltazione retorica della "potenza del lavoro" ed, insieme a questo, il tentativo di sostituire, nella coscienza delle masse, alla azione autonoma della classe il benefico intervento "dall'alto".
Ma queste parole d'ordine, se riescono a mantenere l'influenza fascista e sindacale su strati notevoli e rappresentativi della classe operaia, avviano al tempo stesso la pressione delle masse verso le forme del sindacato fascista.
La lotta, che le masse non hanno mai cessato di svolgere per un livello migliore di vita, si ripercuote cos sui quadri sindacali e influenza quegli elementi del sindacato che, pi onesti e pi vicini alla classe operaia, cercano, perci, di fare delle direttive demagogiche una linea d'azione quotidiana.
In tal modo l'unit antioperaia del sindacato fascista, travagliata dalla contraddizione fra la politica capitalistica dei dirigenti e la pressione delle masse appoggiate dal funzionariato pi onesto, si spezza e il sindacato, strumento antioperaio della dittatura, acquista talvolta vita autonoma, contrastando i fini reazionari dei suoi capi.
Questa posizione contraddittoria del sindacato si  acuita specie dopo la guerra abissina, quando la classe operaia ha ritenuto giunto il momento di realizzare le promesse del regime: in quell'epoca il regime fascista svalut i successi ottenuti dalle masse attraverso i sindacati, attribuendosi totalmente il merito degli aumenti salariali. Ma questo non poteva essere che un rimedio provvisorio: il regime fascista, avviandosi verso forme sempre pi avanzate di dittatura aggressiva e di preparazione bellica non poteva tollerare possibili reazioni e movimenti nel seno stesso delle istituzioni fasciste.
Lanciando la parola d'ordine dell'autarchia e della subordinazione delle esigenze civili a quelle militari, il regime inizia, anche, la lotta per la hitlerizzazione del sindacato.
Ma questo sforzo non  riuscito sinora che parzialmente: la lotta contro il sindacato ha trovato, negli elementi pi onesti del sindacalismo fascista e nei quadri passati al fascismo dalla vecchia confederazione, un ostacolo importante. E il regime, attraverso a Cianetti, tenta di deviare l'opposizione, sostituendo ai fini concreti dell'azione sindacale dei motivi demagogici quali la lotta per il superamento del salariato (vecchia manovra del capitalismo pi abile), la lotta per la "coscienza corporativa" e per la rappresentativit armonica del sindacato nel quadro del regime.
Le correnti di opposizione non si sono rassegnate alla diversione dei gerarchi reazionari: esse sono sorrette spesso dalla nebulosa ideologia corridoniana dello stato sindacale, basato sulla democrazia nazionale, quale espressione delle masse lavoratrici.
E queste correnti contrarie allo strangolamento del sindacato sono riuscite a concretare una piattaforma politica, sia pure primordiale, basata essenzialmente sull'odio contro l'Asse (guidati in questo, anche, dai torbidi motivi dell'antigermanesimo corridoniano), sul desiderio diffuso di una politica di pace e sulla necessit di realizzare i postulati essenziali della democrazia sindacale.
Ecco come la lotta economica per il pane, anche inquadrata nelle forme reazionarie del sindacalismo capitalistico, condotta da una classe operaia, su cui si esercita, raffinata, l'opera di divisione del fascismo e la tempesta di menzogne della stampa, riesce, attraverso allo sforzo degli elementi pi avanzati, ad acquistare i caratteri di una lotta politica, le cui rivendicazioni esprimono abbastanza bene le esigenze delle masse popolari pi avanzate: lotta contro l'Asse e contro l'intervento in Spagna, politica di pace e democrazia sindacale.
Non  dunque politica riformista(163) quella che invita gli antifascisti alla lotta nell'interno del sindacato, quella che invita le masse popolari a sostenere i sindacalisti di questa opposizione.  invece politica concretamente progressiva che nella sua stessa posizione travolge ogni astratta distinzione di fronte riformista e di fronte rivoluzionario puro,  politica che mira attraverso l'opera quotidiana degli antifascisti pi conseguenti alla formazione ed, insieme, al controllo dei nuovi "capi" della classe operaia.
Ieri, ancora, certi antifascisti potevano pensare, ingannati dalla vernice demagogica, che il sindacato fosse organo vitale e principio attivo della politica fascista, potevano pensare che ogni possibile azione politica svolta nel sindacato fascista, si dovesse necessariamente contenere nella sfera del fascismo: oggi nel precipitarsi e perci nel chiarirsi della situazione, ci non  pi possibile: noi vediamo come una conseguente azione sindacale  una delle principali linee d'azione nella situazione presente,  uno dei doveri principali di un antifascista conseguente.
Bisogna appoggiare questi dirigenti sindacali di opposizione, bisogna trarre le conseguenze antifasciste dalla torbida ideologia corridoniana, bisogna incoraggiare i nostri amici ad interessarsi della azione sindacale, affinch ne sappiano divenire i capi e possano sorreggere l'azione spesso velleitaria dei dirigenti pi onesti.
In ogni citt, in ogni sindacato, ci sono questi sindacalisti corridoniani od ex-socialisti: essi hanno riunito attorno a s le simpatie operaie ed hanno talvolta rappresentato i nuclei di unione delle masse operaie, nella loro lotta per la pace e la libert.
Ed  per questo che io voglio richiamare l'attenzione degli antifascisti verso questi gruppi che costituiscono una base concreta per l'agitazione antifascista:  per questo che io ritengo fondamentali queste prospettive d'azione nel sindacato fascista(164).
Ecclesia
 Masse operaie e sindacato fascista(165)
Limitarsi a considerare il sindacato fascista alla stregua di uno dei tanti strumenti della propaganda fascista significa negarsi alla comprensione della specifica importanza che questa istituzione acquista nella presente situazione italiana, importanza tattica nel senso che non nell'ideologia che la informa risiede l'interesse che ci muove a considerarla, ma soltanto nel concreto dato che in essa accidentalmente si riunisce la classe operaia italiana.
Accidentalmente nel senso che il sindacato fascista non costituisce l'organizzazione di classe, l'organizzazione della classe operaia italiana: non lo costituisce perch il sindacato fascista non  formazione autonoma del proletariato, non  organizzazione attraverso alla quale esso si elevi gradualmente ai fini di classe, a fini generali.
Il sindacato fascista  anzi l'organizzazione di combattimento del regime attraverso alla quale il fascismo cerca di impedire ogni possibile approfondimento della coscienza classista del proletariato, ogni possibile superamento delle infinite barriere che esso stesso ha artificialmente create tra categoria e categoria, tra provincia e provincia.
Ma nelle attuali condizioni italiane, nella pratica impossibilit di una qualsiasi organizzazione autonoma di massa, il sindacato fascista resta il solo organismo basato su una distinzione classista della societ.
Si obbietter facilmente che tale distinzione  operata dal di fuori e non corrisponde alla forza stessa del proletariato, ma anche cos il sindacato resta la base pi importante per un'azione conseguentemente antifascista di massa, resta l'unica organizzazione attraverso alla quale sia possibile educare le masse operaie, o almeno quadri molto importanti, alla coscienza classista, agli obbiettivi rivoluzionari; e, ci che  decisivo,  l'unica organizzazione nella quale la classe operaia sia arrivata a manifestare, sia pur saltuariamente, la sua volont.
Obbiezione pi importante  quella che nega l'utilit di un'azione nei sindacati fascisti, poich essi sarebbero soltanto organizzazione di quadri, dalla quale la classe operaia si terrebbe lontana, sia per una ormai universalmente riconosciuta inefficienza del sindacalismo fascista, sia per una condanna morale che le masse pronuncerebbero a causa della marca fascista.
Evidentemente questa obbiezione  fondata su qualche esperienza concreta e non  tale da doversi respingere in blocco. Innegabilmente, le masse non si attendono ormai molto dal sindacato fascista, hanno provato per loro diretta esperienza la passivit dei sindacati di fronte alle richieste pi urgenti e sanno di quanta corruzione e malafede sia nido la casa dei sindacati.
Ma la funzione del sindacato fascista  insopprimibile e l'operaio licenziato va al sindacato fascista per farsi, sia pur debolmente, rappresentare nella liquidazione dell'indennit, va all'ufficio di collocamento (ormai passato definitivamente ai sindacati) per iscriversi sulle liste, va al sindacato per le assicurazioni sociali, per la mutualit, va al sindacato per protestare contro le pi flagranti inosservanze dei contratti collettivi. Spesso poi si trova riunito nelle assemblee di categoria ed ha modo di discutere coi compagni e coi piccoli funzionari le rivendicazioni pi immediate.
In definitiva, possiamo concludere che le poche espressioni di una lotta economica di classe del proletariato industriale italiano hanno luogo nell'ambiente sindacale fascista.
La psicologia della condanna morale del sindacato fascista poteva avere il suo peso ai primi tempi del totalitarismo, quando erano vivi ed attivi i quadri del sindacalismo libero, quando non era ancora spenta l'eco delle lotte rivoluzionarie del proletariato italiano, ma ormai oltre al distaccarsi nel tempo del ricordo del sindacalismo libero, bisogna tener conto dell'irrompere nella vita operaia delle masse giovanili.
Il ricordo dei tempi della libert sindacale sussiste, senz'altro, nelle masse dei lavoratori pi anziani, ma esso non impedisce ormai una partecipazione talvolta attiva alla vita sindacale fascista. L'operaio che va al sindacato sa spesso, specie se anziano, quanto limitate siano le sue possibilit, sa come Cianetti sia la volgare espressione della volont del grande capitale, ma ormai  legato spesso da vincoli di fiducia verso l'onest e la buona fede di qualche piccolo e medio funzionario sindacale, il quale ha talvolta costituito il nucleo polarizzatore di una campagna di rivendicazioni operaie.
Ed infine, le masse giovanili, le quali non hanno nella massima parte le possibilit di formulare questa condanna del sindacato fascista: esse costituiscono forse l'obbiettivo pi importante della lotta che vogliamo condurre nel sindacato fascista, costituiscono forse la pi sicura garanzia di uno sviluppo di questa nostra lotta e di un relativo successo.
Ci basta accennare alle frequenti lotte che gli apprendisti ed, in genere, gli operai giovani hanno svolto nei sindacati, conducendo con la loro pressione i funzionari sindacali ad assumere posizioni avanzate, a sostenere integralmente le rivendicazioni operaie, avanzando infine nelle assemblee di categoria la rivendicazione al diritto di sciopero ed al controllo dell'attivit dei fiduciari e dei funzionari sindacali.
Una delle ragioni di questa situazione si pu trovare nella stessa propaganda demagogica di cui il giovane  nutrito e di cui non ha ancora saggiato la menzogna. Eccolo perci reclamare, sicuro della sua posizione politica, vestito della camicia nera, ci che gli  dovuto e, pi ancora, ribellarsi alla costrizione fascista reclamando, il diritto allo sciopero di fronte alla reazione capitalistica e di fronte alla passivit sindacale.
Dunque, senza soffermarci in analisi teoriche sul valore da attribuire ai sindacati nell'attuale congiuntura politica, ci sembra agevole il concludere che il sindacato fascista rappresenta, oggi, in Italia il solo terreno sul quale il proletariato industriale conduce una lotta economica di classe, il solo terreno sul quale sono venuti talvolta alla luce i capi della nuova generazione, sul quale si sono sviluppati i principali nuclei di resistenza attiva alla politica antioperaia del regime.
D'altra parte, le obbiettive condizioni politiche rendono impossibile un reale successo di ogni tentativo rivolto alla creazione di un sindacato libero, che abbia qualche peso nei rapporti tra capitale e lavoro. Il tentativo che il gruppo di Rigola sta svolgendo allo scopo di creare un sindacato afascista, basato su una controversa interpretazione della legge sindacale,  destinato al fallimento ed, infatti, Rigola conduce oggi soltanto un'azione esterna al sindacato fascista, rivolta verso una riforma ed un approfondimento dei motivi sindacali. Questo tentativo  per minato dal compromesso cui il gruppo di Problemi  costretto ed infatti tutto lo sforzo di Rigola si esaurisce in una certa influenza su vecchi elementi della CGL lontani da ogni contatto con le nuove generazioni(166).
Noi non possiamo approvare questo atteggiamento, il quale, sterile sul piano politico, non fa che approfondire il distacco fra la generazione sconfitta del sindacalismo riformista e la nuova generazione.
Elementi che condotti con maggior oculatezza potrebbero essere ancora capiti dalle masse operaie, che potrebbero ancora riunire attorno a s la fiducia delle nuove generazioni, si isteriliscono seguendo i Problemi in una posizione ambigua per il compromesso col quale nell'ambiente fascista vorrebbero mantenere intatte le posizioni del sindacalismo riformista.
E perci riteniamo inutile e per molti lati dannosa l'esperienza rigoliana e indichiamo ancora nei sindacati fascisti, nei ranghi inferiori del sindacato il terreno su cui vegetano i resti della vita classista del proletariato italiano, il terreno cui perci deve tendere la nostra azione.
Le rivendicazioni immediate delle masse operaie
adeguamento salariale
rispetto contratti
mutualit ed assistenza
disoccupazione
apprendistato
lavoro maschile e femminile
fiduciari e democrazia sindacale
(da sviluppare)
Teoria e pratica della legalit sindacale
Abbiamo indicato le principali rivendicazioni sulle quali si riunisce, grosso modo, la classe operaia italiana, rivendicazioni immediate suggerite dalle condizioni obbiettive della situazione economica del proletariato. Come esse si inquadrino nella situazione generale e nelle prospettive di un'azione politica delle masse popolari,  problema che affronteremo in seguito. Ma compito pregiudiziale  lo studio dei mezzi che sono utilizzati o che potrebbero essere utilizzati dalle masse nell'esprimere e nel lottare per queste essenziali rivendicazioni.
La legislazione sindacale fascista, pur escludendo il fondamentale diritto allo sciopero, prevede tutta una serie di azioni operaie per la difesa dei loro diritti. Noi possiamo trovare nella teoria del sindacalismo fascista alcuni elementi essenziali di una democrazia sindacale: troviamo l'eleggibilit dei fiduciari, dei funzionari fino ai membri del Consiglio nazionale. La limitazione teorica  nella nomina per mezzo di decreto reale del presidente della confederazione.
Troviamo inoltre il diritto alla convocazione dell'assemblea sindacale su iniziativa degli iscritti, troviamo il consiglio degli esperti di categoria, l'eleggibilit dei consigli delle mutue, troviamo la commissioni paritetiche per le vertenze nelle qualifiche, abbiamo, oggi, l'organo tecnico paritetico per le vertenze dei cottimi.
Ma cosa sussiste praticamente di tutta questa legislazione? Tutta questa legislazione rimane sulla carta e la pratica  ben diversa. Le possibilit di un'azione operaia non vanno ricercate sulla base di questa teoria ma sulla base di una ben diversa situazione concreta e precisamente nello sforzo che la classe operaia pu condurre, senza porsi perci fuori della legge, per la effettiva conquista di questi diritti.
Le ragioni essenziali di questo divario fra teoria e pratica sono essenzialmente due: la prima e pi importante  nello stesso carattere del regime fascista che ha sempre giocato sulla frattura che esso stesso determina tra la legislazione e la pratica allo scopo di far naufragare nel disuso le garanzie che ancor rimanevano ad un'espressione di una volont popolare, senza perdere dei motivi demagogici coll'abrogarle direttamente. D'altra parte la propaganda fascista e la base iniziale del sindacato fascista, costituito dalle masse sconfitte ed inesperte del proletariato agricolo e dalle masse dei disoccupati industriali, hanno provocato, fin dai primi tempi, l'indifferenza verso i metodi legali ed il concetto di una giustizia munificente "dall'alto". La seconda ragione  che la grande ripresa di lotta del 1928-29 si  esaurita assolutamente al di fuori di ogni utilizzazione dei sindacati fascisti(167). Allora si sarebbe potuto con maggiore facilit arricchire il patrimonio delle masse operaie, tese ancora verso la lotta e coscienti della loro forza di classe, dell'esperienza dell'azione legale nei sindacati fascisti, in quel tempo duttili ed incapaci dell'abile opera di divisione che oggi conducono. Le masse operaie sono state sconfitte allora fuori dal sindacato fascista ed il sindacato ha potuto rapidamente cristallizzarsi e facile  stata l'azione fascista verso il suo strangolamento nelle corporazioni.
La situazione odierna porta dunque in s il peso di questo passato: ma non per questo sono cessate le possibilit di movimento della massa lavoratrice italiana. Anzi nei riguardi del settarismo la situazione  senz'altro migliorata. L'inutilit, la sterilit di una condanna morale del fascismo nella persona delle masse iscritte al partito fascista, condanna che investiva anche il basso funzionariato, spesso suo malgrado strumento della volont dei gerarchi antioperai, riesce sempre pi evidente per la pressione irresistibile delle nuove generazioni ed anche per l'azione antisettaria dei comunisti.
Cos, a mio avviso, il settarismo ed il vuoto che le masse operaie avevano fatto attorno al fascismo trionfante non  pi un ostacolo alla nostra azione: le possibilit di unione delle masse operaie sono aumentate, per l'aggravarsi stesso della situazione e per le recenti esperienze internazionali.
E se inversamente le possibilit legali sono diminuite per la reazione progrediente noi possiamo additare nella conquista delle forme legali, nel rispetto dei contratti stabiliti una delle forme primordiali di una azione di classe verso l'unione delle masse operaie.
Perci a mio avviso l'obbiezione che ho visto spesso sviluppata nella letteratura del Partito socialista italiano, circa le limitazioni fatte ai mezzi legali,  obbiezione, a mio avviso, infondata ed anzi indice di una imperfetta visione dell'azione che noi dobbiamo compiere in Italia. I mezzi legali sono disputati all'azione operaia, anzi addirittura il sindacato come organizzazione operaia  considerato superato dalla stampa fascista pi reazionaria e quindi meglio informata.
Affermare per questo l'inutilit dell'azione nei sindacati significherebbe sperare nella lenta ascesa delle masse operaie e nella trasformazione graduale del sindacato fascista, che invece non  trasformabile in quanto  essenzialmente strumento antioperaio del grande capitale.
Il sindacato fascista  soltanto un mezzo che ci permette - e ci permetter maggiormente, quando sapremo giustamente applicare la nostra politica -  un mezzo che ci permette di forgiare nelle masse i nuovi quadri della classe operaia italiana.
La loro azione, la nostra azione, sar difficile perch i margini di manovra sono talvolta molto scarsi, non perch la legalit venga a mancare prima, ma perch l'illegalit fascista tenta di spezzare, indifferente alla formula della legge, ogni tentativo di vita sindacale.
E con questo non si sar limitata per nulla la nostra azione; l'obbiezione ci far anzi intendere meglio come la tattica sindacale non sia la tattica del riposo e della passivit di una comoda legalit. La realizzazione di questa tattica implica sforzo di volont, sacrificio spesso dei capi pi avanzati e specialmente adeguamento sottile ed intelligente alle condizioni locali.
Ma attraverso a questo sforzo noi potremo combattere per l'obbiettivo che pi ci interessa: per l'unione della massa operaia. Unione che sar cementata nelle lotte, nelle vittorie e, anche, nelle sconfitte, unione che vorr essenzialmente dire risveglio della coscienza classista del proletariato e non piatta conquista di qualche beneficio corporativo a detrimento di altre categorie di lavoratori.
Correnti di opposizione nel sindacato
Che il sindacato fascista debba la sua esistenza alla funzione antioperaia che esso svolge cos abilmente,  affermazione che ormai nessuno vorr contestare. Ma questa politica antioperaia  limitata nelle sue possibilit dalla condizione essenziale del successo, ossia dalla necessit di mantenere legate all'organizzazione fascista le masse operaie.
Dunque la politica antioperaia trova la sua limitazione nella demagogia che i gerarchi sono costretti a dispensare quotidianamente. E per quanto il popolo italiano sia, tra i popoli della terra, uno dei pi scettici verso le promesse facili dei governanti demagoghi, l'armamento della propaganda demagogica del fascismo non si affloscia nel vuoto: determina, invece, o perpetua alcune correnti di un sindacalismo di opposizione pi o meno velata, pi o meno cosciente,  infine strumento di cui si serve talvolta l'ambizioso funzionario per rinsaldare la sua influenza e la sua posizione personale tra le masse.
A questo fattore che mina gi l'unit antioperaia del sindacato, si aggiunge, fattore preponderante, l'influenza che la pressione delle masse operaie provoca sui quadri inferiori del sindacato fascista.
Le rivendicazioni cui abbiamo accennato, sollevate nelle assemblee, discusse col funzionario, non cadono sempre nel vuoto, ma determinano nel funzionariato pi onesto dei movimenti di opposizione che sostanzialmente si riattaccano.
Ma a questi elementi permanenti di scissione della compagine antioperaia del sindacato fascista, elementi che hanno permesso alcune lotte operaie e che hanno spinto i due partiti operai italiani sul terreno dell'azione sindacale, si aggiunge negli ultimi tempi la reazione notevole che il funzionariato, nella sua enorme maggioranza, oppone ai tentativi di hitlerizzazione dei sindacati. La corrente pronazista vorrebbe togliere ai sindacati ogni autonomia, anche formale, vorrebbe attribuire a organi direttamente statali lo studio e la conclusione dei contratti collettivi, vorrebbe infine giungere ad un'organizzazione sul tipo del Fronte del lavoro.
Di fronte a questi tentativi si  risvegliata a vita pi intensa la opposizione sindacale e accanto a questa elementi importanti delle gerarchie pi alte (Begnotti, Venturi, ecc.) i quali vogliono mantenere il carattere del sindacalismo fascista, sia per un resto di orgoglio nazionale e di psicologia antiprussiana, sia al solo scopo di mantenere il prestigio che la potenza dell'organizzazione conferisce anche ai funzionari.
Il carattere precipuo del sindacalismo fascista, specie per la massa dei vecchi funzionari fascisti dell'origine,  il sindacalismo corridoniano, il sindacalismo nazionale: dunque democrazia sindacale, organizzazione dello Stato sulla base della potenza delle organizzazioni popolari di massa, rivolta ai fini della missione della nazione italiana nel concerto delle nazioni europee.
Inoltre, elemento importante che spiega il ritorno dell'ideologia corridoniana  l'antigermanesimo che formava la base politica del vecchio sindacalismo nazionale.
Queste tendenze hanno dormito a lungo nelle coscienze velleitarie dei nostri funzionari sindacali: hanno dormito a lungo nella speranza di un prossimo rinnovamento del fascismo, hanno atteso il passaggio e la fine della raffica antirossoniana ed anticorridoniana dello "sbloccamento", hanno atteso la fine dell'impresa abissina... ma alla fine di cos lunga attesa hanno visto che anche quell'asse Berlino-Roma che essi si ostinavano a pensare contingente, diventava elemento permanente della vita fascista, strumento del vassallaggio dell'Italia ai fini internazionali del blocco fascista.
Il risveglio non  sicuro una garanzia di attivit e di lotta per questi uomini, che se non fondamentalmente corrotti, sono intristiti nella routine delle bassezze del sindacato fascista, sono intristiti nella pratica della rinuncia quotidiana a qualche briciola del loro rugginoso ideale.
Ma il carattere specifico di questa opposizione  che essa lega ai vecchi sindacalisti delle origini, le ambizioni personali dei gerarchi pi alti, che non se la sentono di rinunciare ad un cos mirabile strumento di potenza personale.
Si pu perci affermare che la presente lotta per l'hitlerizzazione del sindacato, colpendo le ambizioni degli alti gerarchi e risvegliando la corrente corridoniana, aggrava le ragioni di dissenso e di opposizione sindacale minacciando una frattura nell'unit antioperaia del sindacalismo fascista. Noi dobbiamo seguire e riuscire a dirigere questa opposizione velleitaria o latente, stabilendo dei contatti con questa parte del funzionariato.
Essi hanno gi costituito, talvolta, il nucleo attorno al quale si  riunita l'agitazione delle masse: oggi, le condizioni ci sono pi propizie, poich la situazione attuale lega intimamente queste opposizioni alla grande ostilit del popolo italiano alla politica hitleriana di Mussolini.
E per sapere sfruttare a fondo questa situazione noi dobbiamo stringere, nuovamente, nelle forme opportune, i contatti coi socialisti della vecchia guardia, che sono pur inseriti nel sindacalismo fascista, hanno mantenuto un certo attaccamento alla classe operaia. Essi possono costituire un elemento prezioso verso la formazione di una coscienza di questa opposizione sindacale, possono essere, coll'esperienza di anni di sindacalismo libero, le guide di questa opposizione ed i punti di contatto colle masse pi avanzate e pi intelligenti.
Il fascismo e questa lotta
Di fronte alla pressione delle masse, di fronte ai pericoli dello sviluppo di un'opposizione sindacale, il regime si difende accentuando l'opera di divisione della classe operaia e ponendo all'agitazione sindacale dei fini demagogici.
L'opera fascista di divisione della classe operaia ha come suoi aspetti essenziali:
1) le differenze enormi delle tariffe orarie tra citt e campagna, tra le diverse specializzazioni di categoria, tra provincia e provincia, tra settentrione e meridione ed infine tra categoria e categoria.
2) La concorrenza tra salariati agricoli e manovalanza urbana, suscitata col rovesciare periodicamente le masse dei disoccupati agricoli dalle liste di collocamento agricolo a quello industriale.
3) La concorrenza tra apprendisti e operai qualificati colla formazione parallela dell'aristocrazia operaia degli specializzati.
Principale nei riguardi dei nostri obbiettivi immediati  la divisione nell'interno della fabbrica, che si sviluppa dalla concorrenza dell'apprendista posto a lavori di produzione a paghe irrisorie e dell'operaio qualificato, che produce lo stesso lavoro.
L'apprendista viene poi generalmente licenziato, quando raggiunge l'et del passaggio di categoria.
Si aggiunga a questo l'ostilit che viene suscitata o per lo meno incoraggiata dalla propaganda fascista, nei manovali verso gli operai specializzati.
Cos anche nell'officina ci si trova di fronte a tre gruppi di lavoratori tra i quali numerose sono le ragioni di contrasto o per lo meno di diffidenza.
E questa situazione  tanto pi grave poich l'operaio specializzato che potrebbe per la maggior cultura e informazione essere l'elemento centrale della lotta antifascista e l'elemento direttivo dell'azione sindacale si trova isolato di fronte ad una massa, spesso indifferente, di manovali e di fronte ai giovani, che per le ragioni gi accennate formano spesso la parte pi avanzata e pi spregiudicata della massa operaia.
Accanto a quest'opera di divisione si deve considerare la vasta politica di diversione svolta dagli alti gerarchi del sindacalismo fascista. Questa politica si svolge su due linee essenziali: lo slogan del superamento del salario e quello della coscienza corporativa.
Abbiamo, infatti, visto precedentemente come una delle rivendicazioni che pi spesso si fanno luce nelle assemblee sindacali sia la rivendicazione per l'adeguazione del salario al costo della vita. Essa  motivo costante di agitazione, di denuncia dei contratti collettivi: nella massa operaia circolano frequenti le statistiche sull'aumento del carovita, sull'indice dei prezzi alimentari, sul bilancio tipo operaio, sui benefici delle grandi societ.
Ma dopo gli aumenti del 1936 e 1937 la posizione del regime  assolutamente contraria all'adeguamento - anche parziale - del salario e, se qualche modifica  stata fatta essa si riferisce essenzialmente a categorie specifiche in seguito ad una vasta agitazione di massa e sindacale (gli aumenti dei tessili sono la conseguenza dell'agitazione sindacale per l'applicazione della qualifica di lavoro a cottimo dei tessili, in quanto legati ad un prefisso ritmo di produzione).
Ed al principio del 1938, quando le altre confederazioni dei lavoratori avevano reclamato l'adeguamento salariale, solo Cianetti si  dichiarato per la conservazione degli attuali minimi. Motivo questo di assemblee sindacali burrascose e di vasta agitazione, alle quali le gerarchie sindacali risposero, reclamando anzitutto la disciplina per la necessit di favorire gli investimenti dei capitalisti nelle industrie autarchiche, lanciando, quindi, la parola d'ordine del superamento del salario. Superamento che non  altro che il vecchio modello di "salario a compartecipazione" noto alle lotte operaie del 1919 e 1920. E se quella volta esso fu respinto per la riluttanza delle masse ad una politica salariale che le avrebbe maggiormente vincolate alla fabbrica, oggi evidentemente questo progetto non  altro che un nuovo tentativo di strangolare i salari per l'impossibilit delle masse ad un efficace per quanto limitato controllo sull'andamento finanziario della fabbrica e per il prelievo incondizionato dell'interesse al capitale e della quota di ammortamento del complesso dei profitti.
Ma anche questo "superamento del salario" non  altro che un aspetto della parola d'ordine pi generale della "coscienza corporativa", la quale  in un certo senso la risposta diversiva della volont delle masse di ottenere almeno qualche briciola di democrazia sindacale e per poter esercitare un controllo su qualche aspetto dell'attivit sindacale.
Abbiamo visto che le masse richiedono il controllo delle mutue, il controllo e la tutela legale dei loro fiduciari per poter condurre con maggior sicurezza la lotta contro le rappresaglie padronali, richiedono infine maggiori garanzie per la libert di parola nelle assemblee sindacali.
Ora la presidenza confederale ha accettato formalmente alcune di queste rivendicazioni e precisamente quelle che aumentano i compiti del sindacato senza permettere una qualsiasi espressione della volont operaia.
Perci gli alti gerarchi hanno fatta loro la rivendicazione per la direzione unitetica delle casse mutue, eludendo al contempo il controllo delle masse col porre la condizione dell'unificazione delle casse in un istituto centrale, nel quale i cosidetti rappresentanti dei lavoratori potranno fare il comodo loro o quello del regime.
E per le stesse ragioni la confederazione  contraria a qualsiasi riconoscimento dei fiduciari e a qualsiasi difesa coordinata della loro attivit; li lascia cos impotenti in balia della rappresaglia padronale.
Dunque il piano della confederazione allo scopo di eludere la pressione delle masse e di arginare una possibile offensiva antisindacale,  quello di sottrarsi ad una qualsiasi influenza popolare, facendosi attribuire per i meriti cos acquisiti funzioni sempre pi vaste; quali quella del collocamento e in un prossimo avvenire tutto il controllo della mutualit.
Cos sbandierando la parola d'ordine della "coscienza corporativa dei lavoratori fascisti" cerca di sopire i malumori del funzionariato e si procura i necessari motivi demagogici per il controllo delle masse. E di fronte a questa abile offensiva di divisione e di diversione non basta la contropropaganda:  invece sommamente necessario scendere nel campo stesso dell'azione sindacale.
Nell'azione sindacale si debbono abbattere le barriere poste tra operaio e operaio nell'interno dell'officina, nell'azione sindacale cadranno dagli occhi dei giovani e degli illusi le bende che impediscono loro di vedere tutta la profonda demagogia del regime fascista.
Per l'unione delle masse operaie
L'offensiva che il fascismo ha condotto contro la classe operaia e l'aggravarsi continuo della divisione della massa operaia ci indicano come l'obbiettivo principale di questa lotta debba essere l'unione della classe operaia, unione della classe operaia che deve realizzarsi sul piano dell'azione comune nei sindacati, ma di cui vogliamo ora esaminare il piano politico.
Il merito principale della nota dichiarazione del Partito comunista italiano  stato quello di aver posto in luce il problema dei rapporti tra operai fascisti o influenzati dal fascismo ed operai antifascisti, socialisti comunisti o popolari. Senz'altro - come fu sottolineato da Nenni al congresso del Partito socialista italiano(168) - nessuno aveva mai pensato di lottare contro l'operaio fascista, di porre tra l'operaio fascista e quello antifascista la barriera dell'ideologia, ma i residui della lotta appassionata avevano scavato un vuoto e mantenevano distanti dagli operai fascisti o influenzati i vecchi militanti operai, coloro che avrebbero potuto prendere pi coscientemente in mano le redini della lotta.
E la dichiarazione del PCI era determinata, almeno a mio avviso, dalla pressione stessa della situazione, dove a parte qualche residuo di settarismo nei vari militanti dei partiti operai tradizionali, la massa operaia aveva da tempo lasciato cadere il cordone sanitario di cui erano stati contornati gli istituti ed i funzionari del regime.
Ed oggi pi che mai dobbiamo associare a questa lotta, oggi che la classe operaia sta soffrendo di tre anni di guerre, oggi che negli stessi ranghi fascisti i volontari delle guerre abissina e spagnola diventano i pi accesi propagandisti del disfattismo. Oggi non sono solo gli operai della vecchia guardia a mantenere viva la fede antifascista: essa viene anzi alimentata dalle esperienze delle nuove generazioni, trova nella lotta e nell'odio al prussianesimo nazista alleati strati sempre pi larghi di fascisti, iscritti, militanti e funzionari.
Il problema che ci tocca pi da vicino in questo senso  quello di attrarre in questa lotta gli elementi della vecchia guardia, per controllare e per dirigere, se possibile, l'attivit degli elementi della CGL passati al sindacato fascista.
Ma l'obbiettivo pi importante  la lotta che dobbiamo condurre per superare il distacco e la sfiducia che separa la vecchia generazione dalla nuova generazione. Questa generazione che parla "fascista" che ancora  sotto il peso della mitologia mussoliniana o la ha a malincuore abbandonata, ha pure in s ricche possibilit d'azione. La stessa sicurezza di fascista, la presunzione di esser mossa dalla vera giustizia sociale e non "dall'odio del vecchio sovversivismo" fanno di questa generazione giovanile la base pi sicura per un'energica azione nei sindacati.
Abbiamo gi detto che nelle assemblee i giovani, gli apprendisti e l'operaio appena tornato dal servizio militare o dalla guerra, esigono colla profonda sicurezza del loro diritto, spregiudicati di fronte alle preoccupazioni politiche che trattengono gli anziani, esigono la pi ampia libert d'azione per la conquista delle loro rivendicazioni. Ed i funzionari sindacali temono, o al caso amano, queste tempestose riunioni in cui essi vedono o la minaccia dell'immanente lotta di classe o il ritorno dei vecchi tempi del sindacalismo corridoniano.
Il fascismo sa questo pericolo e ha proibito l'iscrizione al sindacato fino ai diciotto anni, ha affidato all'organizzazione della GIL il compito dell'istruzione professionale e sindacale.
Problema importante per l'unione della massa operaia  altres quello dei rapporti tra cattolici e non cattolici. Si possono vedere infatti continuamente nei giornali cattolici le lamentele accorate dei giovani i quali si sentono esclusi dalla massa per le loro convinzioni religiose.
Anche su questo piano  necessario approfondire la nostra azione, oggi specialmente nella prospettiva di un inevitabile peggioramento delle relazioni tra fascismo e Vaticano.
Cos possiamo concludere coll'indicare i seguenti compiti politici:
1) approfondimento dell'unit d'azione tra comunisti e socialisti nel piano dell'azione sindacale e attorno ad essa;
2) coordinamento dell'attivit sindacale dei vecchi socialisti transfughi ed in genere degli elementi della vecchia guardia, legati alle masse operaie, in direzione di un approfondimento dell'opposizione sindacale;
3) studio approfondito dei problemi delle nuove generazioni educate dal fascismo allo scopo di accrescere l'interesse dei compagni alle lotte e alle rivendicazioni specifiche dei giovani;
4) presa di posizione sul problema degli operai cattolici e propaganda contro il settarismo confessionale.
Per l'utilizzazione dei mezzi legali.
Tracciato un breve cenno sui movimenti sindacali precedenti passo a qualche conclusione pratica per l'organizzazione del lavoro di utilizzazione dei mezzi legali:
a) centro di studio e di raccolta materiali all'estero
b) interventi nelle assemblee
c) legami coi funzionari
(da sviluppare)
Le rivendicazioni operaie nelle prospettive politiche
Dall'insieme di questo studio sulle condizioni della lotta sindacale nel quadro delle istituzioni fasciste, risulta evidente quanto condizionata dalla congiuntura politica e quanto intimamente collegata ad essa sia la nostra azione.
Accusare perci questo piano d'azione, questa lotta per le rivendicazioni immediate di "economismo" o di "piatto riformismo"  assurdo: abbiamo anzitutto visto come la classe operaia, e con essa alla sua avanguardia, l'azione dei partiti proletari, debbano spesso crearsi le condizioni stesse di questa lotta sindacale. Lottare per la conquista delle rivendicazioni immediate sotto l'offensiva antisindacale del regime, lottare per la effettiva applicazione delle garanzie della fantomatica legislazione fascista non  soltanto perseguire un fine economico,  tentativo diretto a spezzare la cappa di inerzia e di rassegnazione che grava su tanta parte della classe operaia italiana,  tentativo diretto a finirla col sistema dell'attesa passiva della munificenza fascista,  - finalmente - andare in senso contrario alla linea di sviluppo della politica fascista, favorendo e indirizzando quei movimenti spontanei che la classe operaia ha qui e l delineato.
Questa tattica  stata accusata di movimentismo quasi che il tentativo di lavorare nel sindacato fascista, indirizzando la lotta spontanea o quasi delle masse, sia soltanto pescare nel torbido di qualche compromesso. Ma la politica dell'unit della classe operaia, base di tutto il nostro sforzo, politica che sola ci permette di legare all'azione coraggiosa di pochi elementi avanzati strati sempre pi larghi di lavoratori, questa politica dell'unit non  compromesso, che si esaurisca nella conquista di un fine determinato.
E se saremo capaci di attrarre nella nostra azione strati importanti del funzionariato sindacale, nemmeno questo sar compromesso tra la nostra dottrina marxista e la loro nebulosa fantasticheria corridoniana: non sar compromesso e non sar perci movimentismo, perch noi marxisti sappiamo la necessaria relazione tra il movimento economico delle masse e la lotta per la liberazione del proletariato: sul terreno concreto dell'azione la classe operaia, liberata dall'influenza del fascismo per lo stesso carattere democratico e perci antifascista di un movimento popolare, non pu trovare che la sua unit e nell'unit la coscienza di rappresentare i fini generali della societ.
Accusare questa linea di movimentismo  non intendere il significato pi profondo del nostro obbiettivo, unit delle classe operaia,  non intendere come questa tattica lungi dall'essere compromesso o argomento demagogico  conseguenza diretta dell'analisi marxista del concreto dato politico.
E noi siamo convinti, oggi pi che mai, della necessit di agire nel senso descritto: oggi, in cui le inaudite provocazioni del regime non riescono a mantenere quella "tensione ideale" colla quale il fascismo cerca di far dimenticare la tragica situazione delle masse operaie e contadine, oggi in cui nuovi nuclei di fermento sorgono sullo stesso terreno fascista polarizzandosi nell'odio all'asse Berlino-Roma (e prova ne  la campagna di epurazione dei suoi ranghi che il fascismo sta conducendo).
E coloro che vedono la lotta sindacale possibile soltanto in una atmosfera meno rovente e meno tempestosa, possibile solo in una situazione a lungo respiro, non hanno compreso che se la lotta antifascista sceglie a suo terreno i sindacati,  perch tra le masse influenzate dal fascismo abbiamo le forze nuove che potranno rinsanguare le nostre file, che ci daranno quel legame tra partito e classe operaia che lunghi anni di totalitarismo sono andati dissolvendo.
Noi dobbiamo sapere scendere coraggiosamente nella lotta, con tutte le nostre forze, dobbiamo saper combattere con intelligenza, adeguandoci alle diverse situazioni locali, non rinnegando con spirito settario le forze diverse che convergono verso uno stesso fine nello stadio della preparazione rivoluzionaria.
E dobbiamo sapere combattere colla chiara visione di una realt che non incoraggia nessun ottimismo prematuro, ma tesi verso un'azione che deve necessariamente portare all'unit d'azione e all'unit politica del proletariato italiano.
 Funzione rappresentativa della
Camera dei fasci e delle corporazioni(169)
Non si pu davvero dire che gli scrittori italiani di cose politiche si siano eccessivamente affaticati nello studiare la nuova Camera dei fasci e delle corporazioni: abbiamo detto scrittori di cose politiche, perch non sono mancati, invece, i fini esegeti che si sono scervellati sulla posizione della nuova Camera di fronte ai tre classici poteri dello Stato, che hanno esaminato quale nuovissima teoria costituzionale si potesse trarre da questa nuova istituzione.
 nostra opinione che l'esistenza ed il funzionamento di un organismo non dipendano dal solo fatto della sua costituzione: la legge ha creato un organismo, ma affinch il figliuol della legge sia vivo e vitale occorre che ad esso corrisponda un interesse, che verso di esso si formi una responsabilit nella coscienza nazionale.
Per questo convincimento noi crediamo che ci che deve rendere viva e vitale, ci che deve distinguere la Camera dei fasci e delle corporazioni da una qualsiasi commissione ministeriale o interministeriale  la sua funzione rappresentativa, funzione che le  stata assegnata dall'ordine del giorno col quale il Gran Consiglio l'ha creata.
 nella sua funzione rappresentativa che noi ravvisiamo i legami e i compiti che ci stringono alla nuova Camera,  per la sua funzione rappresentativa che essa deve venire a far parte della coscienza e della responsabilit nazionale ed infine  per questa sua funzione che essa acquista caratteri veramente distintivi dagli altri organismi dello Stato.
Ma come viene a realizzarsi questa rappresentativit della nuova Camera?
Il suo carattere rappresentativo , per ora, materialmente fornito dalla presenza delle forze produttive della nazione, forze produttive inquadrate nelle corporazioni.
Ma questo carattere rimarrebbe puramente formale, se ad esso non corrispondesse completamente una coscienza corporativa veramente profonda nella collettivit nazionale.
La ragione di una incompleta coscienza corporativa va essenzialmente cercata nell'insufficiente approfondimento di quella coscienza sindacale che mettendo in moto tutto l'organismo corporativo  grado alla coscienza corporativa e pu sola far risultare dall'urto dei diversi interessi e delle diverse concezioni il superiore interesse della nazione.
Un funzionamento pi agile e combattivo delle organizzazioni sindacali, fa s che la corporazione resti sempre pi legata alla concreta realt nazionale.
Infatti una corporazione pensata come struttura burocratica di funzionari finisce col non assolvere ai suoi compiti di fronte alla nuova Camera: senza il contributo di uomini espressi e collaudati sul difficile campo della lotta economica, la nuova Camera finirebbe coll'essere una formazione politica voluta dall'alto e priva perci delle essenziali caratteristiche rappresentative.
Ne consegue perci che la funzione rappresentativa della nuova Camera pu essere realizzata soltanto attraverso una rigorosa selezione che attraverso alle organizzazioni sindacali faccia arrivare i migliori rappresentanti delle classi produttive della nazione fino a questo supremo consesso.
 necessario quindi continuare ad ottenere una sempre maggiore aderenza dei vari organismi sindacali alla vita nazionale. E tale aderenza si sta infatti raggiungendo formando una coscienza sindacale che metta le classi lavoratrici della nazione in grado di adoperare con energia e con sicurezza degli strumenti creati per il raggiungimento della giustizia sociale.
A.B.
 La funzione rivoluzionaria del sindacato(170)
Esaminare un istituto quale il sindacato, e specialmente il sindacato dei lavoratori, significa ricercarne i motivi rivoluzionari, quei motivi per i quali esso non  solo realt attuata, ma  anzitutto mezzo per il conseguimento di un ideale.
E questo motivo rivoluzionario ed insieme, l'ideale di cui il sindacato  strumento, si scorgono meglio se noi ci rifacciamo all'origine del sindacato. Origine che possiamo considerare antica in questi anni tumultuanti di istituti rapidamente sorti e altrettanto rapidamente dissolti, origine antica poich ormai secolare.
Ne sorge la necessit coll'avvento della macchina e col conseguente innestarsi nel ciclo di produzione di masse sempre crescenti di proletariato nel senso pi stretto e pi duro della parola.
La vecchia corporazione artigiana, nella quale molto erroneamente si  voluto vedere il precedente storico del corporativismo sindacale, cadeva sotto la pressione della manifattura e delle macchine: non occorreva pi l'artista del mestiere, il lavoratore assurto alla dignit di maestro attraverso il lungo tirocinio regolato dalle ormai superate convenzioni. La manifattura, prima, e soprattutto la macchina, dopo, non chiedevano nulla al lavoratore, non chiedevano una specifica abilit, ma soltanto una brutale e quasi indifferenziata forza di lavoro. Si forma cos il proletariato urbano, si accumulano le masse di manovali, i quali non possono difendersi dagli alti e bassi cicli economici, ma diventano puri oggetti della ferrea legge della domanda e dell'offerta.
L'artigiano di un tempo era un'entit determinata e rappresentava una personalit nel ciclo della produzione, l'operaio moderno, e specialmente quello delle prime fabbriche, non  altro che una frazione del cavallo vapore, scarsamente differenziata dalle infinite altre che la crescente richiesta fa affluire sul mercato del lavoro salariato.
Cos il lavoratore perdeva ogni garanzia corporativa (nel senso antico) e la concorrenza pi spietata si abbatteva su di lui. Le condizioni dell'operaio sarebbero precipitate necessariamente al livello della cosidetta "legge di bronzo del salario", ossia verso il minimo assolutamente indispensabile alla pi nuda sussistenza materiale.
Ed ecco sorgere la necessit di coordinare la resistenza all'abbassarsi del salario, al peggioramento costante delle condizioni di lavoro, ecco sorgere i primi moti e le prime "leghe di resistenza", su cui non tarda ad abbattersi feroce la repressione padronale e governativa.
Queste sono le condizioni che pongono al proletariato il compito della lotta per il diritto di associazione: lotta fiorita di meravigliose conquiste, in cui si esprime la capacit organizzativa delle masse lavoratrici, ma segnata anche dal sangue di molti pionieri caduti nell'ormai secolare vicenda di vittorie e di sconfitte.
E ad esprimere la sacrosanta conquista di intere generazioni di lavoratori, ad esprimere la conquista del diritto di associazione, il sindacato. Ma il sindacato non  la meta di questa gloriosa vicenda, il sindacato  solo lo strumento per il raggiungimento di quella "pi alta giustizia sociale" che , oggi, il fine essenziale della politica sociale del fascismo.
Noi abbiamo voluto brevemente ricordare gli antecedenti storici di questo istituto, perch oggi l'esistenza del sindacato fa talmente parte della nostra esperienza quotidiana da farcene dimenticare significato e fine.
Il sindacato? S, il grandioso palazzo di corso Porta Vittoria con Capoferri a segretario. Ci vanno talvolta gli operai a regolare qualche pendenza mutualistica, ci vanno - a fare la "fila" - i disoccupati, qualche altro se ne serve per promuovere una vertenza e soprattutto ci vanno i "contributi". Ecco ci che resta del sindacato alla nostra frettolosa e superficiale esperienza: un organismo con tanti impiegati ed uffici, una "provvidenza" a carattere mutualistico e burocratico.
Ma guardando il suo passato vediamo quanto poco questa visione corrisponda alla sua intima funzione, quanto poco corrisponda il sindacato ad una provvidenza ossia ad una qualche istituzione paternalistica e scaturente dall'alto, tutrice, s, ma anche leggermente scorrevole.
Il sindacato  invece nella sua pi intima essenza auto governo e perci autoresponsabilit. Le masse operaie nella loro lotta non hanno cercato l'aiuto della "illuminata" borghesia o il sorriso compiacente del munifico padrone, hanno cercato invece di esprimere dal loro seno i quadri del grande esercito del lavoro, sicuri delle loro forze e della loro capacit organizzativa.
Noi pensiamo, adunque, che il sindacato trovi il suo fondamento e perci la sua forza nella sua tradizione storica e rivoluzionaria, che si esprime nelle tre parole d'ordine di:
1) autonomia delle masse lavoratrici;
2) autogoverno di categoria;
3) autodisciplina nell'educazione alla responsabilit ed alla coscienza politica.
Ed alla luce di questi concetti noi dobbiamo rifiutare le idee di coloro che van discorrendo di un "sindacato unico" nel quale si riunirebbero imprenditori e lavoratori. Essi vorrebbero sostituire alla composizione degli interessi divergenti l'identificazione, come se la identificazione fosse possibile senza la soppressione di una delle parti in causa. Ed il loro sindacato non si sa se risponda di pi all'ottusa illusione di aver raggiunta la mitica et dell'oro od invece ad una malcelata volont di negare quell'autarchia sindacale che rimane fondamento della dottrina fascista del sindacato.
Dobbiamo pure rifiutare la tesi di coloro che illudendosi di accentuare la funzione politica del sindacato o almeno, mostrandosene illusi, vogliono sottrarre al sindacato la troppo banale questione economico-contrattuale, attribuendola allo Stato. E premettendo che lo Stato non saprebbe fare altro che un colossale complesso di uffici e di commissioni senza la necessaria agilit e la non necessaria elasticit di fronte alle nuove mutevoli vicende economiche, osserviamo che la funzione del sindacato  rivoluzionaria perch non  astrattamente educativa, ma perch  diretta verso la realt dell'oggi e perci verso una realt soprattutto economica. E questo campo contrattuale ed economico non  il campo della legge che pu soltanto sanzionare un raggiunto equilibrio, ma  invece il campo dell'azione rivoluzionaria ed autonoma dei sindacati verso la composizione degli interessi.
C.D.
 La via da seguire(171)
Compito del PSI non  quello di annacquare la propria ideologia nel tentativo di accontentare le diverse esigenze delle diverse classi sociali. Compito del PSI  quello di individuare le forze, immature oggi alla azione politica, ma capaci di pesare in una situazione rivoluzionaria, tenendone conto nel suo atteggiamento e stringendo perci coi diversi gruppi politici le opportune alleanze e, insomma sottolineando la propria posizione classista rafforzando i legami col partito comunista(172).
 E. Curiel a G. Faravelli(173)
Ginevra, 10 maggio
Carissimo,
ti spedisco infine la lettera politica.
Cominciamo dall'ultimo articolo che ti ho spedito. Riconosco volentieri che, per uno che non fosse te, ci dovesse essere una certa mancanza di chiarezza. Ma l'articolo era piuttosto un rapporto ad uso interno, non pubblicabile specialmente per le dure cose dette sul conto della mentalit italiana.
Affermavo in quell'articolo che "annacquare l'ideologia del PSI nel vano sforzo di porsi come soluzione nazionale" era tentativo da combattere. Mi riferivo con questo alle discussioni avute con te, poco tempo fa a Parigi, discussioni nelle quali mi  sembrato di intuire il tentativo di dare come soluzione italiana il socialismo sic et simpliciter.
Ora questo vuol dire, a mio avviso, partire da un modello socialista e costringere la realt ad adattarvisi, stiracchiando tale modello fino a farci entrare il contentino alla piccola e media borghesia, ai contadini piccoli e grandi, ecc.
Insomma far del socialismo una tal cosa che quando la piccola e la media borghesia ne fossero edotte, dovrebbero urlare, con stupore allegro: Ma  proprio quello che vogliamo noi!
Io non voglio questo o meglio non ritengo una tal cosa utile n al futuro del partito, n alla rivoluzione italiana (che sar quando sar, ma alla quale non si pu non pensare costantemente). Ed i compagni italiani - lo dico pesando le parole e pensando a 1, 2, 3, ecc. - non lo ritengono nemmeno pur sentendosi socialisti integri e fedeli all'ideologia socialista e al partito. E questo perch, come ho spiegato, occorre tenere il massimo conto delle altre forze progressive.
E quando ho parlato della parola d'ordine "non fare la guerra per i tedeschi" non ho ritenuto di indicare una parola d'ordine socialista, ho ritenuto di indicare una parola d'agitazione parziale, insufficiente, spontanea, incapace di legare alla responsabilit dell'oggi la responsabilit del fascismo, incapace di suscitare una qualsiasi idea sul futuro della nazione italiana.
Sottolineare la posizione classista!
Ma indubbiamente perch io ritengo che il proletariato possa e DEBBA essere l'avanguardia della rivoluzione italiana. Sottolineare la posizione classista significa concretamente elevare la coscienza politica dei compagni all'interno, significa spingere - con pericolo, ma senza pericolo  meglio andare a seppellirsi - significa spingere i compagni dell'interno a considerarsi espressione della classe operaia, significa costringere certi compagni dell'interno a rinunciare alla facile routine delle discussioni colle quali si trasfigureranno poi in martiri della rivoluzione italiana, dopo essere stati a tavolino vent'anni.
Stringere legami coi comunisti per approfondire la nostra posizione classista:  questa l'affermazione che ti sembrer la pi gratuita e la pi "ballista".
Io purtroppo non so bene cosa sia il comunismo all'estero. Sia quel che sia! Ma resta un fatto indiscutibile, resta la posizione dei comunisti - ed intendo quelli "ortodossi" - in Italia, posizione forte (sulla quale capirai che non posso inviarti quella documentazione, ma la cui forza, la cui presenza e prestigio sono indiscutibili per ogni compagno dell'interno). Noi dobbiamo fare i conti coi comunisti ortodossi e non con i monconi del comunismo dissidente. Io studier la questione, perch mi interessa chiarirla, ma finora ho visto solo qualche isolato, astioso disfattista sull'attivit dell'interno, pronto a chiamare anche il Giappone pur di sbarazzarsi del fascismo. E questa gente vada, per conto mio alla malora! Ma di comunisti "ortodossi" ce ne sono e sono molti. Non tutti collegati coll'estero e, questo  importante, di formazione spesso spontanea e di attivit autonoma, operai, tra operai. Essi sono la testimonianza del fascino del comunismo nella massa e sono quelli che lo mantengono vivo. Si formano continuamente, sono esempio, a noi dell'interno, di coraggio e decisione, talvolta avventata, talvolta cieca, ma pur sempre esempio di dedizione alla causa della rivoluzione italiana. I contatti coi comunisti ci debbono essere: serviranno a noi per entrare in contatto maggiore colla massa. Serviranno ad esercitare la necessaria influenza del socialismo su di loro. Perch il patto d'unit d'azione non ha da essere un patto unilaterale, un binario a senso unico di adesione hargneuse dei socialisti alle azioni dei comunisti, ha da essere qualcosa di fattivo, di creatore. Noi possiamo e dobbiamo influire sulla posizione dei comunisti all'interno, noi sapremo ravvivarli e, perch no?, sapremo combattere le tendenze alla burocrazia, alla disciplina cieca e passiva. Ricordo a questo proposito quel rapporto, che tu mi hai mostrato, sui comitati d'unit d'azione, dove quel nostro compagno si lamentava che in questi comitati ci fossero tre comunisti e due socialisti. Perci - diceva candidamente il compagno - vincevano sempre loro. Ma se dobbiamo ragionare a questo modo tanto vale che formiamo una societ per giocare alle bocce. Un socialista non  solo un bollettino di voto, ma  un uomo che ha delle idee, che pu acquistare un'influenza, che  sicuro di una sua visione politica, non  un pezzo di carta...
E delle possibilit di una azione in questo senso te ne accorgi tu stesso quando leggi gli articoli di Zaninetti.
E poi, come dice Gorni (dal quale sto imparando moltissimo) quando sar il momento della rivoluzione, non staremo mica a vedere. Ci saremo anche noi e se i comunisti correranno, correremo anche noi. Ma correr soprattutto la massa operaia.
Quella massa operaia che conosciamo ancora scarsamente (noi dell'interno) verso la quale dobbiamo fare ogni sacrificio, per rappresentare la quale dobbiamo usare di ogni strumento.
Scrive Modigliani che soltanto l'anticomunismo potr dare vita al nostro partito. No, non  l'anticomunismo che dar vita al nostro partito, la vita la giovinezza ci verr dall'azione concreta, azione che condurremo tra gli operai e i contadini. Ed in questa azione noi porteremo il socialismo, che  libert, che  democrazia, che  esercizio della propria responsabilit, ma che  soprattutto la forza irraggiante e non assenso o dissenso in una situazione estranea alla nostra volont.
Capisci, poi, carissimo, come la mia fresca, seppure profonda, risoluzione di entrare nel partito, mi impedisca di prendere una parte attiva alle polemiche di direzione? Io le ho presenti, ne soffro e credimi che io tento di essere il pi possibile oggettivo nel riferire l'opinione dei compagni.
Essi non si rendono forse conto esatto delle difficolt che ci sono all'estero, ma io mi sentirei molto imbarazzato, se domani tornando in Italia, dovessi annunciare che anche quel Patto d'unit d'azione, finora unico documento della volont d'unione dell'antifascismo,  spezzato.
Sulla Legione poi, posso e debbo essere preciso, perch l'opinione dei compagni milanesi e degli altri  precisa, categorica. FARE LA LEGIONE! Essa deve rappresentare il popolo italiano in questa prossima guerra. Noi non vogliamo che il governo del domani sia il governo della sconfitta, il governo di Weimar (testuali parole di 1). Deve essere il governo che ha visto giusto, che ha saputo da che parte stavano i prevalenti interessi nazionali italiani (e intendiamoci bene! nazionali nel senso che la legione deve essere l'espressione della volont di TUTTE le classi oppresse del fascismo, e anzitutto della classe operaia. Aggiungo a mo' di documentazione che perfino un cattolico ha detto ad 1 che questa era la via).
So, anch'io, si deve aver coraggio: domani un pugno di mascalzoni, pagati da qualche residuo fascista, potr urlare contro di noi le vecchie ingiurie. Ma, senza il coraggio di assumerci questa responsabilit, si comincia col non fare della politica e si finisce col correre pericoli molto maggiori. E questa necessit  legata all'attivit interna, alla parola d'ordine del disfattismo.
Noi dell'interno saremo domani i disfattisti internazionaldemogiudaici (non per colpa mia, perch io mi ritirer a vita privata a scrivere la famosa, l'unica vera e giusta Storia della Scienza) e voi sarete i nostri "degni" compagni pagati da un oro, che non sar moscovita, ma parigino o londinese. E checch si faccia - legione o no, incomblenzamento o turris eburnea - sar cos...
Ed ora vorrei essere a Parigi, davanti ad una chicchera di caff italiano con delle sigarette svizzere, una chiacchierata e tu capiresti che io non sono nenniano o taschiano o il diavolo sa cosa!
Io sono e non io solo, ma i miei compagni tutti siamo socialisti, amanti della libert e la nostra ambizione maggiore  di poter dire un giorno di esser stati utili alla classe operaia italiana ed internazionale, fedeli alla grande tradizione rivoluzionaria, non a Nenni o a Tasca o a chiunque altro di cui siamo incapaci di fare il mito.
Ed ora, carissimo, l'augurio che mi faccio  che ci si possa presto bisticciare, ma insieme e nell'atmosfera vivificante dell'Italia libera, in mezzo al nostro popolo, tra quegli operai che gi tante volte ci hanno indicato al di l dei nomi, la via dell'avvenire.
Chiudo presto, perch mi accorgo che dalla discussione del mio articolo sono salito all'empireo della commozione e chiudo perch, come sai, a questo punto gli ebrei sono condannati a tacere o a fare una buffa capriola.
Ti prego di non mostrare questa lettera a Modigliani, che pudicamente chiamandomi il missus italicus mi ha dato una tirata d'orecchi e come me  terminato nell'empireo. Gli scriver direttamente. Sarei lieto invece se inviassi una copia di questa lettera a Fonda, spiegandogli la discussione.  bene che si sbilanci anche lui.
Affettuosamente ti abbraccio(174).
11 maggio 1939
 E. Curiel a G. Faravelli(175)
11 maggio 1939
Rapporti coi comunisti. Ho spiegato in una precedente lettera il carattere del lavoro da fare coi comunisti. Rischiamo qualche cosa, ma tentiamo. Dopo tutto, a tentare non ci costa molto. Il tipo viene da me, mi chiede lezioni. Il pericolo  che sia una spia, ma questo  abbastanza difficile a quanto sembra. Per il lavoro successivo, per i possibili accordi ti terr informato minutamente. Ma tentiamo almeno una volta qualcosa di serio in questo campo. Dopo, se va male, sar pronto a venire a Canossa. Ma credimi: il problema  per me ed in generale per noi dell'interno di importanza cruciale. Ed  mio difetto (mi coster anche caro, come gi mi  costato caro in altri campi) quello di voler andare a fondo in ogni questione. Io finora non ne so nulla con precisione. Vedremo dopo. E non  curiosit personale, perch ritengo che la forza dei comunisti all'interno sia rilevante tuttora; rilevante, in ogni caso, rilevantissimo il prestigio sulla massa operaia. Ritengo quindi che non sia capriccio mio di curiosit, ma tentativo di fare. Per quanto ne so, ci che  stato fatto era insufficiente, parziale e non poteva essere testimonianza dell'impossibilit di agire secondo le idee che ti ho esposto nell'altra lettera. E per finirla coi comunisti, ti comunico che sono contento che l'articolo sia stato tenuto indietro(176). Per credo che una volta o l'altra finirete col pubblicare qualche pravo invito alla fornicazione (coi comunisti). Applicare simili termini alla mia attivit  un vero scandalo, essendo io indubbiamente il socialista pi rigorista che conti il nostro partito.
f.to Nordio
 Parte terza
San Vittore e Ventotene
 Lettere dal carcere di S. Vittore
e da Ventotene(177)
10.7.[1939]
Carissima Grazia,
ho ricevuto ieri le trecento lire che la mamma mi ha inviato. La ringrazio moltissimo di questo denaro.
Non scrivo alla mamma poich non voglio emozionarla e poich non mi piacerebbe inviarle lettere da qui.
Anzitutto premetto che sto bene, mangio benissimo e godo in complesso di ottima salute.
Sono ancora trattenuto a causa di un incidente che mi occorse nel mio recente viaggio in Svizzera.
Io non ho, d'altra parte, nulla da rimproverarmi e sono certo che alla fine dell'inchiesta che legittimamente stanno conducendo le autorit, sar liberato senza alcuna conseguenza.
E proprio ieri il funzionario che conduce l'inchiesta mi ha assicurato che tutto va bene e che l'inchiesta  quasi compiuta e che tra giorni sar liberato.
Dunque non c' nulla da preoccuparsi e da agitarsi e dicendo questo penso specialmente alla mamma. Il pensiero di lei  quello che pi mi assilla in questi giorni.
Capirai quanto mi addolori quanto  successo specie ora che la mamma poteva aspettarsi un riposo tranquillo dopo tutti i recenti dolori(178).
Ma come ripeto ogni preoccupazione  fuori di posto.
Io ho la coscienza tranquilla, non ho fatto niente che possa essermi imputato dalle autorit e come ho gi detto l'inchiesta procede regolarmente alla sua naturale conclusione.
Dunque coraggio e spero di passare presto dei giorni lieti assieme alla mamma e a tutti.
Saluti affettuosi, baci a te alla mamma e ai fratelli.
Per rassicurarvi ancora sulla mia salute, voglio dirvi che faccio ogni giorno una passeggiata nel cortile, che la mia cella  esposta bene ed  asciuttissima: Mangio una bistecca, 2 uova, 1/2 litro di latte, patate, oltre al rancio che  abbondante e sano.
Ho libri da leggere, sigarette da fumare. Cos i giorni passano tranquilli ed io sono sereno, forte della mia innocenza, sicuro che nulla pu essermi rimproverato da nessuno.
Eugenio
14.7.[1939]
Carissima mamma,
dopo aver scritto alla Grazia mi decido a scriverti: per quanto doloroso mi possa essere inviarti una lettera da qui, pure ci mi d l'illusione di parlarti e di poterti cos tranquillizzare.
Il mio pi grande desiderio  quello di saperti tranquilla e, per quanto le recenti disgrazie lo permettano, serena. Stai con Gigliola, cerca di far venire la Grazia e insieme alla carissima Puck vedrai che i pochi giorni che mi separano da te passeranno sereni in una tranquilla attesa(179).
L'altro ieri ho visto ancora il funzionario incaricato del mio affare. Egli mi ha ancora assicurato in termini precisi e chiari: si tratta di ancora pochi giorni.
Come saprai, tutto deriva da un malaugurato incidente toccatomi in Svizzera. L'inchiesta volge al suo termine e non c' da temere alcuna sgradita sorpresa, poich io ho l'animo perfettamente tranquillo su tutto ci che ho fatto. Nulla ho da rimproverarmi. D'altro canto  chiara la legittimit delle autorit di trattenermi perch tutto sia stabilito con esattezza. Ma ripeto: nessun timore e nessuna agitazione.
Io sto benissimo e coi soldi inviatimi mangio benissimo e abbondantemente. Me la passo leggendo molto, fumando. Sono tranquillo e soltanto il pensiero che tu possa essere inquieta mi turba; ma spero che questa lettera e la precedente ti tranquillizzeranno.
Non so se tu sia sempre l o se tu sia in villeggiatura. Vorrei saperti gi in villeggiatura e spero che la cara Grazia ti raggiunga presto.
Per finire ti racconter la mia giornata: sveglia alle 6.30, latte e pane, passeggiata in cortile, rancio che io completo con due uova, lettura, alle 16.30 mangio carne, patate, talvolta formaggio. Alle 20 silenzio. Dormo benissimo le mie dieci ore per notte. Sto in una cella arieggiata, pulitissima, veramente igienica.
Vorrei inoltre notizie di Sergio, se va in Libia, come sta, ecc.
Vi ringrazio ancora infinitamente del denaro. Per concludere:
1) ho la coscienza tranquilla e perci non temo alcuna conseguenza;
2) ho avuto assicurazioni precise da parte del funzionario sulla mia imminente liberazione;
3) sto bene, mangio bene, dormo bene;
4) vi scongiuro di non agitarvi e di prendere la cosa serenamente nelle sue debite proporzioni;
5) tra pochi giorni vi riabbraccier.
Ed ora vi mando i miei saluti pi affettuosi e baci, sicuro di riabbracciarvi tra poco
vostro figlio e fratello
17.7.[1939]
Miei carissimi,
per quanto nulla ci sia di nuovo vi scrivo essendo oggi, luned come venerd, giorni di lettere.
Il funzionario non  venuto per cui non posso che confermarvi quanto scrissi nella mia precedente di venerd.
Tutto procede regolarmente: oggi ho fatto anche il bagno di cui sentivo urgente bisogno.
Leggo molto, poich il cappellano, preposto al servizio dei libri, mi tratta con grande gentilezza e mi ha prestato un libro di filosofia e diversi classici latini. Posso cos saggiare i miei vecchi ricordi liceali e quello che pi importa passare presto il tempo.
Sto sempre bene, mangio e dormo regolarmente. Sono tranquillo e la mia sola preoccupazione  che voi non vi agitiate e passiate invece serenamente il poco tempo che ci divide.
Penso sempre alla mamma e spero che essa si riposi in villeggiatura.
Abbiate tutti i miei affettuosi saluti e baci. Spero di potervi essere pi preciso nella mia prossima di venerd
vostro figlio e fratello
21.7.[1939]
Miei carissimi,
vi scrivo anche oggi per quanto non ci sia nulla di nuovo.
Il funzionario non  pi tornato da mercoled 12 scorso.
Non preoccupatevi per perch come gi vi scrissi nel mio affare non c' nulla di grave e, secondo le parole del funzionario, la conclusione favorevole non pu pi tardare.
Me la passo serenamente leggendo. Ho riletto ieri il Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare ed ho incontrato, in esso, il folletto Puck, quel folletto che mi spinse a dare tale soprannome alla cara nipotina.
La spero bene, sorridente e grassottella ed immagino che i denti non saranno pi soltanto due.
Rinnovo alla mamma la preghiera di stare tranquilla e di attendere serenamente la prossima conclusione. Scusatemi la scrittura dovuta ad un pennino degno dell'ufficio delle poste.
Sperando di esservi preciso nella prossima, vi bacio con tutto il mio affetto
vostro figlio e fratello
27.4.[1939]
Miei carissimi,
fedele alla promessa vi scrivo anche oggi per quanto, purtroppo, non ci sia nulla di nuovo. Questo ritardo non deve per allarmarvi poich le ricerche per accertare la verit delle mie affermazioni si compiono in Svizzera e ne consegue naturalmente un maggiore indugio.
Sto benissimo e questo tempo incostante, se nuocer alla vostra villeggiatura,  a me grato per il fresco che apporta.
Penso costantemente a tutti voi e specialmente alla mamma.
Sono preoccupato per lei che so agitarsi facilmente: dal profondo del cuore le assicuro che non temo per me, ch sono tranquillo, sereno e sicuro di me stesso.
Mangio bene, riposo bene e me la passo coi libri di storia e coi romanzi che ricevo dalla biblioteca circolante.
I soldi che mi avete inviato e di cui non so come ringraziarvi mi permettono appunto di completare i pasti e di fumare delle sigarette.
Dunque state calmi e siate certi della mia serenit e tranquillit.
Spero di darvi notizie precise nella mia prossima di venerd. Intanto vi bacio con tutto il mio affetto
vostro figlio e fratello
28.7.[1939]
Miei carissimi,
ancora nessuna novit. Attendo di giorno in giorno la venuta del funzionario, che ormai non vedo da pi di due settimane (sedici giorni).
In complesso nulla di nuovo. La mia vita prosegue regolarmente, e godo di ottima salute. Mangio dormo bene e, come sempre, me la passo leggendo.
Pensando che questa lettera vi arriver verso il 3 agosto, voglio esprimervi gli auguri pi sentiti e pi affettuosi per la cara Puck. Presto avr un anno e chiss quante cose nuove sapr fare. Spero che superer senza disturbi il caldo, d'altronde relativo, di quest'anno. E chiss se si ricorder di suo zio quando lo rivedr, ch ormai sono quasi due mesi che non la vedo.
Raccomando quindi come sempre la massima tranquillit e serenit. Bisogna aver calma per questo poco tempo e confidare nella soluzione che come vi dissi non pu che essere assolutamente favorevole. Questione di pazienza.
Abbiate quindi tutti i miei saluti pi affettuosi e i miei baci
vostro figlio e fratello
31.7.[ 1939]
Miei carissimi,
finora nulla di nuovo. Non ho ancora visto il commissario e perci tutto  allo stesso punto. Non allarmatevi per questo ch in queste cose  necessaria la pazienza e la serenit. Ed io continuo a passare i giorni colla massima calma.
Sto bene e mangio bene colle nove lire che aggiungo al pasto quotidiano e specialmente sacrifico alle sigarette.
Ho libri e riviste e sufficienza da leggere tutto il giorno. Dormo tranquillamente.
Vorrei essere sicuro che voi e specialmente la mamma non vi agitate e sopportate con calma il distacco.
Ricordo che alcuni giorni prima del mio fermo la Gigliola compr i nuovi occhiali.
Spero che le vadano bene e che la soddisfino come la soddisfacevano in principio quelli che le ho regalati.
Auguro ogni cosa a voi tutti e vi abbraccio col pi grande affetto
vostro figlio e fratello
4.8.[1939]
Miei carissimi,
non ho avuto ancora nessuna notizia. Il commissario non viene da ormai 23 giorni.
Bisogna avere pazienza e calma.
Del resto sto benissimo in tutti i sensi. Mangio bene, dormo bene. Leggo parecchio per far passare il tempo.
Ho adesso una cella pi spaziosa, soleggiata (quando c' il sole...) aereata.
Il mio pensiero  rivolto sempre a voi e non occorre dire quanto mi faccia soffrire il pensiero della mamma.
Spero che la Grazia e la Puck le facciano compagnia e la distraggano.
Presto ricorrer il terzo mese dal nostro lutto cos doloroso, coraggio.
Saluti affettuosi, baci a tutti da
vostro figlio e fratello
PS - Se potete rinnovare l'invio del denaro, ve ne sar enormemente grato. Spero che non avr da consumarlo tutto, ma non vorrei trovarmi senza soldi.
7.8.[1939]
Miei carissimi,
vi scrivo anche questa volta senza potervi comunicare nessuna novit.
Il commissario non  ancora venuto e perci io sono sempre in attesa della soluzione.
Sto bene come sempre. Il tempo fresco allevia la pesantezza del soggiorno qui.
Non ho veramente da lamentarmi di nulla.
Leggo sempre parecchio per far trascorrere pi lieve la lunga attesa.
 inutile che vi ripeta come io pensi a voi sempre con affetto profondo e quanto mi preoccupi per la salute e per la quiete della mamma.
Spero sempre che essa trascorra con serenit i giorni e che non si agiti.
Vi abbraccio col pi grande affetto sperando di darvi qualche notizia risolutiva la prossima volta
vostro figlio e fratello
11.8.[1939]
Miei carissimi,
 venuto ieri il commissario, il quale mi ha rassicurato sull'esito dell'inchiesta e mi ha consegnato le 200 pi 200 lire.
Ve ne ringrazio moltissimo.
Ho saputo le vostre buone nuove che mi hanno tranquillizzato. Godo nel sapervi in riposo e ho piacere che alla mamma facciano compagnia le care sorelle e la Puck. Sto benissimo come sempre. Oggi ho fatto per la seconda volta il bagno e mi sento ancor pi sollevato.
Nella prossima lettera datemi notizie vostre dettagliate, che mi fanno molto piacere.
Vi saluto e vi bacio affettuosamente
vostro figlio e fratello
17.8.[1939]
Miei carissimi,
sono in attesa della venuta del commissario, che non tarder di venire ad interrogarmi e a darmi una risposta risolutiva.
Sto bene, mangio e dormo ottimamente.
Penso costantemente a voi tutti e spero siate sempre in buona salute, approfittando di questi ultimi giorni di villeggiatura.
Adesso che il tempo si  ristabilito, spero che le sorelle si rifaranno abbondantemente dei giorni passati. Spero che la mamma conservi sempre la sua tranquillit e si prepari alla cura di Montecatini.
E di Sergio?
Cos vi saluto e vi bacio affettuosamente augurandovi ogni bene
vostro figlio e fratello Eugenio
PS - Volendo potrete scrivere direttamente qui e di questo vi sar molto grato.
Siccome, poi, la biblioteca interna  in corso di riordinamento e inventario, vi sarei infinitamente grato se vorrete inviarmi dei libri. Essi debbono essere nuovi e quindi intonsi. Potreste acquistare quelli dei carretti, editi da Barion "S. A. Casa Edizioni Popolari" a 2,50 o 3 lire, o quelli di Bietti o infine quelli della "Ala" o Modernissima, tutte edizioni popolarissime.
Vorrei Dante Divina Commedia, Ariosto Orlando Furioso, De Sanctis Storia della letteratura italiana, Tolstoj Guerra e Pace; romanzi di London, Blasco - Ibaez e infine Wodehouse.
Quanto a soldi, sto bene avendo ora 450 lire, che nella peggiore delle ipotesi, dovrebbero bastarmi per due mesi. Scusate il lungo post scriptum e, salutandovi nuovamente, vi abbraccio
Eugenio
20.8.[1939]
Miei carissimi,
ho visto gioved il commissario il quale mi ha assicurato che avrebbe accelerato i tempi venendo a interrogarmi spessissimo, un giorno s e un giorno no.
Credo poi che egli dar il permesso per i colloqui, permesso che tu dovresti richiedere alla questura di Milano.
Penso cos che potresti accompagnare la Grazia e Puck a Milano alla fine della villeggiatura e venire cos a trovarmi. Non c' premura, potresti venire al principio di settembre.
Sto benissimo, mangio e dormo ottimamente. Ho ricevuto le altre 200 lire di cui vi ringrazio sentitamente. Per ora per non ho bisogno di altro avendo a mio nome L. 620 che alla media di 7 o 8 lire al giorno hanno da bastarmi per un pezzo, anche nell'ipotesi di un lungo soggiorno qui.
Aspetto vostre notizie dettagliate, mettetemi al corrente dei vostri movimenti e di tutto: avr cos il piacere di partecipare, sia pure indirettamente, alla vostra vita.
Continuo a pregare la carissima mamma di mantenere la sua serenit. Tutto andr bene!
Vorrei quindi pregarvi di mandarmi un vestito di quelli vecchi, mettendo su di esso dei bottoni - ben saldi - nella cintura a destra in modo che si tenga anche senza la cinghia, che qui non  permessa. Inviate anche le pantofole di pelle e diverse (4 o 5) paia di calze robuste.
Inviate pure due maglie di cotone.
Credo che di queste provviste non ci sar bisogno, ma gi che dovete spedire i libri, spedite pure questi effetti di vestiario.
Spero di finire presto il monologo e avere quindi la gioia di una corrispondenza dialogata con lettere vostre di voi tutti. Vi abbraccio e vi bacio affettuosamente
Eugenio
24.8.[1939]
Miei carissimi,
ho ricevuto con immenso piacere la lettera della mamma del 15 corr. Come gi vi scrissi una settimana fa, sar bene che d'ora in poi indirizziate le lettere a me personalmente nel carcere giudiziario di Milano, via Filangieri.
Ho visto marted il commissario che mi ha assicurato sull'imminente definizione della inchiesta: del resto tutto va bene ed ogni cosa segue il suo corso regolare e rassicurante. Egli mi ha inoltre assicurato il permesso dei colloqui, e perci basta che voi ne facciate richiesta alla R. Questura di Milano - ufficio politico, richiesta che verr senz'altro accolta.
Perci spero che verso il principio di settembre mi sar dato rivedere almeno la cara mamma.
Ho visto con gioia la sua lettera piena di serenit e di fiducia e la prego perci di mantenersi tale per questo poco tempo che ancora ci divide dalla fine delle mie peripezie.
Io sto benissimo e sono tranquillo, mangio e dormo ottimamente. Sono sereno perch fiducioso sulla prossima conclusione.
Soltanto mi mancano ora i libri e mi sfogo leggendo con l'avidit di un vecchio tifoso, la Gazzetta dello sport e, colla minuzia di un pensionato, la Domenica del corriere, che per son poco cibo alla mia nota mania di letture. Ora io vi scrissi una settimana fa di inviarmi quei libri: ho sbagliato o meglio mi vennero date indicazioni errate. Occorre che i libri siano inviati direttamente dalla casa editrice, perci scrivo oggi alla Grazia di farmi mandare da Barion i libri che vi ho gi indicato. Mi dispiace per il contrattempo e per la spesa inutile che gi avrete fatto, ma pazienza! Vi sar grato se vorrete poi corrispondere a Grazia l'importo che avr speso.
Vi avverto infine di non meravigliarvi se la posta funzioner con una certa irregolarit, dipende dal sovraccarico di lavoro dell'ufficio posta del carcere.
Infine, avendo saputo della presenza di Grazia a Milano, la incaricher direttamente di portare qui gli indumenti che mi occorrono. La incaricher pure delle calze e voi sarete pure cos gentili da inviarle il denaro che spender.
Scrivete: mi distrarr almeno dalla congerie di notizie sportive che affastello nella mia mente di tifoso. Vi bacio con tutto il mio affetto sperando di vedervi presto
Eugenio
27.8.[1939]
Miei carissimi,
sono sempre in attesa di vostre notizie, che attendo impazientemente.
Sto benissimo e tutto procede regolarmente.
Ho visto ieri il commissario e l'inchiesta sta per essere compiuta.
Non dubito perci che le vostre lettere non mi rechino ancora la consolante assicurazione della vostra serenit.
Spero che la mamma abbia disposto come tutti gli anni per la cura di Montecatini di cui immagino avr particolare necessit.
Attendo infine la vostra venuta a Milano, che immagino verso i primi di settembre, e, in tale occasione, il colloquio, che come vi dissi sar senz'altro concesso.
Saluti affettuosi, baci
Eugenio
31.8.[1939]
Miei carissimi,
sono ancora in attesa di vostre nuove.
Sto benissimo e tutto procede normalmente.
Nel caso dovesse succedere qualcosa, vi consiglio di andare al Dolo ad abitare vicino allo zio Ludovico, che vi potr essere di appoggio. Oppure col nonno. In ogni caso non fissate nulla per Milano. Coraggio, calma e vedrete che tutto andr bene. Vi bacio e vi abbraccio affettuosamente
Eugenio
Per me nessuna preoccupazione. Tutto va bene e le prospettive sono sempre le stesse!
7.9.[1939]
Miei carissimi,
vi scrivo ugualmente per quanto attenda per oggi, o al massimo domani, il colloquio.
Colgo questa occasione per pregarvi di pensare ad una vostra eventuale sistemazione in campagna o a Ferrara.
Io penso che ne potreste scrivere allo zio Ludovico(180).
Sto bene come constaterete de visu.
Vi saluto affettuosamente e vi bacio
Eugenio
10.9.[1939]
Miei carissimi,
ho ricevuto ieri l'Orlando Furioso e una lettera del 31.8. Vi ringrazio moltissimo per la bellissima edizione dell'Orlando Furioso, come vi ringrazio delle buone espressioni della vostra lettera.
La mamma sar a M. Catini e mi tarda il saperla ben sistemata e serena nel seguire le sue necessarie cure.
Vedo che in parecchie vostre mi spronate a scrivere: io ho sempre scritto regolarmente nei giorni indicati e ve ne persuaderete se farete il riscontro delle lettere.
Sto benissimo e me la passo leggendo: ormai sono tranquillo da quel lato poich non dubito che tra pochi giorni avr i sette romanzi di Blasco-Ibaez.
Spero infine che nel corso di questa settimana avr il piacere di vedere le care sorelle, se come credo il permesso al colloquio  settimanale.
Vi abbraccio affettuosamente
Eugenio
17.9.[1939]
Carissima mamma,
ho ricevuto venerd la visita delle care sorelle, le quali mi hanno confermato il tuo vecchio indirizzo. Ti scrivo cos soltanto oggi secondo le tue indicazioni.
Sto benissimo e sono tranquillo. Me la passo, come sempre, leggendo. Alle vostre cortesi ed affettuose profferte non ho da rispondere altro se non che per adesso non mi occorre nulla.
Spero che tu ti sia sistemata bene come gli altri anni ed, avendo sentito anche dalle sorelle, come ti sia necessaria la cura, ti prego di attenerti alle prescrizioni del medico, svolgendo la cura tranquillamente e completamente.
La Grazia mi ha inviato le fotografie della Puck assieme alle tue e ho trovato la cara Lucianina molto bene, specie nella fotografia "seduta".
Scrivo soltanto a te, sapendo che trasmetterai i ringraziamenti e le notizie alle sorelle e a Sergio, di cui ho saputo con piacere il molto lavoro e la vita tranquilla.
Le sorelle mi hanno trasmesso i saluti dello zio Ludovico, che ringrazio sentitamente.
Venerd o sabato avr il colloquio settimanale, che attendo sempre con piacere.
Saluti affettuosi, baci a te e ai fratelli. Un saluto e un ringraziamento particolare alla principessina Puck che si  degnata di inviarmi la sua effigie con dedica quasi autografa
Eugenio
24.9.[1939]
Miei carissimi,
scrivo direttamente a Milano supponendo che questa mia non raggiungerebbe la mamma a Montecatini.
Ho ricevuto una bella lettera da Sergio che so essere oggi a Milano.
Suppongo quindi essere questa la causa del ritardo nel colloquio e spero di vedervi oggi.
Sto bene e attendo sempre il decisivo interrogatorio. Quanto ai libri sono sfortunato poich il cappellano li ha trattenuti "in sospeso" non ritenendoli adatti. Vedremo se mi riuscir ad averne almeno una parte.
Vi saluto affettuosamente e vi bacio
Eugenio
8.10.[1939]
Miei carissimi,
speravo di vedervi ieri. Pazienza! vuol dire che sar per la prossima settimana.
Ho ricevuto il permesso per l'introduzione supplementare di indumenti. Porterete luned o gioved i seguenti capi:
1) pigiama (pesante)
2)cappotto
3) cappello
4) pull-over
5) coperta (non so se permetteranno l'entrata)
Asciugamani non occorrono, avendone io comprati due.
Sto benissimo, ho da leggere per qualche tempo libri della biblioteca interna. Ma potrete inviare lo stesso quello che ho richiesto aggiungendo: Dostoevskij: Fratelli Karamasov; Nievo: Confessioni di un ottuagenario.
Come osserverete dall'intestazione ho cambiato cella. Questa di adesso  molto soleggiata e ci si sta benissimo.
Spero di vedervi almeno questa settimana. Attendo vostre notizie dettagliate.
Scusate la scrittura illeggibile dovuta all'infelice posizione in cui  collocato tavolino e scranna.
Baci a tutti
Eugenio
26.10.[1939]
Miei carissimi,
dunque abbiamo avuto dopo quasi un mese la gioia di vederci: speriamo che adesso il colloquio si rinnovi settimanalmente. Vi sar grato se mi scriverete l'esito della vostra richiesta al commissario.
Sto benissimo, come avete constatato ieri, e vi ho trovati pure molto bene, poich immagino che anche il lieve raffreddore della mamma sia ormai cosa superata.
Per i libri credo di essermi spiegato sufficientemente ieri, ma in ogni caso ripeto per iscritto.
Dunque:
1) spedizione: in blocco di 6-7 volumi
2) De Sanctis: Storia letteratura; Saggi critici
Dickens: Davide Copperfield
D'Azeglio: Ricordi
Nievo: Confessioni
Dostoevskij: Karamasov; Idiota.
Attendo con impazienza la fotografia della cara Puck i cui progressi - nei racconti vostri - mi hanno riempito di gioia. Arriver certamente domani venerd che con marted  giorno di distribuzione della posta.
Come vedete oggi vi scrivo lungamente ed  merito di una penna ottima, contrariamente alla consuetudine.
Vi bacio affettuosamente
Eugenio
5.11.[1939]
Miei carissimi,
ho ricevuto ieri l'altro le vostre due lettere del 28 e 29 ottobre oltre ad una lettera di Sergio, cui rispondo oggi separatamente.
Venerd sono inoltre arrivati 5 volumi e precis. De Sanctis (2 v.) Dickens (2 v.) e D'Azeglio. Spero che nel corso di questa settimana mi siano consegnati, dopo i diversi visti.
Sono stato molto contento per la speranza che mi date di un prossimo colloquio, che attendo con impazienza.
Sto benissimo e trascorro i giorni tranquillamente.
Vi saluto affettuosamente e vi bacio in attesa di vedervi
Eugenio
12.11.[1939]
Miei carissimi,
ho ricevuto venerd la vostra lettera, che come sempre ho gradito moltissimo.
Sono arrivati i libri scelti da voi, scelta che ha incontrato i miei desideri. Essi per - come gli altri - stanno compiendo la via crucis dei visti: spero per che il primo pacco mi sar consegnato in questi giorni.
Sto benissimo e non ho bisogno di nulla.
Vi saluto e vi bacio con affetto
Eugenio
3.12.[1939]
Miei carissimi,
 stato per me un gran piacere di rivederci tutti riuniti e sono davvero grato a Sergio per la visita che mi ha fatto.
Sto benissimo e non preoccupatevi per gli occhi ch sono in riposo forzato (tranne Gazzetta dello sport e Domenica del corriere). D'altra parte oggi sto gi molto meglio e non mi bruciano pi.
Quanto ai libri, desidero i segg.:
Alfieri: Vita L. 3
Cervantes: Don Chisciotte, L. 6
Darwin: L'origine dell'uomo, L. 3
Dostoevskij: Delitto e castigo, L. 3
Settembrini: Ricordanze della mia vita, L. 3
Tasso: Gerusalemme Liberata, L. 4.
Dunque L. 22 da inviarsi a: Casa per Edizioni Popolari S.A., Viale Italia 42, Sesto S. Giovanni. Speriamo che il cappellano non mi faccia difficolt per Darwin...
Quanto al ritiro della mia roba, passate verso luned 11 o marted 12 della settimana ventura e vi sar consegnato un vestito (quello bleu) e varie cosette (calze, ecc.) che cercherete di accomodare se possibile.
Vorrei infine pregare la mamma di non preoccuparsi, di stare serena e tranquilla e di cercare di curarsi. Perch non va da un dottore per il male di schiena? o forse la camera che occupa  troppo umida. Bisogna aver coraggio ch gi tutto andr a finire bene. Come vedete, l'insinuazione della mamma non risponde affatto alla verit, ch ho scritto lungamente per il piacere di intrattenermi con voi.
Ed ora non mi resta che augurare che il ritorno dei colloqui sia accelerato e vi possa vedere un po' pi di frequente.
I miei ossequi alla signorina Puck e baci a tutti
Eugenio
NB - Pregare l'editore di inviare un pacco unico.
14.12.[1939]
Miei carissimi,
 stato per me un gran piacere di vedervi luned e il ricevere i vostri graditissimi auguri a voce. Pensavo che avreste pensato, - come gi baroccamente mi espressi, - ma tra il pensare e l'essere ci corre pi che il mare - giusta l'opinione comune a tutte le filosofie. E cos non manc l'effetto della gradita sorpresa. Oltre alla soddisfazione di veder conservate dalla vostra memoria le mie trascorse e, veramente, passeggere preferenze in fatto di dolci.
Ho avuto piacere di vedere la mamma con un aspetto migliore della volta precedente e mi auguro che la cura iniziata le sia veramente utile.
Io sto benissimo, leggo pochissimo in attesa delle 3.600 pagine di libri che avete ordinato, e che non sono nemmeno arrivate qui (dopo arrivati e mostratimi iniziano la strada dei visti). Cos nemmeno sono venuti per il ritiro della biancheria, che per non  urgente, visto che voglio consegnarvi il vestito bleu che giace da pi di 3 mesi in magazzino e calze rotte che d'altra parte non userei di inverno.
Ho ricevuto le vostre lettere del 5 e dell'8 dicembre. Sarei contento se scriveste regolarmente un giorno per settimana e, secondo l'esperienza, credo che impostando gioved o venerd si realizzi la congiunzione pi rapida.
Vi saluto affettuosamente e vi bacio
Eugenio
17.12.[1939]
Miei carissimi,
oggi non ho veramente nulla da comunicarvi. Sto benissimo e non soffro n freddo n umidit. Spero di avere presto vostre buone notizie. Non sono ancora venuti a ritirare la roba che intendo far accomodare da voi e nemmeno sono arrivati i libri.
Dalla biblioteca ho avuto a prestito la Frusta letteraria che  una rivista classica del '700, la Civilt Cattolica che  una rivista e Minerva che , nientemeno, la Rivista delle Riviste: mi pare di essere uno che voglia pranzare con svariati antipasti e si disgusta senza ristorarsi.
Attendo quindi con impazienza i massicci pasti dei miei libri di non meno di 500 pag., tutte filate...
Da cui vedete che la mia vita si svolge tra i due poli del cibo e della lettura e devo confessare che ad una simile linearit di interessi non ero ancora mai giunto.
Dopo queste divagazioni non mi resta che tornare al segno, salutandovi e baciandovi
Eugenio
28.12.[1939]
Miei carissimi,
ho ricevuto domenica sera, appena siete andati via, il pacco natalizio di cui vi ringrazio infinitamente che ho gradito moltissimo. Luned poi, sono arrivati i libri, i quali - come sapete - mi saranno consegnati dopo la serie dei visti.
Sto benissimo: mangio di buon appetito e dormo di gusto.
Ho passato il Natale bene mangiando un'ottima pasta asciutta, che ci  stata data invece della consueta minestra, alla quale ho aggiunto una bella bistecca di maiale, fedele alla mia antica teoria del compenso. Come vedete, calorie non me ne faccio mancare giusta i consigli della mamma, consigli igienici antiquatelli visto il nuovo principio delle vitamine. Noto per che sacrifico anche al nuovo nume (id est - vitamine) con ricche scorpacciate di arancie, mandarini e colla squisita frutta inviatami. Ho provato infine a seguire i consigli della Gigliola, tentando, tra crocchiare di giunture, alcune flessioni, ma mi sono visto cos buffo, che, anche nella perfetta solitudine della cella, ho smesso.
Dato il carattere di questa lettera gastronomico-igienico, non posso augurarvi altro che una felice digestione delle leccornie natalizie e delle prossime di Capodanno. Osservo a questo proposito che il mio tentativo di introdurre nei nostri costumi l'uso di scambiarsi il buon Natale*  caduto nel pi glaciale silenzio: credo invece di mantenermi nella tradizione augurandovi felice il nuovo anno.
Eugenio
*Per uno dei miei pi graditi ricordi infantili  l'albero di Natale che si andava a prendere in via Fabio Scoero.
11.1.[1940]
Miei carissimi,
l'avermi detto che volete mie lettere per divertirvi mi imbarazza venendo a sostituire al naturale scopo delle mie lettere un qualcosa di letterario, che mi induce adesso alla vergogna facendomi osservare p. es. la cacofonia della ripetizione di "lettere". Addio spontaneit! E mi sento come quei vecchi letterati che pubblicavano lettere al divino Omero o all'impareggiabile Tullio (come chiamavano familiarmente Cicerone).
Le volte precedenti vi ho raccontato le mie storielle igienico-farmacologiche, oggi potrei trattenervi sulle mie avventure nel regno dei poemi cavallereschi, ma de hoc satis. Posso dirvi che tutto segue il suo corso (non vi stancher usando la gallica routine) e che sabato si arriver alla conclusione.
Ho tentato di smettere di fumare, ma la carne  debole e la noia pessima consigliera: cosicch dopo un'astinenza di 36 ore sono venuto ad una complicata transazione colla mia risoluzione, transazione in cui la pipa ha avuto una parte di protagonista. Ne viene che desidero mi sia rimesso colla prossima entrata tale oggetto, il quale sar consegnato senza l'aggeggio di metallo, che custodirete bene.
Finisco, partecipandovi una mia osservazione: come il carcere ecciti le facolt letterarie.
Vedo questo da me, ma specialmente dall'infinit di rime che si leggono graffite sui muri del cortile, della cella.
Sentenze rimaste in cui si toccano i pi alti problemi della vita.
Risultato di queste osservazioni: ho un grande desiderio di rimettermi ai miei studi di fisica, pi o meno critica. Desiderio che spero realizzare presto.
I miei saluti pi affettuosi. L'espressione della mia soddisfazione alla Puck per la decisio
ne di venirmi a trovare(181)
Eugenio
14.1.[1940]
Miei carissimi,
sono comparso ier sera dinanzi alla commissione. Dopo tanti mesi mi sono rallegrato di uscire dall'isolamento ed ho potuto conversare coi colleghi confinanti. Siamo stati trasportati in un elegante autobus, senza manette od altro, per cui le vostre paure erano infondate. Nemmeno questa volta sono riuscito a determinare, neppure approssimativamente, l'ubicazione di S. Vittore, per cui non riesco tuttora ad immaginarmi di essere a Milano.
La commissione, che poi era una vice commissione perch c'era il vice prefetto, il vice questore, ecc. (perdonatemi in ragione della mia inesperienza il bisticcio), mi ha letto il verbale e, dopo mie brevi parole, sono stato licenziato. Sapr oggi o domani il risultato che d'altra parte non  dubbio(182).
Non pensate minimamente alla questione della traduzione a mie spese o meglio a vostre spese, che sarebbe buttare via una somma rilevante per guadagnare 5 o 6 giorni.
Da ieri a oggi non ci sono state variazioni rilevanti della mia salute che si mantiene sul "buono stabile" e, siccome la miglior norma per la previsione meteorologica  che domani far il tempo di oggi, mi spingo a credere, ad onta della scaramanzia, che star bene domani e dopodomani ecc. (la Grazia si toccherebbe il naso). Notate quell'"ecc.", che lascia il campo alle speranze pi inverosimili ed ai sogni pi stravaganti.
Attendo dopodomani la Puck accompagnata da voi. Baci
Eugenio
PS - Non posso tralasciare di notare che ier sera per ben due volte mi sono molleggiato nell'anticamera della commissione - su ampi divani di cuoio, - fumando sigarette ed intrattenendomi in amabili conversari. E nemmeno posso scordare la dolce presenza dei termosifoni e il molle pavimento di gomma. L'esperienza insegna - dunque - ad apprezzare anche le attese nelle anticamere...
* vuol dire post scriptum e non altro come la mia attuale condizione potrebbe farvi pensare.
Recentissime:
Cinque anni di confino!(183)
Prendetela tranquillamente sul mio esempio.
26.1.[1940]
Miei carissimi,
dopo un'attesa di tre giorni a Gaeta sono arrivato a Ventotene, dove mi sono alloggiato nel dormitorio comune. Sto benissimo. Non preoccupatevi per i soldi, ch mangio ottimamente con L. 3,80 al giorno.
Adesso sto sistemando la mia roba.
Quando avr le necessarie autorizzazioni, vi scriver lettere pi a lungo.
Intanto mi preme farvi sapere che il clima  meraviglioso e che al mare mi pare di rivivere.
Saluti affettuosi. Baci
Eugenio
Non preoccupatevi per qualche ritardo dovuto ad attuale carenza nel servizio postale del vapore.
3.2.[1940]
Miei carissimi,
credevo fosse necessario attendere l'autorizzazione per scrivere, ma mi  stato permesso di inviarvi cartoline brevi anche prima. Vi scriver cos regolarmente fin d'ora.
Sto benissimo e mi sono bene installato. Il clima bellissimo e l'aria libera mi hanno fatto benissimo. Mangio di buon appetito e dormo placidamente su un lettino elastico con materasso di lana. Ho cominciato a leggere qualcosa. Saluti affettuosi e baci a tutti
Eugenio
9.2.[1940]
Miei carissimi,
ho ricevuto la cara vostra del 29 gennaio le cui notizie mi hanno rallegrato moltissimo. Sto benissimo e l'aria marina, il moto mi dnno un ottimo appetito. Mangio perci abbondantemente e dormo bene. Ho trovato qui parecchi libri per i miei studi e sto rifacendo quel lavoro sui princpi della fisica, ch, tanto, difficilmente i miei vecchi appunti potrebbero essermi inviati. Per i libri lasciamo stare per ora e ci ripenseremo quando la mamma potr venire per qualche giorno a trovarmi.
Inviatemi invece i miei stivaloni ed eventualmente se c' ancora tra le mie "strazze" un paio di calzoni corti. Inviatemi gli scacchi, cercando di riparare prima la scatola, inviatemi gli occhiali neri (sole tirrenico) o quelle trappolette da applicare agli occhiali ordinari e infine un basco di n. 59-60.
Spendo L. 3,80 al giorno e mangio due piatti alla mattina e due alla sera. Poi faccio colazione con marmellata alla mattina, bevo t alla sera e qualche caff saltuariamente (discreto). Dormo dalle l0 alle 6.30, studio fisica e matematica su alcuni ottimi testi che io non possiedo a casa, leggo riviste e parecchi romanzi di cui  sufficientemente ricca la biblioteca della colonia. Passano cos i giorni tranquillamente e serenamente e durante la giornata non si arriva a fare tutto ci di cui si avrebbe voglia.
Abbiamo avuto giornate di meraviglioso sole, mare azzurro come da noi non si vede, Ischia in lontananza, agavi, quelle agavi che si trovano nane nei salotti, nelle campagne.
Vi saluto affettuosamente e vi bacio
Eugenio
25.2.[1940]
Miei carissimi,
avendo ricevuto l'autorizzazione a corrispondere con voi di Milano, celebro la circostanza inviandovi una lettera e non la solita cartolina. Ho ricevuto ieri l'altro la vostra del 20 febbr.
Iniziata la cura di olio di fegato di merluzzo, me ne trovo bene e digerisco tranquillamente 3-4 cucchiai al d. Salute veramente ottima, sonni tranquilli di 8-9 ore. Giornata: mi alzo alle 7-7,30, faccio una colazione e poi vado a leggere, studiare a l'aria su una specie di terrazza adiacente ai granili dove dormo e da cui si domina il mare e la vicina isoletta di S. Stefano. Mi sono fornito di una specie di sedia a sdraio e cos passo le ore fino alle 11, ora dell'appello mattutino. Quindi fino alle 12 passeggiata, poi pranzo, ritorno e quindi gi in terrazza fino alle 3.30-4 ore del II appello. Passeggiata fino alle 17.30, ora della cena. Passeggiata dopo cena e infine alle 7 appello serale e ritiro nel camerone. Prendo caff o t nel camerone, chiacchiero fino alle 8, quindi vado a letto e leggo fino alle 10,30-11. Tra pochi giorni, principio di marzo, l'appello serale sar fatto alle 8 e d'estate alle 9. Quindi altre ore di passeggio o di studio all'aria aperta.
Adesso per es., vi scrivo appunto dalla terrazza. Clima ottimo, si esce senza niente o al massimo col soprabito.
II cap. Fareste bene ad inviarmi una piccola parte di quei soldi di Sergio avendo speso qualcosa in pi per sistemarmi e comprare qualche libro che mi serviva. Ringraziate caldamente Sergio dello interesse che mi dimostra e assicuratelo che gli scriver personalmente non appena mi sar data l'autorizzazione necessaria.
III cap. Occhiali occhiali...
Con questo grido che ho tentato di trascrivere vi saluto affettuosamente e vi bacio
Eugenio
27.3[1940]
Miei carissimi mamma e Sergio,
ho ricevuto le care vostre del 12, 14 e 19 con un leggero ritardo che mi costringe a rispondervi soltanto adesso. Ho ricevuto oggi la lettera da Trieste.
Vi ringrazio moltissimo delle vostre buone nuove e delle affettuose espressioni contenute.
1) Visita. Cosa abbastanza difficile. Vi consiglio di attendere qualche tempo prima di fare la richiesta, che dovrebbe partire da voi. Quando veniste, avrei per molto tempo da stare assieme. Se la mamma viene sola, pu darsi che mi sia concesso di dormire fuori. In ogni caso si mangerebbe assieme e si potrebbe passare assieme tutta la giornata eccetto i brevi minuti dell'appello.
2) Mie necessit. Sto benissimo e vi pregherei soltanto di inviarmi 50 lire avendo fatto delle spese extra in questo primo tempo... [una riga censurata]... extra. Bevo il caff nel camerone tre volte al giorno: caff? Sbicia alla casalinga. Fumo qualche sigaretta, 1-1,50 al giorno. Per i giornali spendo 45 cent. alla settimana, lavo da solo (ed ho imparato benissimo). Ho per dovuto farmi suolare le scarpe non essendomi esse state fornite dalla direzione, cos ho dovuto spendere 12 lire per le riparazioni.
Vorrei inoltre che mi inviaste quei pennini duri colla punta un po' ricurva, che mi avete messo nel mio bagaglio. Mandatemene 12! Informatemi inoltre se esiste l'OTOPAX che sarebbe un affare da mettere nell'orecchio per non sentire i rumori (rumori della camerata).
[...] Saluti a tutti i parenti e chiudo augurandovi ogni bene e se non  troppo tardi gli auguri pasquali. Ma quando mai cade la Pasqua ebraica?
Baci
Eugenio
7.2.[1941]
Carissima Grazia,
ti scrivo per chiederti alcuni piaceri pur spiacendomi di trarre solo da cos interessati motivi l'occasione per scriverti.
Primo piacere: poich il dottore mi ha trovato una forma di nevrosi cardiaca, per la quale mi ha prescritto valeriana e strofanto, desidero che alla prima occasione che hai di vedere il tuo medico, tu richieda di consigliarmi una cura ricostituente del sistema nervoso che si accordi con la predetta cura e ne favorisca gli effetti. Vorrei sapere inoltre approssimativamente a che si debba attribuire, per quanto tale richiesta possa esser sciocca, non essendo il medico in grado di rispondermi senza vedermi; ma tu, conoscendo la vita che faccio, potresti ottenere qualche indicazione.
Desidererei infine che a parit di condizioni mi venisse consigliata una cura orale e non per iniezioni.
Secondo piacere: vorrei sapere esattamente come sta la mamma e se ha ancora i disturbi che lamentava l'estate scorsa. Poi un dubbio mi  insorto a proposito dell'ultimo invio di denaro: la mamma scrive al 10 gennaio di aver dimenticato di spedire il consueto vaglia; il vaglia di 200 lire viene spedito il 14. Era la mamma sprovvista di denaro o si tratta di una semplice dimenticanza ulteriore? E nel primo caso a quale ragione attribuire tale mancanza di denaro? Rispondi sinceramente perch mi sembra da altri accenni che abbiate qualche difficolt. In tal caso si potrebbe cominciare col sopprimere o limitare le spese dei libri. Sai poi se la mamma mi ha abbonato a quelle riviste che richiesi per il mio compleanno, ch nessun numero mi  ancora arrivato? Se lo ha fatto, scriverei perch lei reclamasse, nel caso contrario, meglio cos ch ho saputo di un notevole aumento nei prezzi di abbonamento.
Speriamo che sian solo "castellature" della mia fantasia e che tu ti arrabbi accusandomi di "filare", ma d'altra parte le vostre lettere sono cos laconiche ed i tempi sono cos difficili che simili preoccupazioni possono giustificarsi.
Chiedo infine a te come a Gigliola qualche lettera descrittiva, ch vorrei avere un'idea pi esatta della vita che adesso si conduce a Milano e del modo con cui risolvete i molteplici problemi di ogni giorno.
Mi scuso infine con Gigliola, per non avere chiesto a lei i numerosi piaceri, ma il fatto di indirizzare la lettera alla maggiore sorella non implica una rinuncia ai "servigi" che la minore pu offrirmi. D'altronde nella mia posizione di maggiore dei fratelli debbo pur far sentire quali privilegi ad essa si riconnettano...
Vi assicuro infine che tranne questo malessere al cuore, sto bene e studio sempre occupando pienamente le mie giornate in serene e fruttuose occupazioni (gli spiritelli comici e Puck, il Puck di Shakespeare, sorridono un po' ironici di questi smaccati autoincensamenti, ma ormai non possiamo che sorridere a nostra volta con qualche rossore di confusione).
Finite le confidenze della lettera ufficiosa continuo nella lettera ufficiale il piacevole colloquio colle sorelle. Dunque arrivederci all'altra pagina
Eugenio
Post scriptum epistulam "ufficialem":
Dal magro risultato della lettera ufficiale molte e proficue considerazioni si possono trarre, che io modestamente confido alla vostra intuizione ch le "moralit" non si usano pi esprimere esplicitamente: debbono o dovrebbero sorgere evidenti dai fatti stessi.
7.2.[1942]
Carissime sorelle,
 gi qualche tempo che mi rimprovero di non scrivervi direttamente. E per superare le mie note difficolt epistolari ho questa volta usato di un metodo un po' meccanico: ho preso fuori il mio quaderno di appunti ed ho consultato la lista di romanzi che ho ultimamente letto. Mi sono accorto che  stato un periodo di magra e che la nota da cui mi ripromettevo cos ampio materiale epistolare reca pochi e brutti romanzi, eccezione notevole ma gi sfruttata Moby Dick (a proposito  riuscita la Gigliola a venirne a capo?). Ho letto romanzi classici, ma ahim!, troppo classici per attrarre delle giovani donne moderne, romanzi che si possono leggere a Ventotene, dove la vita trascorre lenta, fuori dal tempo e dalle cose di oggi.
Vedo segnato un Rovani Cento anni, ed accanto, come un respiro di liberazione, milleduecento pagine, un "mattone" sulla Milano 1750-1850 con tutte le cianfrusaglie retoriche del secolo scorso; vedo qualche romanzo meno noto di Stendhal, ma le raffinatezze dell'egoismo - o come con trasparente eufemismo si usa dire - dell'egotismo intellettuale non convergono con gli interessi che possono rendervi attraente la lettura di un romanzo. Vedo infine - e me ne sono liberato ieri - un romanzo di Meredith e dubito che voi possiate appassionarvi al dramma di una miss bennata, ma ahim! desiderosa di spirituale indipendenza, che si fidanza ad un baronetto egocentrico e autocrate, e sulle soglie della chiesa del baronetto si disgusta, ma la parola data, l'onore... vedo gi per che conviene essere pi chiari e spiegare che il dramma  proprio imperniato sulla possibilit o no di rompere un fidanzamento. Anche per Ventotene era una questione stantia.
Vedete d'altra parte che sono abbastanza demoralizzato in fatto di romanzi, ch ho chiesto con la mia ultima la Fiera delle vanit di Thackeray, romanzo di costumi meritatamente noto nel 1880, ma forse altrettanto meritatamente ignorato dalle giovani donne d'oggi. Ricordo che lo leggeva - quand'ero a Firenze - il povero zio Ludovico.
Per cui non mi resta che venire a Canossa e a voi chiedere qualche consiglio per un bel romanzo moderno, chiudendo con la pi assoluta mancanza di attivo al mio bilancio bibliografico, ch non ho intenzione di passare al sancta sanctorum dei libri di studi.
Considerate infine come il metodo meccanico di scrivere lettere sia perfettamente fallito, per cui non mi resta che il rammarico di non possedere la ricca espressione dei propri sentimenti di Gigliola o la facile ed immediata freschezza di Grazia.
Vorrei far sentire a Puck quanto piacere mi faccia il ricordo che essa di me conserva, ringraziare Grazia che tale ricordo coltiva nella mente di Puck, vorrei corrispondere adeguatamente alle affettuose espressioni di Gigliola, ma tutto questo, non mi resta che compendiare nei pi affettuosi saluti a voi, Puck e congiunti
Eugenio
14.3.[1941]
Carissima Grazia,
non avevo mai dubitato della tua premura a mio riguardo, ma le due lettere che mi hai mandato mi hanno veramente toccato per l'interessamento e l'affetto che mi dimostri. Te ne ringrazio veramente di cuore.
Quanto ai libri da te consigliati, ne conosco alcuni: ho letto Tsushima, macchinosa e retorica e tronfia di passione sul viaggio della flotta zarista dal Baltico al Giappone; ho letto pure il Placido Don che purtroppo fa ricordare con troppa nostalgia i cosacchi di Tolstoj; ho letto e fui un tempo banditore entusiasta del Processo di Kafka, potente romanzo psicologico che per tocca certe corde che specialmente in noi risuonano troppo dolorosamente e pericolosamente. Di lui ho letto anche il Messaggio dell'Imperatore - raccolta di novelle. In una di esse si narra la trasformazione di un uomo in un sordido bacherozzo ed  tale la forza espressiva dello scrittore che quest'evasione fantastica dalla realt sembra convertirsi e si converte nel ritmo classico del migliore realismo.  edito poi da Frassinelli - quello di Moby Dick - con una copertina che  un capolavoro ed  stampato con un'impaginatura che ha fatto godere i miei spiriti estetizzanti.
Ma che questo tono laudativo non ve lo faccia comprare! Non perch non lo possiate apprezzare, ma perch son letture un po' malefiche. Bontempelli lo conosco abbondantemente e se in qualche passaggio arriva all'arte di Kafka  tutto sforzo logico e intellettuale, non emozione di poeta.
A proposito di libri mi fai ricordare che le Lettere di una novizia hanno avuto successo e penso - maliziosamente - che la tua avversione sia un po' l'autodifesa della femminilit. Ricordo di aver conosciuto una rugiadosa e molliccia fanciulla di cui la Novizia  il vero ritratto (se Eugenio parla di donne, non  per parlarne bene).
Per concludere la questione dei libri, non preoccupartene per adesso; ch non ho tanta voglia di leggere. Ho letto un libro - per - che bene si confaceva alla mia indolenza attuale: la nuova edizione di Michelaccio di Baldini, uno scanzonato elogio della "negghienza" scritto in un italiano superbo.
Ti ringrazio ancora e sperando di leggerti presto ti abbraccio con affetto
Eugenio
4.9[1941]
Miei carissimi,
ho ricevuto la cara vostra del 15...
Ho letto che vi preoccupate ancora delle pratiche per il mio trasferimento all'interno: vi ho gi scritto delle mie preoccupazioni di essere invece trasferito in qualche altra isola (Ustica, Tremiti) cosa che non desidero affatto. Vi sono grato di questo vostro interessamento, che temo ormai vano. Ringrazio particolarmente Grazia di tutte le premure.
Sto benissimo e vi ringrazio per tutte le vostre cure.
Per tutti infine formulo i pi fervidi voti augurali per questo Capodanno, lieto che il vostro trasloco vi consenta di passarlo, serenamente e tranquillamente, in quell'incantevole localit.
Vi abbraccio con affetto
Eugenio
4.9[1942]
Miei carissimi,
vi scrivo ringraziandovi del vaglia che mi  arrivato oggi prima della lettera - non ancora pervenutami - e scritta prima di esso.
Sto benissimo: il tempo  buono e spero che tale si mantenga fino al vostro arrivo. Faccio ancora qualche bagno. Mangio uova a 3 lire al kg., fichi a 2 lire. Sabato e domenica mangiamo qualche buona bistecca ai ferri. C' abbondanza di patate, fagioli e lenticchie. In complesso l'alimentazione  discreta. Spero cos di potervi accogliere bene anche per i cibi.
Vi pregherei di mandarmi quanto prima una lampada ad acetilene di tipo bicicletta: la vorrei robusta con un cono di luce abbastanza largo. Non occorrono - evidentemente - i sostegni speciali che mi servirebbero per leggere alla sera.
In attesa di leggere particolareggiate vostre nuove, vi abbraccio con affetto
Eugenio
NB - Acetilene, di quelle a carburo comuni. Spedite anche qualche beccuccio di ricambio. Se non trovate t, potreste portare una bottiglia di grappa (sic) comune da fare un beverame caldo invernale.
12.9.[1942]
Miei carissimi,
e cos riprendiamo i consueti rapporti epistolari dopo la felice vicinanza ed il pi immediato colloquio.
Non so come ringraziarvi di tutte le bont che avete avuto per me, prima fra tutte quella di portarmi qui la cara Luciana, della cui bellezza, intelligenza ed affettuosa espansivit ho avuto viva e profonda impressione e ammirazione.
Non posso ringraziarvi d'aver portato la Gigliola, ch essa  venuta di sua molto spontanea e libera volont e di questo atto affettuoso sono stato molto toccato. La sua sensibilit e le sue attenzioni mi hanno fatto ritrovare la Gigliola della nostra vecchia e felice vita familiare.
E avendo ringraziato le novizie, passo a ringraziare le veterane di Ventotene che di questa visita annuale han fatto una consuetudine che mi  cos cara.
Spero di avere accontentato le mie ospiti e di aver loro - in qualche modo - espresso la mia contentezza e riconoscenza per la gioia di averle viste, interrompendo cos lietamente la monotonia ventotenese.
Suppongo abbiano avuto propizio il ritorno e che ormai dopo le inevitabili tappe si ritroveranno verso la fine di questa settimana tranquille a Milano, riprendendo le loro abitudini in vista di una permanenza prolungata a Milano.
Auguro, infine, alla mamma di approfittare nel modo consueto della cura di Montecatini e concludo salutandovi ed abbracciandovi
Eugenio
10.1.[1943]
Miei carissimi,
proprio oggi - quando avrei parecchio da scrivervi - entra in vigore una nuova disposizione che limita la corrispondenza ad una lettera di 24 righe e una cartolina da spedirvi settimanalmente al sabato. Dedico perci la lettera alla cara Gigliola, la cartolina a voi. Vi ringrazio anzitutto delle care vostre del 28.12 e 5.1, e come pure del vaglia - oggi regolarmente pervenutomi. Ringrazio Sergio delle cordiali espressioni che ricambio con affetto, rallegrandomi delle sue buone nuove e di quelle confortanti sulla salute della mamma. Ringrazio la Grazia del bellissimo e gradito libro di Tolstoj - che mi  stato consegnato qualche giorno fa. La ringrazio pure dell'esauriente descrizione di "Casa Soncini". Vi chiedo esaurienti notizie sulla salute di Gigliola e della neonata: peso, ecc. Spero che me le fornirete regolarmente.
Mi rallegro infine con la mamma che godr adesso di una nuova nipotina e quindi di gioia per lei cos cara e di affetti in cui si rinnova la sua vita. Io sto benone: vi ringrazio di tutto e del vaglia e dei pacchi di cui vi ho gi scritto. Vi abbraccio con affetto e vi prego di ricordarmi alla cara Lucianina che godr ora nientemeno che di una cuginetta
Eugenio
20.2.[1943]
Miei carissimi,
ho ricevuto la cara vostra del 12. Mentre vi ringrazio delle affettuose premure per me, vi prego di darmi qualche notizia pi precisa dello sviluppo di Raffaella che so soltanto bionda occhi-azzurro, come pure sulle condizioni di Gigliola, della mamma e degli altri cari Grazia, Sergio e Luciana. Io sto benone: grazie al ritmo ed alla composizione dei pacchi, cresco di peso e lavoro con soddisfazione. Tenevo e tengo una specie di registro dei libri letti e studiati: ogni tanto guardo con compiacimento i lunghi elenchi che succedono alla sparuta schiera della primavera e dell'estate scorsa. E questo compiacimento si converte in tanta gratitudine per voi tutti. Purtroppo i due pacchi, pervenutimi mercoled e oggi, sono giunti scondizionati e manomessi: uno conteneva 8 dei 15 pacchetti annunciati; nell'altro la farina lattea, rovesciatasi, ha intriso e caramellato la pasta, mentre olio burro e fagioli sono arrivati intatti. Entrambi mi furono, poi, consegnati negli imballaggi di fortuna delle poste, essendosi sfasciate entrambe le deboli scatole. Vi prego, quindi, di curare meglio la confezione:  spiacevole per me e per voi, vedere perduta parte degli sforzi fatti per raccogliere i pacchi. Dovreste seguire questi consigli: 1) usare sacchettini di tela o barattoli ben chiusi; 2) avvolgere tutto in carta grossa o, meglio, catramata; 3) chiudere in un sacchetto di juta o di tela robusta, cucito attentamente. Qualora non disponiate di tela, mettere in una cassettina di legno, ben inchiodata, e avvolgetela poi, in carta grossa o catramata. Vi rispedirei gli imballaggi, ch tanto bastano 3 lire. Il tabacco potete inviarlo come "campione senza valore" in piccoli pacchettini, molto robusti, o in sacchettino di tela, ben cucito. Assicurate i pacchi, raccomandate i campioni senza valore. Esaurito il breve corso di "scienza delle spedizioni" - empirica, ma non inutile scienza -, vi ringrazio dei pacchi annunciatimi. Il contenuto mi  molto gradito ed, indubbiamente, apprezzo e so dosare il valore nutritivo del plumcake e dei biscotti: tuttavia vedete se non li potete sostituire con pane biscottato, risparmiando notevolmente anche in relazione al diverso potere nutritivo. Di t ho una scorta notevole. Di indumenti, idem. Tutt'al pi desidero una federa da cuscino, che potreste, al caso, inviare, utilizzandola come imballaggio. La marginalit del desiderio vi indichi quanto abbondantemente io sia provvisto di indumenti. Ad una lettera dedicata a me, rispondo egoisticamente con una lettera in cui parlo solo delle mie cose, ma la colpa  anche vostra: ben pi volentieri avrei scritto d'altro se voi me ne aveste dato occasione, parlandomi di voi e delle vostre cose con pi diffusione o solo con qualche diffusione. Con affetto vi abbraccio
Eugenio
22.5[1943]
Miei carissimi,
ho atteso inutilmente vostre care nuove. Ho ricevuto il pacco speditomi il 13 (farina gialla, fagioli, pasta, tabacco, t) di cui vi ringrazio molto e che mi  giunto graditissimo.
Vorrei chiedervi un grande piacere: avrei bisogno di due o trecento lire che gradirei a titolo di prestito. Voi me le scalerete a 50 L. al mese sul mio mensile. Mi servirebbero per rilevare un pezzo di terra che aiuterei a coltivare e che mi consentirebbe una piacevole ed utile distrazione. Lo chiedo a titolo di prestito poich rientrerei facilmente e rapidamente in possesso della somma anticipata. Non crediate si tratti di una iniziativa eccentrica od avventata poich lavorerei assieme ad uno pratico di tale lavoro.
Novit: nessuna. Sto benone e attendo con impazienza vostre notizie che mi fate piuttosto desiderare. Adesso attendo anche una vostra risposta in merito. Vi abbraccio con affetto
Eugenio
25.7.[1943]
Miei carissimi,
ho ricevuto il vostro vaglia di cui vi ringrazio moltissimo e la cartolina del 14, le notizie della quale mi hanno fatto molto piacere. Oggi vi ho telegrafato, ch, pur non essendovi alcuna novit, ho voluto tranquillizzarvi: purtroppo temo che il telegramma vi giunga quando sarete gi in viaggio per Ferrara. Vi voglio avvertire in linea generale di non preoccuparvi per me, ch qui sono prese tutte le disposizioni per la nostra sicurezza. Soltanto non dovete allarmarvi in caso di mio silenzio, poich le comunicazioni si faranno molto irregolari. Dovreste anzi spedirmi il vaglia per telegrafo, mentre io - se sar il caso - vi telegrafer mie notizie, qualora mi sembrasse doveste attendere troppo a lungo. Voglio spedire domani il famoso ricordino a Luciana, cui invio i miei pi affettuosi auguri e voti di benessere per il suo compleanno. Il ricordo  questo, quello per ricordare questo ricordo arriver un po' in ritardo. Vi abbraccio con tutto il mio affetto
Eugenio
 [Sul "manuale" di Bucharin](184)
I
1. Premessa sul metodo(185)
Di fronte ad un'opera che mostra innegabili pregi costruttivi e compiutezza logica interna, l'opera di chi - rimastone insoddisfatto - si accinge ad un lavoro di critica, incontra varie difficolt cui  opportuno accennare allo scopo di intendere il metodo che si vuol seguire per fare del lavoro critico non solo un'affermazione polemica, ma l'avviamento ad una genuina comprensione della "dottrina".
La meccanica contrapposizione di asserzione ad asserzione, come la generica individuazione di taluni aspetti fondamentali, non pu essere ritenuta sufficiente: contrapponendo asserzione ad asserzione - in una specie di dialogo polemico - si perde di vista la costruzione, il metodo e si finisce per ottenere una lastra "negativa" della "positiva" offertaci dall'autore.
Vuote generalit finir per esprimere colui che si ritiene soddisfatto di bollare con qualche "ismo" l'opera studiata senza rendersi ragione delle esigenze che hanno mosso l'Autore e che deformandosi hanno dato luogo a quei pi appariscenti errori. Da questo metodo di orgogliosa sufficienza  specialmente necessario che ci guardiamo noi, che - cresciuti in un clima culturale profondamente pervaso di idealismo attraverso ai modi ed agli strumenti tradizionali del processo logico - facilmente siamo portati a guardare con quella tal sufficienza alle manifestazioni di diversa origine e specialmente a quelle che traggono origine da contaminazioni naturalistiche e scientiste della storiografia.
Gi da questi brevi accenni si precisa il metodo che vorremmo seguire, - metodo genetico, secondo la locuzione di Labriola: - determinare le esigenze dell'Autore e di esse ricercare origini e contaminazioni sociali e storiche. Riconoscere, in tal modo, i problemi che sono essenziali alla sua particolare struttura filosofica per ridurli, quindi, nel quadro generale della dottrina, cercando di definire la validit ed i limiti di questa.
2. Anarchia della filosofia borghese e classificazione delle scienze nel pensiero dell'Autore
L'esigenza prima dell'Autore  la fondazione di una base incrollabile da cui muovere nella ricerca sociale e storica: "Basta colla confusione e colla vanificazione dei problemi nella nebbia metafisica! - sembra affermare fin da principio l'Autore. -  tempo di costruire qualcosa di solido! La borghesia ci ha irretiti nelle sue metafisicherie fino a far svanire ogni nostro problema e ogni nostra affermazione nel metodo e nella storia, ossia in qualcosa che per definizione  indefinibile, quasi immediata intuizione spirituale. Il proletariato deve contrapporre - anche nella filosofia - all'anarchia borghese l'ordine e la nettezza della costruzione sociale. E prima di tutto mettiamo a posto anche codesta nostra dottrina! Cos' questo suo essere inafferrabile che persino alcuni di noi rifuggono dal classificare, dal mettere nella dovuta nicchia? Ergo: classificazione delle scienze e nel nitido casellario il preciso tiretto della dottrina".
Ecco espresso nel modo pi banale l'animus col quale l'A., si  accinto al suo compito: il quale animus fa un po' rabbrividire i nostri bene educati cervelli - abituati alla discorsiva lievit di un Labriola - e ci fa pensare al classico toro nel negozio di porcellane. Ma il modo col quale tale esigenza  posta e sviluppata non deve indurci a condannarla sic et simpliciter.
3. Identit idealistica di storia e filosofia - identit critica di storiografia e filosofia
Posto che la dottrina non  un sistema uscito bell'e compiuto dal cervello di qualche filosofo, posto che non  un "organon" metafisico che abbracci la totalit dell'essere conoscibile in una fitta rete di deduzioni, non resta tuttavia giustificato il punto di vista di coloro che vedono la dottrina realizzarsi solo nella specifica monografia storica, quasi anima ineffabile della concreta ricerca ed in questa sempre rinnovantesi. Questo punto di vista deriva da un incauto mutuare allo idealismo dell'identit di storia e filosofia, identit che nella dottrina assume ben diverso significato.
Nell'idealismo la storia  processo, che si realizza nel mondo dei concetti e che, in quanto processo,  flusso omogeneo nell'incessante porsi delle triadi dialettiche. Col loro moto le triadi rinnovano in ogni Aufhebung [superamento] tutta la fenomenologia dello spirito che si sviluppa cos eternamente verso nuove affermazioni: e tale processo si opera nell'assolutezza del pensiero in atto che nega tutto il pensato nel superamento che ne opera.
Ci sembra cos di avere indicato come, identificando la filosofia con questa storia, non si possa concepire la formazione di un patrimonio ideologico: nulla si pu considerare raggiunto, tutto soggiace alla eterna vicenda del pensiero che supera se stesso inverandosi. Ed  appunto l'influenza di tale concezione idealistica che ci rende riluttanti dal fissare alcun elemento della dottrina per cui finiamo col ridurla a momento logico della ricerca concreta del pensiero in atto o - per dirla ancor pi gentilianamente - all'autoconcetto.
In tale analisi e in tale implicito giudizio siamo confortati dalla stessa concezione del L[abriola] che fa della dottrina una "tendenza" al monismo critico, realizzantesi perci solo nella ricerca concreta (cfr. III Saggio VI lettera)(186) e in quanto la dottrina sia determinata in leggi logiche ne fa il momento astratto della ricerca storiografica.
Tuttavia noi prescindiamo - per ora - dal problema di una possibile formulazione di leggi logiche in cui si esprima la dottrina: abbiamo ricordato la posizione del Labriola per confermare le nostre osservazioni. Ma il nostro problema  un altro,  quello di mostrare come nella nostra concezione il rapporto genetico di storia e filosofia e il concetto che abbiamo della storia giustifichi la formazione di un patrimonio ideologico determinato ed, in un certo senso, inalienabile.
La storia non  per noi il flusso omogeneo del mondo concettuale,  storia delle lotte di classe e come tale moto di esse fino a radicali trasformazioni verso nuove configurazioni sociali: non  processo omogeneo, ma "epocale", di epoca in epoca; non  nemmeno processo, ma vicenda di faticose incubazioni e di turbinose trasformazioni rivoluzionarie.
Gi questa prima determinazione del nostro concetto di storia ci mostra come per noi sia inammissibile la simbolica dell'idealismo, la immagine dello spirito che eternamente supera e nega se stesso. La filosofia che  per noi storiografia, in quanto  prodotto della storia partecipa pertanto del moto epocale e rivoluzionario di essa e strappata all'olimpico processo di inveramento, diviene strumento delle lotte di classe.
La filosofia si concreta quindi nel patrimonio ideologico di una classe e come tale diviene suo bene accumulato nel gioco delle esperienze ed inalienabile, in quanto frutto di una concreta realt sociale e da essa indissolubile: la nostra filosofia partecipa quindi dello sviluppo della classe fino alla conquista della piena coscienza, fino al trionfo rivoluzionario.
Cos la nostra concezione sottrae il patrimonio ideologico della classe a quell'eterna vicenda di affermazione e di negazione che lo ridurrebbe a momento ineffabile dello spirito nella sua determinazione concreta: partecipando al moto che trasforma la "classe in s" in "classe per s" il patrimonio ideologico di questa si completa, si critica, si affina in un processo di errori e di affermazioni, di sconfitte e di vittorie, ma questo processo non mette continuamente in forse tutto il patrimonio ideologico,  invece costruzione per cui a pietra si aggiunge pietra verso la formazione di un "organon" che sia strumento efficace e tutt'altro che ineffabile delle lotte che la classe si trova ad impegnare, verso la formazione di una compiuta concezione di ci che la classe postula nel suo moto storico.
(Come osservazione che in un certo senso chiarisce quanto affermato, - si pu rilevare come attraverso a tale concezione della filosofia - e in genere delle cosiddette scienze morali e storiche - cessi la contrapposizione di cui ci ha afflitto l'idealismo, fin dalla "Dottrina della Scienza" di Fichte e implicitamente fin da Kant, tra scienze naturali e storiche. Tale contrapposizione trovava il suo pi intimo fondamento nel diverso processo logico che si postulava per queste scienze: processo logico per cui l'atto conoscitivo dello spirito, nella sua problematicit, rinnoverebbe eternamente e ab imis fundamentis la propria fenomenologia, mentre nelle scienze naturali ed esatte il processo dialettico di errore e di inveramento non intacca un patrimonio conoscitivo che via via si accumula. Donde la nostalgia ammantata di disprezzo e di sufficienza della metafisica verso le "scienze".)
4. Deformazione nell'Autore dell'esigenza di certezza
L'esigenza di garantire al proletariato un "organon" ideologico, sottraendolo alla vanificazione determinata dai residui idealistici del nostro pensiero - esigenza che abbiamo cercato di chiarire e di precisare in una prospettiva generale della dottrina - si deforma nell'Autore che cerca la garanzia e la certezza del patrimonio ideologico nella semplicistica sussunzione della dottrina nel novero delle scienze esatte. Tale impostazione deriva dall'aver avvertito il problema senza avere chiarito la cause per cui l'elemento dissolutore del pensiero idealistico si introduceva nella dottrina - cause che si compendiano nell'imprudente mutuare il concetto idealistico di identit di storia e filosofia o almeno nell'insufficiente critica di tale identit.
L'ingenua venerazione per le scienze ed in particolare per quelle esatte - motivo centrale della formazione intellettuale della borghesia russa verso la fine dell'800 - diviene per l'Autore l'elemento fondamentale di critica. Attraverso a questa sua venerazione egli accoglie - per la sua acrisia - l'ideologia che attorno ad essa si  cristallizzata - l'ingenuo scientismo.
5. Lo scientismo
a) Genesi dello scientismo.
Le radici dello scientismo si perdono nella lontananza dei tempi se lo consideriamo come semplice atteggiamento di venerazione per le scienze esatte: a tutta la storia della filosofia si intrecciano i tentativi di giungere dallo scintillio delle opinioni alle verit certe attraverso l'imitazione estrinseca delle matematiche e, pi tardi, delle scienze sperimentali ma tale generica venerazione diverr atteggiamento culturale caratteristico di alcuni paesi soltanto nella seconda met del secolo scorso.
Determinare la genesi, indicare in breve le cause per cui tale atteggiamento abbia influito su tutto un periodo della storia della cultura,  compito preliminare per intendere l'origine della particolare struttura filosofica dell'Autore. Lo scientismo si collega ad un particolare momento della crisi ideologica della borghesia: crisi iniziatasi quando, con la conquista del potere politico, la borghesia comincia a mettere in evidenza i suoi limiti e le sue contraddizioni, contraddizioni che sul piano teorico, si placano, per allora, nell'idealismo dell'et romantica. Esiliandosi dalla viva lotta politica e sociale, esso costituisce pur attraverso una radicale trasformazione, un tranquillo rifugio a quanto rimane degli ideali illuministici (cfr. Friedmann)(187). Il progresso diviene processo, la virt si converte in assolutezza della morale, il diritto naturale decade ad autonomia della politica per cui la politica dei lumi, gi inserita nell'ideale della virt e del benessere, diviene esaltazione della forza e del successo, Realpolitik, ossia sforzo di superare il divario tra l'assoluto individuale e la sfera sociale col puro volontarismo. In questa trasformazione degli ideali illuministici  la radice del dissidio tra essere e dover essere, tra politica e morale, e quindi tra progresso tecnico e processo spirituale, dissidio che si compie teoricamente nell'opposizione tra conoscenza sperimentale del generale e del particolare e conoscenza assoluta dell'universale e dell'individuale. In tal modo la speculazione idealista - estraniatasi dalla sfera pratica - finisce con lo scavare un profondo abisso tra s e le scienze sperimentali.
Il fallimento del tentativo idealistico si fa manifesto coll'approfondirsi dei contrasti sociali e coll'insorgere dei nuovi movimenti e delle nuove ideologie, di fronte ai quali si palesa l'insufficienza strumentale di questa ideologia borghese. Pullulano quindi le ideologie pessimistiche che si accaniscono contro l'illusione del progresso, collocandosi su un terreno extrastorico di rinuncia all'azione efficiente dell'uomo sul suo destino.
Queste ideologie pessimistiche culmineranno nelle figure di Nietzsche, Sorel, nei movimenti volontaristici dei Barrs e dei Peguy, nel dannunzianesimo ideologico e politico(188).
Tali correnti attecchiscono ed influenzano tutta la cultura nazionale solo dove la borghesia ha gi iniziato la sua parabola discendente, anche se esponenti di esse si trovano dovunque. Avranno quindi particolare diffusione in Francia dopo il '70 e specialmente dopo l'abortita conclusione dell'affare Dreyfus, in Inghilterra colla reazione all'et vittoriana nei Wilde, nel Butler e negli Shaw. Nei paesi, invece, dove il processo storico della borghesia  ancora nella fase ascendente (Germania, Russia) dominer complessivamente un atteggiamento opposto: la disgregazione degli ideali borghesi, compiutasi attraverso la filosofia idealistica, indurr gli ideologi di questi paesi ad un disperato tentativo di restaurazione. E tale restaurazione affatto illusoria si compie colla tattica dello struzzo, rinnegando tutta la speculazione kantiana e post-kantiana e con essa tutta la sottostruttura storica e sociale che prorompe a distruzione della sicurezza borghese nei propri ideali. Per l'abisso che la speculazione idealistica ha scavato tra scienze e filosofia, rinnegare tale speculazione non si pu che in nome delle scienze sperimentali. In questo processo ideologico ha radice l'atteggiamento che abbiamo chiamato scientista(189) e che, per quanto si  succintamente indicato, trova la sua ragione d'essere nella difesa ideologica dello sviluppo borghese.
b) Lineamenti dello scientismo
 anzitutto necessario osservare che un'analisi sistematica dello scientismo non  possibile in quanto esso  categoria di una storia della cultura e non di una storia della filosofia, soprastruttura di essa.  lo scientismo atteggiamento da cui rampollano sistemi e scuole filosofiche o da cui traggono nuovo significato concetti tradizionali nella storia della filosofia, cos come dalla storia della cultura hanno origine - prodotti in secondo luogo - i vari sistemi della storia della filosofia. Nei sistemi della cultura scientifica la esigenza ideologica borghese - quale genuinamente si esprime nello scientismo - si contamina delle interdipendenze tra filosofie delle varie nazioni e della influenza della tradizione filosofica. Lo scientismo determina in particolare quell'atmosfera dei famosi professori, delle filosofie ufficiali e cattedratiche, atmosfera della Kulturkampf. In questa sua posizione rigorosamente ufficiale troviamo la conferma del carattere retrivo di tale cultura, tutta preoccupata di difendere il patrimonio ideologico borghese dal pessimismo invadente. La negazione delle contraddizioni sociali in nome del progresso tecnico, la reazione della speculazione kantiana e post-kantiana in nome delle scienze sperimentali conduceva seco la definizione del metodo causale come unica metodologia ed insieme la riduzione della filosofia ad un complesso di scienze dall'oggetto ben definito, antropologia, psicologia sperimentale dell'individuo e delle masse, sociologia. Ne deriva una Weltanschauung assolutamente deterministica e meccanica che esclude perci da s la storia "in quanto non si limitasse alla diligente raccolta dei fatti sceverati secondo i principi della sociologia e ad essa offerti perch ne spremesse il succo, cio li classificasse e ne estraesse le leggi" (Croce: Teoria e storia della storiografia, p. 271). Tendendo poi al metodo matematico, alla statistica, la storiografia si riduceva alla registrazione delle leggi sociologiche e la storia si convertiva nella meccanica di quelle leggi. Ecco in tal modo assicurata l'eternit della societ borghese nella sua fase di sviluppo. E siccome nessuna scienza si giustificava per se stessa, la sociologia e la storia sua ancella trovavano la loro ragion d'essere nel compito loro assegnato della previsione, fondamento dell'applicazione pratica delle leggi sociologiche, ossia di quella tecnica del governo in cui si converte la politica(190).
La petizione di principio nel rapporto storia-sociologia, per cui la storia doveva offrire alla sociologia fatti sceverati secondo quei criteri sociologici che avrebbero dovuto trovare conferma in quegli stessi fatti, si ripeteva nel rapporto generale tra filosofia e scienze. La filosofia infatti, doveva, essere il frutto del lavoro collettivo delle varie scienze, ma doveva insieme esserne l'elemento ordinatore, la suprema istanza di ogni questione metodologica. E questa petizione di principio, questa definizione contraddittoria di filosofia e di scienza, come l'analoga di storia e sociologia, non si risolveva dialetticamente in una unit logico-concettuale, ma rimaneva a testimonianza della radice metafisica dell'atteggiamento scientista. In nome di un ente logicamente preesistente alle varie scienze - Materia o Energia o Natura o Cellula elementare o Razza o altro consimile feticcio - venivano formulati quadri classificatori; e questo ente a priori non era che un qualche travestimento del trascendente sotto la spoglia fashionable del libero pensatore o del massone. In altre parole, la unit della conoscenza non era il frutto della ricerca, non era quella tendenza al monismo critico che trova la sua base nel lavoro concreto delle scienze, ma un nuovo letto di Procuste cui dovevano conformarsi le varie scienze. Questo era il compito che la filosofia si assumeva e da ancella della teologia, in codesta et del libero pensiero, non trovava di meglio che farsi ancella di qualche feticcio razionalistico, fosse la Materia o la Cellula o la Razza.
c) Scientismo e positivismo.
Per chiarire un equivoco in cui spesso ci ha tratti la storiografia idealistica, vogliamo accennare ai rapporti che intercorrono tra scientismo e positivismo. Il positivismo nelle sue diverse espressioni (Comte, Stuart Mill, Mach, Boutroux, Ardig, Poincar, ecc.)  anzitutto una scuola filosofica con un nucleo di concetti comuni e non un atteggiamento ideologico quale lo scientismo; ha subito l'influenza dell'atteggiamento scientista ma  anzitutto un sistema filosofico che si pone sul terreno della speculazione post-kantiana (cfr. Croce: Teoria e storia della storiografia, pp. 278 e sgg.) e che finir per alimentare l'atteggiamento pessimista e rinunciatario, antitetico dello scientismo(191).
Il positivismo parte dalla distinzione tra fenomeno e cosa in s, tra sperimentalit del fenomeno e inconoscibilit della cosa in s, e si preoccupa quindi fin da principio dei limiti dell'esperienza; quando invece lo scientismo trova nell'esperienza l'infinit del conoscibile. La venerazione scientista verso i trionfi della scienza, la grossolana metafisica materialistica o naturalistica, l'assoluto determinismo sono alieni dal pi smaliziato positivismo che alla scienza si rivolge colla consapevolezza dei limiti di essa, che alla entificazione di qualche feticcio preferisce - come pietra basilare del suo sistema concettuale - il fenomeno, che rifugge dal determinismo etico per un vago finalismo umanitario fondato sugli imperativi categorici kantiani.
Cos il positivismo finisce col corroborare - a forza di prudenziali limitazioni - le conclusioni pessimistiche dell'idealismo, per quanto cerchi di ricostruire sul terreno minato dell'idealismo un qualche modus vivendi. Si direbbe che il positivismo, riconosciuto il naufragio dei grandi ideali settecenteschi, tenti di salvare qualche rottame, mentre lo scientismo non vuol riconoscere naufragi di sorta e si ricollega disperatamente alla vecchia certezza dei materialisti del Settecento, in un vano tentativo di far rivivere ci che  definitivamente tramontato. Cos sorgono le povere filosofie dei vari scienziati quali Mayer, Helmholtz, Kirchhoff e, corteggio venerante, i sistemi di Moleschott e Buechner (Forza e Materia), del Fechner (fisica e psicofisica delle sensazioni), dell'Ostwald (panenergetismo), dello Haeckel con la sua cellula originaria e col suo monismo in 48 pagine (cfr. Labriola)(192), il Berthelot e il Taine.
6. Nota critica al Friedmann
Il F. per il rilievo particolare dato allo sviluppo ideologico francese, al quale coordina lo sviluppo delle altre borghesie nazionali, e per la analisi frammentaria concentrata su alcune figure scelte talvolta con scarsa opportunit (Ferrero, C. Lombroso, sorvola su Sorel, Peguy, Barrs, su Ostwald, Mach, sul Pearson, Bertrand Russell, non cita o quasi Spencer, Royce, Dewey, ecc. ecc.) non riesce sempre a dare una chiara visione dello sviluppo storico dell'ideologia borghese. Non distinguendo tra evoluzione borghese in Francia ed in Germania, non afferra la profonda differenza di atteggiamenti culturali per cui la Germania fin de sicle  un peana assordante di vittorie e di trionfi, mentre la Francia  gi travagliata da discordi correnti e si prepara ai trionfi dell'irrazionalismo di Bergson e dell'antideterminismo di Poincar. Lo stesso metodo di studiare l'ideologia borghese in alcune figure nelle quali il primordiale legame alle grandi correnti di opinione mascherato e deformato dalla raffinatezza speculativa, il trascurare l'esame della vita culturale media gli impedisce di vedere i grandi movimenti dell'opinione e della cultura, per cui l'evoluzione storica dell'ideologia borghese riesce - nello schizzo che ne fa - spezzata, interrotta e, nonostante gli sforzi troppo superficiali e generici di collegarla all'evoluzione economica, piuttosto campata in aria.
Altro difetto fondamentale  la sottovalutazione dell'importanza della scuola idealistica tedesca, e specialmente lo scarso rilievo dato alla sua dissoluzione, difetto derivante dall'aver fatto centro dell'evoluzione ideologica borghese un paese che - come la Francia - aveva cessato di essere determinante di questa evoluzione.
7. Lo scientismo e l'Autore
Abbiamo ritenuto necessaria questa breve analisi dello scientismo e dei suoi rapporti col positivismo allo scopo di delineare, sin d'ora, quell'atteggiamento ideologico cui si riduce - come crediamo di poter dimostrare nel corso della nostra analisi - l'Autore nel vano sforzo di costituire un "organon" della Dottrina. Sottrarre il patrimonio ideologico del proletariato alla vanificazione che l'idealismo ha compiuto dell'ideologia borghese e che tende a compiere anche in seno all'ideologia proletaria: ecco la giusta esigenza dell'Autore, ma egli non riuscir che ad un aborto scientista mascherato di qualche lustra dialettica e questo per non avere trovato nella dottrina le armi critiche contro l'idealismo, preferendo di prenderle a prestito da grossolane e decadenti ideologie borghesi. Questo  l'assunto del nostro lavoro che inizieremo coll'esame del concetto di previsione, in quanto in esso lo Autore trova - a simiglianza degli scientisti, la giustificazione della storia e della sociologia(193), concetti essenziali ad ogni trattazione della dottrina.
 [Sul "manuale" di Bucharin](194)
II
Il punto di vista intimamente razionalista e classificatorio si rivela gi nella disposizione della materia: invece di fondare l'esposizione sulla dialettica delle condizioni oggettive e della volont soggettiva, dialettica nella quale si realizza la societ umana, comincia con un tentativo di classificazione delle scienze sociali e storiche.
Distingue dalla storia come descrizione del passato la sociologia come esperienza complessiva di essa ed insieme come imprecisata metodologia storica.
Individua, infine, il compito delle scienze storiche e morali nella previsione dei fatti umani, nella determinazione del modo di agire dei vari aggregati umani.
Indubbiamente - in prima approssimazione - potremo vedere anche nella previsione uno dei compiti delle scienze storiche e morali. Ma ad un'analisi meno superficiale il concetto di prevedibilit storica si rivela contraddittorio e gravido di significati oltremodo impegnativi.
L'Autore potr anche successivamente chiarire la sua posizione di fronte ai vari problemi del determinismo storico e della volont umana, ma la sua scarsa sensibilit al moto dialettico e l'essenza razionalistica deduttiva del suo pensiero si tradiscono gi nel fondare le scienze storiche su un concetto che  appunto l'estrazione razionalistica del moto dialettico della storia.
Vediamo in quali limiti (omnis determinatio est negatio) pu essere giustificata l'affermazione di una scienza storica il cui fine  la previsione ed insieme la distinzione di storia e sociologia colla successiva semplicistica giustapposizione.
La storia ci indica a quali contraddittorie condizioni sia sottoposto l'agire umano. Per la loro contraddizione esse sono intuite - nel momento analitico della storiografia - come un'insuperabile variet che esso ipostatizza nei problemi teologizzanti della spontaneit ed imprevedibilit dell'agire umano.
Chiarire e ordinare il "dato" storico contraddittorio e la soggettiva volont umana, potremo solo se avremo chiara alla mente l'interdipendenza delle oggettive condizioni storiche e della soggettiva volont umana. Non dobbiamo sostanzializzare i due momenti della dialettica storica nell'analisi che disgiunge l'operare umano dalle sue condizioni e che ci conduce ad immaginare una relazione statica tra un oggetto irrimediabilmente posto ed un soggetto che contro esso si aderge nell'eterno e vano sforzo di Prometeo.
Soltanto nella coscienza della reciproca e dinamica condizionatezza tra storia e individuo si superano le teologizzanti antinomie di libero e di servo arbitrio, di libert e di necessit, di causalit e di finalismo.
La contraddittoriet insita nelle condizioni storiche, che - sopra - abbiamo esaminato nell'analitica disgiunzione dell'operare umano, si rivela reciprocamente nella sintesi dialettica come diversit di motivi ed opposizione di interessi nell'azione degli uomini. Pertanto quello che nel momento astratto dell'analisi era "dato" storico scisso dall'agire umano, si rivela "forza storica" nella visione dialettica della storia.
Forza storica in quanto, superando il processo analitico del pensiero astratto, noi giungiamo - nella sintesi di condizioni obbiettive e di agire umano - a cogliere il processo storico nella sua vivente concretezza. Con "forza storica" noi non intendiamo, una costruzione mentale, fosse pure il concetto pi approssimativo che noi possiamo costruirci del processo storico: "forza storica"  per noi un elemento della realt dialettica, un aggregato di uomini nella loro relazione dinamica con determinate condizioni storiche.
Attraverso alla conoscenza delle forze storiche noi giungiamo a superare le astrazioni teologizzanti del principio e della causa (problema dell'uovo e della gallina; la macchina  causa dell'industrialismo o le esigenze dello sviluppo economico - produzione di massa, ecc. - sono cause delle macchine;  il capit[alismo] industr[iale] causa delle macchine o le macchine causa del capit[alismo] industr[iale]) e chiariamo a noi stessi come in queste faticose quanto inconcludenti accademie non si nasconda che una astratta concezione della storia ed un residuale determinismo di tinta razionalistica, che scambia le sue costruzioni astratte per realt storica.
Forza storica  quindi l'aggregato nella sua necessaria relazione con il processo produttivo, ma a chiarire il significato e la validit di questa definizione,  necessario sgombrare il terreno da una errata interpretazione naturalistica che conduce a derivare la classe dal processo produttivo considerato in s.  comune infatti intendere la "riduzione in ultima analisi al fattore economico" non come deduzione astratta, di valore semplicemente indicativo, delle classi dal processo produttivo, ma intendere questa derivazione delle forze storiche dal processo produttivo come rappresentazione del moto stesso della storia.
Ora non  da un sistema di produzione - insieme di macchine e di beni - che derivano le forze storiche, cos come non  da un astratto sistema di produzione capitalistico - caduto dal cielo - che derivano le due classi della societ moderna. Il sistema di produzione capitalistico non  che l'insieme di condizioni posto dalla forza storica, dalla borghesia, intesa nel significato(195) di insieme di uomini e di mezzi, che nel suo divenire ha creato e le macchine e i capitalisti. Nel realizzarsi di questa forza storica sono implicite le contraddizioni che susciteranno contro di essa nuove forze, per cui non  dal macchinismo e dalle condizioni da esso poste che sorgono due classi, ma bens dal processo evolutivo delle forze storiche.
L'interpretazione criticata conduce ad una forma di determinismo meccanico che rende l'agire degli uomini ed il loro diversificarsi in diversi e opposti aggregati - mancip di una tecnica - che simile ad un fenomeno meccanico e naturale, non potremmo n spiegare n modificare.
Abbiamo cercato di chiarire e di esemplificare rapidamente il concetto di "forza storica" allo scopo di mostrare come solo attraverso ad esso sia possibile superare ed ordinare la variet dei dati storici e la correlativa spontaneit dell'azione umana, concetti che conducono la storiografia idealista ad insuperabili antinomie.
Per meglio determinare la dialettica delle forze storiche ed insieme le condizioni e i limiti della previsione storica ci sembra necessario chiarire il rapporto tra il processo dialettico della storia ed il flusso temporale.
Semplice ed evidente  tale rapporto quando prescindendo dal ritmo dialettico del reale, disgiungiamo nell'analisi agire umano da condizionatezza storica: il passato  la condizionatezza storica, il "dato"; il presente diviene il momento dello spontaneo operare umano, il futuro l'imprevedibile risultato di questi due eteronomi aspetti del reale.
Il reale  concepito quindi come un flusso omogeneo che l'attimo del presente taglia in modo assolutamente estrinseco; la successione cronologica, che ci deriva da un fenomeno naturale, esterno alla nostra forza d'azione,  applicata a misurare il moto del reale, cosicch la classificazione dei fatti storici viene condotta con criterio astratto ed arbitrario rispetto al ritmo dialettico di essi.
Il semplice rapporto tra processo storico e successione cronologica cessa di valere quando cerchiamo di approfondire la nostra storiografia sulla base del ritmo dialettico della storia, fondandoci sul concetto sopra accennato di forza storica.
 intuitivo che - postisi il compito di ordinare la congerie dei fatti storici - la successione cronologica, basata su un fenomeno del tutto estraneo al processo storico, non pu essere che una classificazione astratta, semplicemente indicativa, quasi ipotesi di lavoro destinata ad essere abbandonata, quando della storia si riesca a chiarire il ritmo dialettico.
Fondare dialetticamente la storiografia  - infatti - ordinare l'estrinsecamente monotono e cronologico fluire dei fatti attorno a determinati "individui storici", aggregati sociali di uomini e di mezzi.
Tale concetto di "individuo storico" ordinato gerarchicamente e non temporalmente,  presente anche nella storiografia tedesca (Ranke) come critica alla dialettica storica hegeliana nella quale l'a priori temporale si converte necessariamente nell'a priori logico-evolutivo, conducendo cos all'apologia del successo. Ma donde sarebbe venuto il criterio di tale ordine gerarchico degli "individui storici" non si riusciva a precisare e nella violenza della polemica antihegeliana si dimenticava tale problema cercando di fissare - invece - i lineamenti dello "individuo storico". Ne veniva una storiografia di grandi quadri statici, animata esteticamente dall'arte dei grandi storici tedeschi; in essa "l'individuo storico" era inteso anzitutto come concetto esplicativo, insieme di ideologie esaminate fuori dal moto dialettico delle contraddizioni e fuori dalle inferenze sociali produttive: la storia diveniva giustapposizione - ancora cronologica - ch l'ordine gerarchico se non ripeteva il suo criterio a qualche giudizio del tutto soggettivo (nostalgia di mitici tempi passati - romanticismo) svaniva nel compiacimento estetico di questi vari "individui" presi ognuno per s.
Reazione troppo radicale al concetto hegeliano che racchiudeva infatti alcuni elementi suscettibili di approfondimento e che portava, anzitutto, all'attenzione degli storici il fecondo - seppur male inteso - concetto di dialettica storica.
Questa analisi  servita a mostrare quanto sia importante per la retta interpretazione della nostra storiografia il rapporto tra processo storico e successione cronologica: questo rapporto ha costituito il problema che forse pi di ogni altro  alla radice della dissoluzione della storiografia hegeliana, contribuendo cos ad aprire il campo alle fruttifere indagini storiografiche della Germania del XIX secolo. Ed il concetto di individuo storico, pure nella sua staticit, ci permette intanto di ordinare gli avvenimenti storici attorno ad alcuni nuclei essenziali.
Ma oltre all'appunto di staticit, un altro rilievo che gli si pu fare ci condurr pi vicino al nostro concetto storiografico: il concetto di "individuo storico", fondato com' su forme ideologiche ed estraneo alla condizionatezza e contraddittoriet dialettica conduce a pensare ad un complesso di uomini vincolati essenzialmente da alcune forme di costume e da un ethos economico (Weber) posti dinnanzi ad un insieme di mezzi e schemi tecnici, in cui essi dovrebbero inserirsi vivificandoli.
Tale posizione, gi da me criticata, ci indica come tali "individui storici" potranno divenire strumento della nostra storiografia solo quando li intenderemo come aggregati sociali di uomini e di mezzi produttivi, scendendo cos da un empireo ideologico nella viva concretezza della realt, chiarendone il dinamismo nella reciproca condizionatezza che si viene a stabilire tra forze umane e mezzi produttivi.
Per questo dinamismo "l'individuo storico" diviene forza storica, molla del flusso storico, elemento della dialettica al quale ci rifacciamo per intendere il moto del reale.
Quella precisazione ci permette di chiarire l'assunto iniziale, il rapporto tra processo storico e successione cronologica, evitando sia il cronologismo e la religione del successo hegeliani sia la fissit tutta estetica delle ipostasi del Ranke.
Il dinamismo delle forze storiche non potrebbe venire da noi costretto in una legge purchessia: il concetto di ciclo, di nascita, vita, decadenza e morte degli "individui" o delle "forze" succedentisi sul palcoscenico della storia  concetto alieno dal pensare dialettico, ch ridurrebbe nuovamente il processo storico ad una forma sia pure larvata di determinismo organicistico di tinta fatalista al modo delle equivoche leggi evoluzioniste di certa biologia darwiniana (concezioni organicistiche dell'Ostwald e del Driesch).
Ma seppure in modo diverso tuttavia qualcosa ci  dato intuire del moto di tali forze storiche. Abbiamo visto come nella forza storica siano implicite le contraddizioni che dnno appunto moto "all'individuo storico" e che distinguono il nostro concetto storiografico dagli altri; abbiamo visto come nel realizzarsi della borghesia siano implicite le contraddizioni che susciteranno nuove forze nella dinamica condizionatezza di mezzi produttivi e di volont umana: ora,  appunto fondandoci su queste contraddizioni che possiamo risolvere il nostro problema del ritmo delle forze storiche, ed insieme, quello del rapporto tra processo storico e successione cronologica.
Contraddizioni implicite nelle forze storiche significano - infatti - condizioni poste al loro sviluppo in modo che esse invece di poter svolgersi con indisturbato ritmo di progressivo accrescimento, realizzano e rafforzano in se stesse col loro stesso sviluppo gli ostacoli e le condizioni che ne incrineranno l'energia evolutiva e susciteranno - vittoriose - contro ad esse le nuove forze storiche.
Queste contraddizioni e le lotte e l'imprescindibile sfociare in nuove soluzioni incidono vigorosamente il monotono fluire dei fatti storici della successione cronologica, coordinandoli invece in un drammatico ritmo di lotte, di estreme tensioni e di precipiti soluzioni; cos "l'individuo storico" nel suo moto, la forza storica, determinano l'epoca misurata dalla presenza delle contraddizioni relative alla sua struttura.
L'ulteriore concetto storiografico di epoca non solo supera la classificazione cronologica, ma altera la successione temporale dei fatti trasformandola in dialettica correlazione.
(Contemporaneit cronologica e ritardo dialettico delle diverse forme economiche: imperialismo americano ed economie primitive messicane. Ineguaglianza nello sviluppo dei vari paesi.)
Tale concetto "epocale" della storia conduce ad un ordinamento reale, concreto dei fatti storici in quanto esso ripete il suo criterio dalla conoscenza stessa della storia e delle contraddizioni che essa pone, non in un criterio eteronomo quale quello del tempo astronomico.
La sostituzione della scansione cronologica con questo ritmo dialettico ci permette infine di risolvere il problema dei limiti della previsione storica.
Determinata l'epoca storica come complesso di contraddizioni relative alla dinamica della forza storica, abbiamo oltrepassato nella nostra conoscenza il momento del presente cronologico per inserirci col nostro giudizio nel ritmo dialettico del reale: questo nostro conoscere diviene - misurato cronologicamente - previsione, quando non  che piena conoscenza dei processi storici in cui viviamo.
 intuitivo poi che a seconda della maggiore o minore generalit delle contraddizioni che prenderemo a base della definizione dell'epoca (mercantilismo o capitalismo industriale o imperialismo) e quindi a seconda della definizione pi o meno lata di epoca noi andremo da una "previsione" generale e meno determinata a previsioni sempre pi circostanziate e determinate.
Tale variet di "previsioni" che trovano la loro giustificazione nel concetto di ritmo dialettico della storia non  forse l'ultima delle cause che ci rendono cos difficile tale concetto di cui pure troviamo cos luminosi esempi nei classici.
Cos noi scambiamo spesso il nostro scientifico giudizio sulla epoca e la conseguente "previsione" (giudizio che giustifica l'appellativo di scientifico che attribuiamo al nostro pensiero) per una semplice volizione appassionata. Sottovalutiamo in tal modo la forza dello strumento storiografico della dialettica e riduciamo quello che  sintetico giudizio storico a vaga ed analitica legge di tendenza.
L'opposto punto di vista  sostenuto da coloro che tale piena conoscenza della nostra epoca storica scambiano per meccanica previsione e riducono la storiografia alla ricerca del pedigree dei fatti storici. Non occorre precisare che tra questi trova a mio avviso il suo posto l'Autore.
Forse sono chiariti i limiti in cui vale l'affermazione dell'Autore essere le scienze sociali scienze della previsione.
Ai successivi corollari lascio il compito di chiarire le inferenze che le idee suesposte hanno con diversi problemi e punti di vista che spesso troviamo contrabbandati nella letteratura.
Antinomie verbali e contraddizioni s[ociali]
Ben diverso  il nostro concetto storiografico da quello hegeliano. La List der Vernunft, l'astuzia della ragione, figlia naturale per quanto non riconosciuta della Provvidenza,  il motore immobile della storiografia hegeliana,  la fonte delle opposizioni dialettiche. Opposizioni dialettiche la cui realt non  pi consistente di quella delle ombre tra gli asfodeli dei campi Elisi, la cui concretezza sta nel superamento verbale di verbali antinomie intellettualistiche, esse sono ipostasi nelle quali l'intelletto astratto - pur cos virulentemente condannato dallo stesso Hegel - trasfigura la troppo pregnante ed esplosiva contraddittoriet delle "cose".
Gi complesso  il legame delle astrazioni intellettuali alle contraddizioni sociali, da cui derivano: quanto tenue sar il filo che dalle astrazioni intellettuali ci potr condurre al giudizio della realt sociale e quanto equivoca quindi la consecuzione che dovrebbe condurci da tali astrazioni intellettuali alla volont pratica!
Ecco quindi la disputa infinita sui primati della ragione pura e della ragione pratica, ecco il volontarismo col quale il filosofo impastoiato nel filo arianno pensa di liberarsi da ogni inciampo gettandosi a capofitto nel labirinto della realt.
La realt finisce cos collo spezzarsi in un mondo della pratica e delle forze sociali ed in un empireo dei concetti puri: la volont e con essa l'azione umana diviene mera spontaneit, donde l'impossibilit per lo idealismo di rendersi conto dei caratteri epocali e della conseguente "previsione".
I caratteri distintivi dell'epoca, le contraddizioni essenziali di essa perdono rilievo, si smussano e si ottundono nell'astrazione che li riduce ad antinomie concettuali o meglio verbali. Il ritmo dialettico si fa opaco allo storiografo idealista e cos nemmeno l'hegelismo riesce a superare l'estrinsecatezza del cronologismo, ma di esso anzi si compiace per dichiarare trionfante - fedele alla conseguente religione del successo: - fin qui  arrivata la coscienza nel suo divenire.
Noi riconosciamo - invece - le contraddizioni nella realt sociale e son contraddizioni di uomini che in aspra opposizione di interessi strappano l'uno all'altro le limitate possibilit di vita, che lottano ed impugnano armi. Realt queste che incidono il corso della storia e che postulano soluzioni ben pi incisive di un differibile e verbale superamento filosofico.
 [Sulla storia del Risorgimento
e dell'unit d'Italia](196)
4) Il compromesso nobiliare e l'arciduca Massimiliano(197)
Considerazioni di politica internazionale - il Congresso di Parigi e il riconoscimento dei circoli dirigenti francesi e inglesi della legittimit delle aspirazioni unitarie - come pure la relativa tranquillit del Lombardo-Veneto inducevano l'Austria a tentare la via della riconciliazione.
La visita dell'imperatore (novembre '56-gennaio '57) segnava l'inizio della nuova politica con condono di qualche debito, l'amnistia politica, la normalizzazione della giustizia ed infine la nomina dell'arciduca Massimiliano a vicer del Lombardo-Veneto.
La nuova politica trova subito seguito tra la grande borghesia e la nobilt lombarda, che mascherano la loro capitolazione sotto pretese speranze di mirabolanti confederazioni italiche, "preside di onore il Pontefice, il Lombardo-Veneto stato autonomo della Confederazione, da dichiararsi neutrale" e unito soltanto personalmente all'Austria.
Ma evidentemente, la partita pi importante si giocava in Lombardia e non nel Veneto e, difatti, le trattative sono condotte dalla grande nobilt lombarda: il duca Melzi d'Eril e il conte Archinto presentano all'imperatore un progetto, redatto dal Cant, di autonomia amministrativa.
La nobilt veneta, che non si era mai distaccata dal legittimismo, si inserisce senza avanzare petizioni nella politica di Massimiliano, col suo capo riconosciuto il conte Cittadella Vigodarzere di Padova. Ma gravi difficolt si opponevano al tentativo di Massimiliano: l'ostilit del gabinetto austriaco che con i suoi Schmerling, Bach, von Bruck osteggiava ogni concessione che indebolisse l'unit burocratica dell'impero; ma pi specialmente l'ineluttabile marcia degli eventi: la crisi dell'impero costretto a sempre nuove imposizioni tributarie, la specifica crisi lombarda colle sue ripercussioni nel Veneto, fornitore di materie per l'industria serica, la preparazione alla guerra, con i nuovi e odiati rigori nella coscrizione e la proibizione del matrimonio fino al 23 anno per gli iscritti alle liste di leva, ed infine, le ripercussioni che gli avvenimenti imminenti avevano sull'atteggiamento politico delle classi pi evolute, specialmente in Lombardia.
5) Il Veneto e gli avvenimenti del '59-'60
Lo scoppio della guerra non coglie impreparato il Veneto dove da lungo tempo si attendeva la crisi risolutiva del dominio austriaco in Italia: dopo il passeggero tentativo di Massimiliano, presto dimessosi, le posizioni delle classi politicamente pi mature erano gi precisate.
Negli ultimi tempi la coscienza dell'imminente conflitto aveva dato nuova forza al movimento unitario delle citt venete, stringendo attorno ad intellettuali e studenti gruppi sempre pi numerosi di popolani: a Padova l'agitazione studentesca acquista toni sempre pi aperti: come durante il '48, si festeggia la pace e l'alleanza tra studenti e popolani (facchini del Portello e macellai) mentre le manifestazioni unitarie cominciano ad assumere - sotto la forza delle circostanze - qualche aspetto monarchico. Si lanciava il grido: Viva Verdi (Vittorio Emanuele Re d'Italia).
Cominciano le partenze per arruolarsi volontari nell'esercito piemontese o nelle file dei garibaldini. Flusso notevole di studenti, professionisti e anche di popolani, tanto che Mazzini - testimonio invero poco sicuro - valuta a 40.000 i veneti arruolati cifra che "pare esagerata" anche al buon Tivaroni(198). (Si sar trattato al massimo di qualche migliaio).
Ma indubbiamente l'opinione delle classi medie e di alcuni strati artigiani, era profondamente scossa dalla trionfale politica piemontese. Anche gli strati meno aperti allo spirito di fronda cominciano a levare il capo e a protestare - se non altro contro il cieco regime poliziesco, col quale l'Austria cercava di tenere a bada gli animi commossi dagli ultimi avvenimenti.
La congregazione centrale di Venezia (specie di consulta scelta tra gli esponenti locali) gi roccaforte di "fedeloni" e di conciliatori, nel protestare contro gli arbitri polizieschi usa (27-8-1859) un linguaggio risoluto nella denuncia e aspro nella condanna. Molte persone furono deportate - protesta la congregazione centrale - confinati "i volontari della guerra d'indipendenza.... si ebbe l'impudenza di pubblicare nella gazzetta ufficiale che si erano arrestate e deportate pel loro meglio, e per impedire che si compromettessero". Conclude protestando contro l'aumento insopportabile "delle imposte, delle tasse e contro le requisizioni enormi".
La vittoria delle armi piemontesi provoca nel Veneto manifestazioni di lealismo monarchico: numerose amministrazioni comunali invocano l'unione col Piemonte, firmando con nome e cognome schede con tanto di sigillo comunale, da inviarsi segretamente a Vittorio Emanuele II.
Non dobbiamo per pensare che si trattasse - in questo caso - di puro sentimento unitario: i fatti successivi dimostreranno che, in gran parte, si trattava di consuete forme di opportunismo, provocate dalla presunzione dell'imminente unione all'Italia sabauda.
A Udine si inscena - il giorno dell'apertura del Parlamento italiano (18-2-1861) - una grande manifestazione con corso di carrozze e chiusura dei negozi, cui seguono arresti di un co[nte] Colloredo, di un negoziante, di un dentista e altri.
Liste di proscrizione vengono compilate dappertutto e numerose sono le deportazioni (Giacinto Franceschinis, I deportati veneti in Moravia nel 1861). Tra essi qualche popolano, un arsenalotto che aveva innalzato il tricolore sull'antenna di San Marco. Questi fatti testimoniano di una pi vasta diffusione dell'idea unitaria e di una nuova popolarit della vittoriosa monarchia. Cesare Cant scriver che allora era colpa "fino il compatire il governo (piemontese), il censurare le cose, i fatti, le empiet gradite del Piemonte".
E a rafforzare la convinzione unitaria e la popolarit della monarchia non manca il forte argomento dell'esercito italiano, preparato alla guerra dalle rive del Mincio e del Po. Nelle classi pi evolute del Veneto  ormai la convinzione che l'unione sia fatale: questione di tempo fino alla prossima crisi internazionale. Questa coscienza della precariet del dominio austriaco determina in larga misura il contegno passivo tenuto fino al '66 dalle classi dirigenti locali. Nulla faranno i notabili veneti, non muoveranno un dito per accelerare l'unione all'Italia, ma opporranno metodica resistenza a tutte le iniziative austriache, dirette a costituirsi una base pi sicura per la nuova guerra ormai ineluttabile e apertamente voluta dall'Italia.
6) La costituzione austriaca del '61 e l'astensione dal Veneto
Colla costituzione del 26 febbraio 1861 il gabinetto Schmerling tenta di riaffermare l'unit dell'impero contro le forze centrifughe cos palesemente dimostratesi in Lombardia, Ungheria, ecc. riprendendo la politica centralista ed assolutista di Bach. Proclama perci una costituzione basata sull'impero unitario e tedesco appena temperato da sparute autonomie provinciali. Ma l'Ungheria rifiuta la costituzione non sottoposta alla sua storica Dieta; lo stesso fanno Croazia e Transilvania; la Boemia aveva inviato pochi deputati e solo per protesta (Vivante, Irredentismo adriatico, p. 96)(199).
Pure il Veneto si astiene non plebiscitariamente dapprima, pi energicamente in seguito.
Nella votazione di primo grado - nomina di terne di candidati da parte dei municipi - su 844 comuni, 431 votano, 413 si astengono e sono fra essi tutti i comuni pi importanti.
Le congregazioni provinciali non propongono, perci, le terne e la congregazione centrale si astiene dallo scegliere tra i candidati i venti deputati che spettano al Veneto-Mantovano.
Di fronte a questa manifestazione astensionistica la I.R. Luogotenenza decide di scegliere i venti deputati tra coloro che avevano raccolto pi suffragi: erano in prevalenza nobili (tra gli altri il Mocenigo di Venezia, co[nte] Valmarana di Vicenza, il co[nte] Pellegrini di Verona, S.E. il co[nte] Cittadella Vigodarzere e il co[nte] Capodilista di Padova, un altro Mocenigo di Udine) qualche professionista e, da notare, Alessandro Rossi, l'industriale di Schio. Ma di fronte all'insuccesso delle elezioni, tutti i designati, meno un certo De Pasetti di Vicenza, rifiutano l'incarico della I.R. Luogotenenza. Questa manifestazione fu interpretata dagli storici nazionali come una prova di separatismo e pi ancora come espressione di una volont irredentista.
Pensiamo invece che, pur favorita dalla coscienza della precariet della situazione, tale astensione sia da intendersi come una manifestazione federalista per le autonomie amministrative regionali. Ne  prova il contegno del co[nte] Cittadella Vigodarzere, "fedelone" ed esponente del conciliatorismo veneto come ne sono prova le reazioni anche pi vivaci della Boemia e della Croazia, regioni notoriamente lontane da ogni idea separatista.
La "Sistierung" del 20 settembre 1865 - ossia la sospensione della costituzione centralista del 1860 - provocher infatti vivo plauso in tutte le regioni non tedesche. Persino il Consiglio-Dieta di Trieste accoglie quasi unanime (38 voti su 41) "con reverente e fiduciosa gratitudine" quella "misura di alta sapienza governativa" (cfr. Vivante, cit., p. 96).
7) L'ultima cospirazione mazziniana e le bande armate nel Veneto
Come si  gi detto, la pressione italiana sulle rive del Mincio e del Po, la coscienza dell'ineluttabile unione all'Italia non riescono a provocare un movimento di massa e nemmeno un'azione di qualche portata da parte delle classi pi elevate. Una specie di attesismo: ecco la fisionomia delle classi politicamente pi evolute e all'attesismo di queste corrisponde l'indifferenza delle masse contadine per gli avvenimenti che si vanno preparando.
Ma in questa atmosfera stagnante abbiamo gi riconosciuto la esistenza di uno strato borghese rurale il quale - fatto ardito dalla nuova forza economica - evolve a coscienza unitaria sotto la pressione delle condizioni finanziarie dell'Impero austriaco (fiscalit debito pubblico sintomi di inflazione, ecc.).
Tuttavia tra questa borghesia agraria e gli intellettuali progressisti permane un distacco che l'insufficienza della nuova e ancor debole classe borghese agraria, non riesce a riassorbire in un'efficiente forza rivoluzionaria, mancandole la forza di cristallizzare attorno ai suoi specifici interessi di classe, sia le vaghe e incomposte aspirazioni intellettuali, sia le non ben precisate velleit di sovversione degli attivisti, specie ex volontari garibaldini.
In questa situazione si inserisce il tentativo insurrezionale mazziniano del 1863-64 e da questa situazione esso deriva la sua eroicomica conclusione.
Grandi cose accarezza la fantasia inquieta di Giuseppe Mazzini - tanto pi grandi quanto pi sente sfuggire i tempi dell'Europa settaria e cospiratoria.
Da una parte vede il dichiararsi sempre pi deciso delle aspirazioni nazionali nei popoli della monarchia asburgica e della Turchia - dietro a ungheresi vede o presume di vedere croati e galiziani, bulgari e moldavi - dall'altra parte vede la Polonia percorsa da un'irrequietezza foriera di vicine insurrezioni.
Un'insurrezione nel Veneto - appoggiata sugli ex volontari veneti emigrati - avrebbe trascinato l'Italia all'intervento, integrando, cos, e dando possibilit di riuscita alla vasta rivolta dell'Europa orientale: con questa prospettiva, Mazzini inizia a Lugano - nell'ottobre del '62 - le trattative con Ergisto Bezzi. Tipica figura di attivista  questo trentino, che dopo un breve periodo passato a Milano come impiegato di commercio, si arruola nelle Guide con Garibaldi nel 1859,  dei Mille nel 1860, diventa aiutante di Stefano Trr, congiura a Roma nel 1862 e, dopo la cospirazione veneta, sar a Bezzecca, a Mentana e morir sdegnoso - nel suo intransigente ideale repubblicano - di aiuti e di onorificenze ufficiali.
Sotto l'azione di Bezzi sorgono i primi comitati nel Trentino, mentre un vecchio medico friulano, Antonio Andreuzzi, lavora a San Daniele del Friuli.
Ma nel frattempo - troppo presto per i piani mazziniani - scoppia l'insurrezione polacca, e Garibaldi rifiuta di farsi iniziatore di un qualsiasi movimento, promettendo per di capitanarlo qualora fosse sorto. Cade, cos, il primitivo progetto, ma nuove prospettive si aprono alla fervida fantasia di Mazzini, colle aspirazioni balcaniche di V[ittorio] E[manuele] II.
Questi vuole ottenere il trono di Grecia per il figlio Amedeo e inizia trattative con Garibaldi, al quale frattanto, giungono ambascerie di greci, albanesi, montenegrini, serbi e ungheresi che ne implorano l'aiuto.
Mazzini spera quindi che la sua iniziativa insurrezionale per il Veneto possa inserirsi in questa avventurosa fase della politica sabauda e conta anzi che l'insurrezione veneta avrebbe fatto da reagente ai nebulosi progetti di Vittorio Emanuele e di Garibaldi, precipitando l'intervento dell'esercito italiano. E di fronte a cos vasti progetti - rovina dell'Impero asburgico, crociata delle nazioni cristiane contro la Turchia - Mazzini non esita ad abbandonare la pregiudiziale repubblicana ed allaccia trattative con V[ittorio] E[manuele] (15 novembre 1863).
Bisogna riconoscere al Mazzini un contegno fermo e indipendente durante queste trattative, nelle quali V[ittorio] E[manuele] poneva condizioni che avrebbero fatto del Mazzini una pedina al servizio della monarchia.
Infatti in una lettera autografa, V[ittorio] E[manuele] cos si esprime: "Dissi non poter ammettere che il partito (mazziniano) prenda l'iniziativa dei fatti che devono succedere, e se tal fatto accadesse, sarebbe represso colla forza". Voleva inoltre che Galizia, Ungheria e i Principati danubiani sorgessero per primi e che militari italiani fossero ivi mandati assieme a Garibaldi. Condizione incompatibile con quelle di Mazzini che voleva: iniziative insurrezionali nel Veneto, invio, in risposta, di alcuni nuclei di volontari e manifestazioni del paese, intervento governativo. Mazzini pretendeva inoltre l'allontanamento del gen. Lamarmora e del suo gabinetto, pretendeva libert d'azione per Garibaldi e faceva dipendere le altre insurrezioni da quella del Veneto.
Caddero cos le trattative nel maggio del 1864, ma Mazzini, fedele alla sua tecnica insurrezionale, pensava di porre V[ittorio] E[manuele] di fronte al fatto compiuto della insurrezione e andava, a tale scopo, intensificando la preparazione.
Si moltiplicano le basi dell'insurrezione e i comitati sulle frontiere lombarde e anche emiliane: ad essi dnno attivo contributo garibaldini, intellettuali, qualche artigiano e qualche piccolo commerciante.
La campagna di propaganda per il Veneto assume notevoli proporzioni in tutta l'Italia: si organizzano sottoscrizioni, lotterie, feste e si arriva a raccogliere ventimila anelli d'oro. Al lavorio sulle frontiere e in Italia corrisponde uno sviluppo notevole di comitati e di basi nel Veneto. Ergisto Bezzi, G.B. Cella ufficiale garibaldino ("dolce come una sposa, biondo come un cherubino, fiero come un eroe": Tivaroni, II, p. 470), l'ebreo Cesare Parenzo di Rovigo sono con G.B. Bonaldi i membri pi attivi. Su nomina di Garibaldi e di Mazzini viene formato un comitato centrale unitario con Benedetto Cairoli (presidente), Guerzoni, Missori, Bezzi e altri; questo comitato si contrappone al comitato moderato, d'emigrazione, d'intonazione monarchica e contrario quindi al moto.
Il centro organizzativo della congiura  stabilito da G.B. Cella e Andreuzzi a Maravons (fraz. di Meduno, Udine) dove - in accordo con l'intonazione settaria-terroristica - viene stabilita una fabbrica di bombe all'Orsini. Ma il centro politico  Padova, base dell'attivit di G.B. Bonaldi, di Angelo Donati ebreo padovano, monarchico e temperato, e di Luciano Montalti, pure ebreo. Continuano intanto a penetrare nel Veneto attivisti garibaldini - tra cui il Tolazzi che troveremo alla testa degli insorti. Le reti della congiura si estendono rapidamente: vi affluiscono intellettuali, studenti, commercianti, professionisti e qualche artigiano.
Nel luglio del '64 i capi riunitisi a Padova, nella casa di un fotografo, pur constatando l'arretrata preparazione del Trentino, decidono l'insurrezione per la fine del mese. Bonaldi garantisce 500 giovani pronti alle armi nell'alto Veneto.
Si intensifica il traffico d'armi, qualche carico  sorpreso dalle autorit italiane che processano uno dei responsabili del comitato milanese.
Ma la caduta dell'organizzazione di Trento che conduce all'arresto di una trentina di affiliati - avvocati, negozianti, studenti e qualche contadino - induce i capi veneti nuovamente riuniti a rimandare l'insurrezione alla primavera del 1865. Contro questa decisione reagiscono i friulani che, sperando nell'aiuto dei cadorini, si propongono di agire egualmente. Fanno parte del gruppo il Tolazzi, Andreuzzi e diversi studenti dell'Universit di Bologna: nel loro eroicomico tentativo si esaurir tutto il lavoro mazziniano.
Cos il 16 ottobre del '64 si sollevarono - sotto la guida di Tolazz - 56 congiurati, "vestiti in camicia rossa e calzoni grigi, forniti di buone armi e di una bomba all'Orsini per ciascuno" penetrano a Spilimbergo e a Maniago, ma il Cadore non risponde alle speranze e i 56 congiurati non sanno pi cosa combinare: la popolazione non si sogna di appoggiare il colpo di mano, non resta che sciogliersi. Per 16 di essi, fra cui Tolazzi, Andreuzzi vogliono continuare e, in mancanza d'altro, si mettono a vagare per le montagne, dove sosterranno vittoriosamente uno scontro contro una compagnia di austriaci. Come se ci non bastasse, G.B. Cella arma a Venzone una banda di 27 congiurati, ma pure a lui non resta che gettarsi nelle montagne. E fra le montagne continuano ad aggirarsi i fantomatici insorti, finch alla fine di novembre non decidono di abbandonare... l'impresa e di riparare in Italia.
Ad aggiungere colore al quadro, si deve ricordare Ergisto Bezzi che, stretto da promessa fatta a Cella, decide di penetrare nel Veneto con 150 ex volontari. Il dramma si scioglie anche qui in farsa: dei 150 uomini solo 49 raggiungono il confine "dopo una disastrosa marcia per Val Trompia per erte montagne" commenta il Tivaroni che vi partecip - per andare a sbattere sui picchetti italiani da cui vengono arrestati. Da notare che i picchetti furono probabilmente preavvertiti da quel fido amico di Mazzini che era il maggiore Wolf, noto per la torbida attivit in seno alla I Int[ernazionale] e che si seppe - dopo venti anni di illimitata fiducia - confidente della polizia francese.
(200)Cos si  compiuta questa insurrezione veneta, a questo si  ridotto il colossale progetto di sollevare tutta l'Europa centro-orientale:  la tragicommedia di ombre tenacemente abbarbicate ad un passato ormai travolto - un monarca che si illude, sia pure per un momento, di poter far servire la guerra di liberazione nazionale al raggiungimento di fantasiose combinazioni dinastiche - l'"agitatore insonne" che non si  accorto del definitivo superamento dei suoi schemi e dei suoi metodi insurrezionali.
Non possiamo, per, ricordare queste due figure, e specialmente Mazzini, degnandole di un sorriso ironico e saccente per poi passare oltre: dobbiamo cercare di penetrare le ragioni storiche del fallimento delle ambizioni del primo e dell'agitazione del secondo.
V[ittorio] E[manuele] concepisce - in questo caso - la politica dei grandi Stati nazionali che si vanno formando, con gli schemi della vecchia politica che vedeva nello Stato il patrimonio del monarca ed applicava alle questioni internazionali la mentalit del proprietario fondiario.
Questa politica aveva avuto una sua ragione d'essere quando - all'apogeo dell'assolutismo - la monarchia si era configurata in forza autonoma nello Stato: la funzione equilibratrice - prima dell'anarchia feudale, poi della lotta fra ordini borghesi e nobilt - aveva costituito alla monarchia una vita indipendente tra le classi economiche ed una forza fra la forza delle classi, in quanto "lo Stato, nell'atto che  sorto e si mantiene come garante delle antitesi sociali, che sono conseguenze delle differenziazioni economiche, forma intorno a s una cerchia di interessati direttamente all'esistenza sua"(201).
E questa clientela di burocrati e di militari  forza organizzata tra classi non ancora giunte ad autonomia d'azione politica,  quindi elemento predominante nello Stato e ne giustifica l'identificazione colla persona del monarca (l'tat, c'est moi) e quindi il concetto patrimoniale.
Ma V[ittorio] E[manuele] II viveva in un'epoca in cui le classi borghesi erano giunte a maturit di coscienza politica e avevano strappato o andavano strappando gli organi del potere alla clientela della monarchia: la guerra che egli conduceva era guerra borghese, gli eserciti che comandava non erano i vecchi eserciti professionali del '700, ma eserciti ai quali affluivano classi medie e masse popolari: la monarchia aveva ceduto la forza del potere alle classi borghesi e solo in virt di tale rinuncia ne conservava ancora le insegne.
Questo ci indica quanto illusori fossero i sogni - per altro passeggeri - di V[ittorio] E[manuele] II e come la sua cospirazione balcanica fosse residuo di altri tempi, come residuo di altri tempi - seppure pi vicini - erano anche l'ideologia e la tecnica insurrezionale mazziniana.
II
Mazzini
Molto pi complessa la figura e l'opera politica di Giuseppe Mazzini: le aberrazioni e la fissazione cospiratoria, l'isolamento degli ultimi anni e il suo atteggiarsi, spesso teatrale, ad apostolo - hanno finito col deformare la sua figura, facendo prevalere nel nostro giudizio gli indubbi aspetti caricaturali della sua figura.
Di lui usiamo sbrigarci correntemente con un sorriso e con la vaga definizione: ideologo piccolo-borghese. E con questo ricordiamo le forme mistiche della sua dottrina, piacevoli surrogati della certezza religiosa per l'anima del piccolo borghese; con questo ricordiamo il suo "POPOLO" che  raffigurazione bonaria e degnevole delle masse artigiane proletarie e contadine, della degnazione del piccolo borghese che in essa riconosce i suoi pi vicini, ma minori fratelli; con questo ricordiamo, infine, quella sua religione del dovere di cui si compiace il piccolo borghese portato a ritenere, "in buona fede che le condizioni speciali del suo riscatto siano le condizioni universali del riscatto della societ moderna e della fine della lotta di classe" (K[arl] M[arx], 18 Brumaio)(202).
Ma noi pensiamo che questo giudizio sia insufficiente in quanto si riduce all'esame dei drappeggi di cui si veste la figura e la forza politica del Mazzini.  in gran parte per la sua azione che sono venute alla lotta, spesso affrontando eroicamente la morte, le migliori energie della bo[rghesia] italiana: sentiamo perci, che le critiche suaccennate si attagliano bene alla figura di un Ledru-Rollin o dei buoni filistei di Dresda e di Francoforte, ma non esauriscono la figura e la funzione di un uomo che "ascese a potenza intellettuale, morale e altres politica nella vita europea e al quale facevano capo i patrioti e i rivoluzionari di ogni paese e contro il quale conducevano una quotidiana guerra, coi mezzi dello spionaggio e delle insidie, i governi assolutistici e conservatori" (Croce, Storia d'Europa)(203).
Esaminiamo quindi - in rapidissima sintesi - le condizioni dell'azione di Mazzini, l'epoca storica dominata dal problema della emancipazione borghese nell'Europa centro-meridionale di Metternich e della Santa Alleanza.
L'Austria era una costellazione di paesi e di nazionalit che nessun legame economico giustificava: il frazionamento economico dell'Impero, la mancanza di un vivo impulso che partendo dal centro ravvicinasse le economie dei paesi soggetti - identificavano l'Austria colla dinastia asburgica e ne riducevano la dominazione a pura fonte di sperequazioni doganali e tributarie, cosicch i vasti territori della monarchia non davano alla borghesia commerciale e ai nuclei industriali nemmeno il vantaggio di un vasto mercato interno.
L'artificiosit di questa eterogenea costellazione e la pesante egemonia che Vienna manteneva sui piccoli Stati, quasi feudi familiari della dinastia: ecco le cause essenziali che sposteranno il problema dell'emancipazione borghese sul terreno della lotta per l'indipendenza nazionale.
E su questo terreno, ricco di tradizioni intellettuali e di radicate consuetudini popolari, la concezione del riscatto borghese acquista efficienza e dinamismo nuovi.
Vedremo, infatti, che, dove questo innesto non si produce, mancandone la possibilit oggettiva (unificazione del Reich, democrazia austriaca) la lotta  meno ricca di contenuto rivoluzionario (cfr. Thorie de la violence, Appendice(204)).
La borghesia acquista, quindi, nei paesi non tedeschi, un nuovo motivo ideologico, penetrando, pi profondamente che in Austria e in Germania (eccezione fatta per la Renania) nelle classi popolari e attraendo nella sua orbita elementi della classe privilegiata (la dinastia dei Savoia aveva aderito alla rivoluzione e vi aveva guadagnato il trono, Thorie de la violence) ma, d'altra parte, la frantumazione degli staterelli o la dispersione nell'Austria plurinazionale indebolisce la borghesia e ne ritarda la differenziazione dagli strati medi.
Nei Ducati, negli Stati pontifici, nel Mezzogiorno, come nello stesso Piemonte crescono, quasi in compartimenti stagni, questi minuscoli nuclei borghesi, nei quali la mancanza di una pi larga vita economica e sociale, esaspera il tradizionale municipalismo. Ed alla miseria della vita economica e sociale corrisponde una vita politica dominata dal machiavellismo deteriore delle Signorie (cfr. Stendhal, Certosa di Parma, Abbesse de Castro, ecc.) un ristretto nucleo nobiliare dirige gli affari basandosi su una clientela di burocrati, mentre agli strati medi non solo non  consentita partecipazione alcuna al governo, ma nemmeno - nella stagnante vita sociale - possibilit di ascesa alla classe superiore e quindi occasione di provare le proprie capacit.
In questa atmosfera viziata le nascenti forze economiche non si organizzano in classi coscienti delle loro capacit e dei loro obbiettivi: matura, stentatamente, qualche nucleo isolato di elementi progressivi, che la politica governativa - allieva anacronistica dei metodi cinquecenteschi - cerca di corrompere o di sopprimere. Da questa situazione - che non  la situazione di tutta l'Italia, ma di buona parte di essa e di quella pi vicina all'esperienza personale di Mazzini - deriva una singolare influenza degli elementi intellettuali, che - nella mancanza di un'esperienza politica locale contrabbandano dalla Francia le idee pi avanzate del giacobinismo e della democrazia, internazionalista o comunque scissa da una qualsiasi tradizione italiana. Ne deriva un'assoluta inadeguatezza di codesti ideologi a raccogliere i nuclei borghesi locali, inadeguatezza naturale se si pensa a quale fuoco rivoluzionario siano maturate quelle ideologie. E cos agli intellettuali inquieti ed impotenti non resta che spiare ansiosi l'apparire sulle Alpi di un amico stendardo (Manzoni, citato in Croce(205)).
Superare il divario tra una ideologia astrattamente rivoluzionaria e una situazione assolutamente stagnante: ecco la grande funzione progressiva di Giuseppe Mazzini.
Mazzini intese il valore fondamentale dell'ideologia nazionale e seppe fondarla sulle pi essenziali esperienze della Rivoluzione francese, distaccandola dall'accademismo letterario e dal municipalismo di cui si beavano eruditi pi che rivoluzionari, dopo la passeggera ondata alfieriana e napoleonica.
Tradusse in linguaggio piccolo-borghese le conquiste della Rivoluzione francese, ma questo non diminuisce la grandezza di Mazzini, se quello era l'unico linguaggio che fosse inteso dai nuclei borghesi che faticosamente si andavano distaccando dagli strati medi e che fosse inteso dagli intellettuali pi o meno abbeverati alle fonti piccolo-borghesi e sentimentali di Rousseau.
(206)Mazzini mortific le arditezze della forte bo[rghesia] francese, soltanto cos esse furono adeguate agli scarsi ardimenti delle deboli borghesie italiane e centro europee. Soltanto cos egli riusc ad imprimere coscienza politica autonoma al nascente moto nazionale sottraendolo all'influenza troppo assorbente della rivoluzione francese. Questa la sua funzione storica e questa la ragione della sua vasta influenza in Italia come in Ungheria, in Polonia come negli Stati balcanici, influenza che la consueta definizione di ideologia piccolo-borghese non riuscirebbe a giustificare.
E relativa alla situazione di quel tempo era la sua tecnica insurrezionale, basata sul colpo di mano, sul putsch: tecnica che aveva valore negli staterelli italiani dove debolissime e scarse erano le forze politiche organizzate e dove alla politica personalistica del tipo delle signorie logicamente si contrapponeva la tecnica della congiura cinquecentesca e della setta settecentesca. Era difatti possibile a pochi uomini risoluti di strappare il potere o almeno di influire profondamente sulla situazione, reagendo alla ignavia generale e polarizzando attorno ad un primo successo le forze disorganizzate e sfiduciate di una borghesia timida.
Era pure relativa all'epoca la tecnica organizzativa della setta che stringeva in una volont rivoluzionaria il diffuso moralismo degli strati medi e i residui elementi antipapisti di origine giansenista (Scipione de' Ricci, Manzoni). In questo clima si inserisce la figura di Mazzini e solo in esso si illumina della sua giusta luce: la luce dell'Europa dopo il '48 far risaltare solo gli aspetti caricaturali del piccolo borghese, spaesato di fronte all'affermarsi potente della borghesia europea e al precisarsi della contraddizione fondamentale della societ moderna.
Ed infatti il '48 segna il trionfo di Mazzini e la sua fine: nel '48 italiano, come quello ungherese, maturatosi nelle idee mazziniane, troveranno coscienza della loro forza le borghesie nazionali e definitivamente spezzato sar il vecchio equilibrio statico degli staterelli assolutisti, nei quali urgono ormai le energie borghesi, anelanti con sicurezza all'unit.
Il problema dell'emancipazione nazionale ha superato i confini degli staterelli e si  fatto problema italiano nell'equilibrio europeo: ha trovato il braccio armato nel Piemonte e - come giustamente osserva B. Croce - "la "guerra di popolo" che neppure allora (nel '48) si era attuato, trovava ora la sua vera forma in uno Stato che rappresentava una nazione, in un esercito che si sarebbe ampliato a esercito di questa nazione" (Storia d'Europa(207)).
La poesia mazziniana di "Dio e popolo" era morta traducendosi nella schietta prosa di una classe e di un esercito borghese e di uno Stato, nel quale la monarchia di diritto divino si era ridotta ad espressione della volont borghese.
III
Storia del Veneto - Storia d'Italia
Con l'assorbimento nel regno d'Italia, non si pu pi parlare di una storia del Veneto: i problemi che si pongono nella vita regionale non possono essere intesi se non inquadrati nella pi vasta e complessa vita nazionale. Ci  tanto pi vero per il Veneto, quanto minore  stato il suo apporto alla vita sociale e politica italiana. Nessuno dei grandi problemi del cinquantennio unitario prebellico  specifico problema veneto: tutt'al pi si pu affermare che alcuni dei grandi problemi nazionali assumono caratteri di particolare gravit nel Veneto. Tra essi il problema della bonifica e il problema della emigrazione. Le cause di questo scarso apporto alla vita nazionale si debbono ricercare nella gi descritta fisionomia sociale del Veneto: nei suoi contadini ancora docili al giogo della nobilt e del clero, nella immaturit del processo appena iniziatosi col quale i nuclei borghesi di terraferma si liberano dalla soggezione a Venezia, nella stessa crisi della Serenissima e, in definitiva, nella scarsa maturit politica degli interessi di ceto e di classe.
L'economia capitalista ha ancora da compiere buona parte della sua funzione chiarificatrice ordinando in fondamentali classi antagonistiche l'intrecciarsi dei ceti determinati dalla disgregazione del vecchio mondo corporativo e semifeudale. D'altra parte questo processo di disgregazione svoltosi prevalentemente nel quadro dello Stato burocratico e centralizzatore dell'Austria si  compiuto quasi senza scosse e senza lasciare residui di interessi violentemente o insopportabilmente lesi; si ricorda specialmente il relativo equilibrio della massima parte delle masse lavoratrici delle campagne. Solo il problema cattolico, anche per le ragioni suddette, assume qualche aspetto caratteristico nel Veneto, che sar il centro dell'attivit sociale del cattolicesimo di Leone XIII. Se poi confrontiamo i problemi economici e sociali del Veneto con quelli del Mezzogiorno, pi evidente ancora ci si palesa lo scarso peso del Veneto nei problemi nazionali, cui invece il Mezzogiorno contribuisce in modo spesso decisivo, tanto da potersi tentare una storia specifica di esso o almeno di quello che si convenne chiamare "problema meridionale".
Perci alla storia del Veneto fino al 1866, si fa seguire una analisi schematica della storia d'Italia, analisi cui si dar sviluppo particolare in ordine ai problemi nei quali si polarizza la vita economica e sociale del Veneto.
Limiti di questa analisi
Iniziare l'analisi della storia d'Italia dal 1866 significherebbe precludersi la comprensione dei dati essenziali di essa: il Veneto, infatti, viene a far parte di un'Italia gi parzialmente unificata, e questa annessione  avvenimento complementare nel grande processo che ha la sua fase pi drammatica nel biennio 1859-'60. In quel biennio si pongono le basi dello Stato unitario, capace di accogliere in s le parti staccate della nazione italiana. Il compimento di tale unit non modificher sostanzialmente i problemi che la particolare forma dell'unificazione politica del 1859-'60 hanno posto alla vita sociale e politica del nuovo Stato.
A quel biennio dovr quindi rifarsi l'analisi che ci ripromettiamo di compiere, mentre sar talvolta necessario spingere lo sguardo anche nel periodo preunitario. Soltanto cos potremo renderci conto degli schemi politici nei quali viene ad essere inserita la vita sociale del Veneto.
1) Il problema unitario
Prima caratteristica della situazione italiana dopo il '60  l'estrema variet di condizioni sociali e politiche nelle diverse regioni: la borghesia - sostanzialmente egemone - assume aspetti profondamente diversi tra settentrione e meridione, l formando uno strato numeroso ed avvezzo all'amministrazione della cosa pubblica, mentre nel meridione  ancora fragile diaframma, tra masse di contadini poveri e braccianti e pochi grandi proprietari.
Tale variet sociale e politica pone, quindi, come fondamentale il problema unitario: far giungere alle regioni periferiche l'azione del nuovo governo, realizzare il grande mercato, ancor solo disegnato sulla carta, consolidare - nell'interno dei vari gruppi borghesi - l'egemonia delle pi progredite borghesie settentrionali. Centralismo e federalismo, municipalismo, formazione di grandi partiti contro le consorterie provinciali: queste sono le bandiere sotto le quali si combatte la lotta fra le borghesie regionali.
Non si tratta solo di ridurre al silenzio qualche residua opposizione borghese, non  solo necessario qualche ritorno al sistema impostato negli anni della lotta: si tratta di pi grave questione, di problema che investe la classe dirigente nella sua formazione nazionale, si tratta di problema istituzionale.
2) Forze liberali e forze unitarie nel Risorgimento
Per intendere tale profonda crisi - che ancora lungamente domina tutta la vita pubblica italiana, nonostante pi appariscenti episodi -  necessario chiarire quale significato ha, di fronte ai diversi gruppi sociali e alle diverse correnti politiche, l'unit quale si era venuta realizzando nel 1859-'60.
Stanno alla base del vasto moto del Risorgimento tre motivi fondamentali: indipendenza, unit, libert, e di questi tre motivi si  intessuto il moto della borghesia italiana verso la sua completa emancipazione, verso l'egemonia sociale e politica.
Si configurano attorno ad essi le forze nuove della borghesia italiana, e il diverso accento che ciascuna di esse d alle tre rivendicazioni fondamentali, caratterizza sommariamente la base sociale delle varie correnti politiche.
Resta nel campo dinastico quella parte della borghesia che rivendica l'indipendenza nella federazione dei principi; la rivendicazione unitaria scaturisce dal moto economico, attorno ad essa si riuniscono le forze rivoluzionarie pi direttamente connesse al processo produttivo; le classi medie urbane degli intellettuali e degli artigiani colorano di sfumature sociali le rivendicazioni liberali e libertarie del mazzinianesimo. Con la pi forte corrente borghese fa blocco la monarchia piemontese: questa coalizione attrae attorno a s i nuclei pi consistenti del rivoluzionarismo, spezza l'unit del moto repubblicano, mettendo in contraddizioni programmatiche i repubblicani e respingendo gli ortodossi in rivendicazioni libertarie, lontane dalle forze sociali determinanti.
La coalizione unitaria-monarchica strappa quindi alla rivoluzione mazziniana quell'iniziativa che, in tempi pi duri, essa si era conquistata attraverso l'appassionata dedizione dei suoi militanti.
3) Formazione dell'aggregato dominante dopo il 1860
La coalizione unitaria-monarchica non ha base nazionale. Si rivela dominata da gruppi borghesi, non solo a base regionale, ma con la parziale eccezione di Cavour, incapaci di prospettive nazionali. Piemontesi legati alla dinastia e pertanto portati - nel loro complesso - ad una politica limitatamente costituzionale e alla prudente amministrazione di tipo patriarcale; emiliani, pi audaci in quanto nuovi alla cosa pubblica e vissuti in mezzo al lavoro settario; toscani, dominati dalla loro nobilt terriera e portati dall'esperienza riformista del Granducato al moderatismo costituzionale, ma audaci amministratori del denaro pubblico, in quanto espressione del principale nucleo finanziario italiano.
Accanto ai dominanti gruppi borghesi partecipano al potere, vicini alla monarchia, gli elementi pi attivi della nobilt lombarda e, come si  visto, toscana.
Per alcuni di essi - come per gli emiliani - la libert era stata rivendicazione essenziale verso la formazione dello Stato laico, ma, raggiunto tale obiettivo attraverso la coalizione unitaria-monarchica, cade anche in essi ogni interesse ad uno sviluppo liberale dell'ordine costituito. La bandiera liberale diviene, per tutti i gruppi del nuovo aggregato dominante, un mezzo per privare il rivoluzionarismo mazziniano dell'appoggio dei gruppi medio-borghesi rimastigli ancora fedeli; la libert si fossilizza, quindi, nella fedelt allo Statuto, che  inoltre chiamato ad esercitare, nei confronti della borghesia meridionale, la specifica funzione svolta dopo il '48: patto e garanzia, offerta ai gruppi borghesi non piemontesi, di formazione di una egemone classe borghese a base nazionale.
4) Statuto e borghesia
Cos si spiega l'apparente paradosso di una carta costituzionale preordinata al moto rivoluzionario (cfr. Capaci) e - fatto ancor pi paradossale - l'inquadrarsi della borghesia regionale nel quadro quarantottesco e piemontese dello Statuto albertino.
Una miglior garanzia contro l'assorbimento piemontese poteva essere data solo da una pi larga partecipazione di ceti medi e popolari al processo unitario: attraverso ad un profondo moto rivoluzionario si sarebbe formata una classe borghese a carattere nazionale e si sarebbe sbarazzata l'Italia dalla tutela piemontese appoggiata all'esercito regio. Ma questa avventura non conveniva alle borghesie centro-settentrionali che si erano assicurate una parte nell'aggregato dirigente e tanto meno conveniva alla borghesia meridionale; preoccupata soprattutto di salvaguardare da ogni scossa il precario equilibrio locale di cui tuttavia era ancor arbitra. La borghesia meridionale si aggrapper allo Statuto come all'estrema garanzia e, naturalmente, senza appoggio nella realt sociale, vedr frustrata la sua speranza: pagher il prezzo dell'accettata emancipazione con l'esclusione da ogni effettivo potere.
5) Unificazione, unit e libert
All'unificazione non corrisponde, quindi, una unit concreta: questa pu essere assicurata - allo Stato borghese - soltanto dalla formazione di una borghesia nazionale.
Le preoccupazioni sociali hanno frenato il moto progressivo delle borghesie regionali verso la conseguente rivoluzione liberale: nel crogiuolo della lotta i gruppi borghesi si sarebbero fusi in una borghesia nazionale che avrebbe garantito unit reale alla nuova Italia borghese. La rinuncia alla rivendicazione liberale si conclude nella rinuncia alla reale unit italiana che, giustamente, Mazzini vedeva possibile solo nella rivoluzione e quindi nella repubblica.
La vita italiana ha cos inizio sotto il segno del predominio della borghesia piemontese e, quindi, del compromesso centro-settentrionale a spese del meridione. Questo instabile equilibrio borghese render difficile l'opera del governo borghese che mancher di basi sociali proprio sul terreno socialmente pi tormentato.
Permanenza del problema unitario dopo la formazione del mercato nazionale
Lo squilibrio nella formazione della classe dirigente rimarr problema essenziale nella vita politica italiana anche quando l'azione economica dello Stato moderno condurr alla formazione di pi vaste coalizioni di interessi.
Il crescente intervento dello Stato nella economia (aumento della pressione fiscale, ingigantirsi del bilancio e del debito pubblico, drenaggio del risparmio) indica il sostituirsi della signoria borghese alle precedenti finanze dinastico-patrimoniali. La borghesia dura fatica ad intendere le possibilit che questo nuovo indirizzo finanziario le offre, in quanto il processo di trasformazione  turbato dall'unificazione e specialmente da alcune caratteristiche dinastico-piemontesi che la complicano.
Primo obbiettivo dei gruppi borghesi delle varie regioni - ancora sistemi economici isolati -  la difesa del vecchio ordinamento finanziario di cui si sentono naturali eredi e custodi: chiuse ancora nell'orbita regionale, queste borghesie non avvertono i nuovi fermenti dell'economia borghese centralizzata.
Ma i bisogni finanziari sempre maggiori sgretolano rapidamente queste economie isolate, togliendo la base economica alle consorterie regionali: la vita politica supera le logomachie dell'accentramento e del discentramento per arricchirsi di motivi pi immediatamente economici. Alla diffidenza reciproca dei gruppi borghesi regionali comincia a far posto la coscienza di una certa somma di interessi comuni: la posizione difensiva delle borghesie regionali di fronte alla pressione fiscale dello Stato si converte in corsa all'arrembaggio della finanza statale. Si va rivelando anche alla poco matura borghesia italiana la nuova funzione dello Stato e la decisiva importanza del controllo nel pi importante centro per la raccolta di capitali.
Tuttavia, lo sgretolamento delle economie isolate non conduce al superamento del dissidio tra settentrione e meridione, perch la iniziale egemonia centro-settentrionale peser lungamente e duramente sullo sviluppo economico del Mezzogiorno, esasperando la diversit di struttura e di preparazione economica che l'unificazione aveva posto in evidenza.
In tal modo il dissidio - caratteristico nello Stato moderno - tra borghesia industriale e bancaria e interessi agrari, si aggraver esprimendosi come dissidio tra la borghesia centro-settentrionale e gruppi meridionali. I problemi sulla finanza statale, i problemi tariffari, ecc. formano nei complessi nazionali economicamente pi omogenei i grandi movimenti di opinione su scala nazionale e consolidano l'unit nazionale; in Italia, invece, esaspereranno il dissidio tra settentrione e meridione, ripercuotendosi, anche, in modo spesso decisivo, nel moto dei ceti popolari verso la loro emancipazione (politica protezionistica della Confederazione, influenza dei pregiudizi borghesi sulla politica del partito socialista, razzismo)(208).
Caratteri del decennio 1861-70 nel periodo ('61-76) della "destra"
Come si  visto, il periodo 1861-'76 segna il progressivo consolidarsi dell'egemonia centro-settentrionale e la costituzione di uno Stato al servizio degli interessi di questo gruppo borghese. Allo iniziale piemontesismo e anti-piemontesismo, che scindeva la classe dirigente centro-settentrionale in consorterie regionali, succede il dislocarsi di questi gruppi a diversi criteri di politica finanziaria. Da un lato, intorno ad una politica finanziaria pi o meno conservatrice, si orientano gli interessi tradizionali degli agrari - sia gli elementi latifondisti che i gruppi borghesi capitalisti - cui si aggiungono i nuclei industriali a base famigliare; mentre i gruppi bancari premono per una finanza lanciata in avventure prestigiose, favorite dal corso forzoso e dalle ulteriori vicende finanziarie, legate ad un'audace politica di lavori pubblici e specialmente di costruzioni ferroviarie.
Nel decennio 1861-'70 questo processo  complicato e turbato dalla necessit di compiere l'unit nazionale. Roma e Venezia costituiscono ad un esame superficiale la molla della vita pubblica italiana, mentre sono, in effetti, solo un elemento perturbatore del pi profondo processo di sviluppo della societ borghese e motivo polemico nella lotta dei gruppi dominanti per il predominio sui ceti medi.
Il decennio 1861-'70 segna lo svuotamento dell'iniziativa rivoluzionaria della Sinistra che l'abile politica piemontese spinge al, suicidio(209), segna l'adesione ai quadri istituzionali dei pi abili uomini della Sinistra (Crispi, Mordini).
L'opposizione istituzionale abbandona il terreno parlamentare, si chiarisce come opposizione sociale confermando, con lo spostamento a sinistra della sua base sociale, il consolidarsi dello Stato borghese, ormai sicuro della sua egemonia sui ceti medi, riconciliati con le istituzioni, con la monarchia.
Verso il 1876
Dopo la conquista di Roma, una tregua transitoria  concessa al ministero Lanza-Sella dallo svuotarsi del partito d'azione, dalla conseguente crisi della Sinistra, che matura, nel suo seno, il nuovo partito di governo e si libera, a tal fine, dei residui elementi rivoluzionari, mentre, preoccupati per le condizioni del credito pubblico, concedono al ministero una relativa tranquillit. Nemici delle audacie finanziarie, Lanza e Sella avviano il bilancio al pareggio con una rigida politica di economia: la finanza della lesina. Ma il loro moralismo finanziario, espressione della media borghesia manifatturiera ed agraria del settentrione, la borghesia "che si fa da s", finisce per scontentare profondamente i gruppi bancari, specie i toscani, che gi avevano assaporato le agevolezze offerte dallo Stato nell'accumulazione di capitali, attraverso il drenaggio del risparmio.
Codesto moralismo finanziario, assieme allo sforzo di mantenere lo Stato lontano dalla tumultuosa attivit economica, nella sfera ideale dell'interesse pubblico,  l'espressione degli esigui nuclei che in Italia rappresentano il capitalismo industriale nella sua forma genuina. Questi borghesi si sono costituiti, nel corso di generazioni, il loro capitale famigliare e, traendolo dalla conduzione delle terre, lo hanno prudentemente investito in manifatture, in officine e in fabbriche. L'economia fondata sul maneggio del denaro pubblico e sulla audace disposizione del denaro altrui, significa per essi la dislocazione della loro posizione economica e sociale, significa esporre a forze economiche di tipo speculativo, per essi incontrollabili, l'equilibrio faticoso delle loro aziende: nella loro mentalit calvinista (cfr. il capitalista sparagnino di M[arx])(210) - di capitalisti che hanno tenacemente combattuto - il guadagno speculativo diviene rappresentazione di forze sovvertitrici, e la convinzione quasi religiosa della loro funzione sociale (Berufselhik) riscalda la compassata oratoria del Lanza, illumina di una luce di missione e di sacrificio l'opera di Sella.
Questa concezione e l'azione conseguente - per quanto raddolcita dal corso forzoso - poteva esser sopportata transitoriamente dai gruppi bancari, sopportata a salvaguardia dell'estremo fallimento dei credito pubblico, prematuramente provato dalle audacie del. Cambray-Digny; ma l'assoluta necessit di ricorrere alla funzione donatrice dello Stato - in un paese nel quale il processo di accumulazione primitiva era cos arretrato - impedisce ai nuovi gruppi borghesi di attendere troppo a lungo la capitolazione del moralismo finanziario (specie dopo la minaccia di una disciplina nel corso delle banconote). La crisi economica del 1873, le sue ripercussioni in Italia con la nuova tendenza protezionistica, dnno nuovo impulso alla nebulosa opposizione dei gruppi bancari, che sono d'altra parte rassicurati dall'imminenza del pareggio.
Si riaprono i dissidi nella Destra, che si spezza in consorterie, il cui carattere regionale  ormai solo un tenue velo alla coalizione di interessi finanziari.
Il ministero Minghetti  il risultato spurio del primo attacco dei gruppi bancari, specie toscani, al ministero Lanza-Sella, e sar l'ultimo tentativo di risolvere, al di fuori della Sinistra, la crisi determinata dall'opposizione dei gruppi bancari. E il tentativo fallisce rapidamente per l'incompleta individuazione dei gruppi di Destra che, legati ancora dal problema del pareggio, non hanno portato a maturit politica le loro contraddizioni economiche. Minghetti, infatti, tenta di giocare sul confuso atteggiamento dei vari gruppi, destreggiandosi tra i diversi interessi, non ancora giunti a palese apparizione (esclusione dei toscani dal ministero, Spaventa al potere, la questione della carta governativa e il consorzio bancario, la legalizzazione dei contratti a termine).
Le battaglie si combattono sott'acqua, e solo cos si spiegano le tumultuose lotte attorno a questioni di contorno (nullit degli atti non registrati, regolamento per l'applicazione del macinato). La scarsa maturit politica della classe dirigente che non riesce ad improntare, attraverso grandi partiti, l'opinione pubblica (discussioni sul problema dei due partiti, recriminazioni sulla decadenza della vita parlamentare), lo scarso interesse dei membri pi capaci e quindi pi ministeriabili della Sinistra di mascherare i retroscena finanziari, la mancanza di solidi partiti piccolo-borghesi e proletari: tutto ci fa s che la vita parlamentare decada ad una commedia illogica in cui si agitano questioni astratte e donde sorgono, inaspettate e incomprensibili per l'opinione pubblica, le conclusioni concordate dietro le quinte (perci si dir del parlamento, che le conclusioni non corrispondevano alle dotte discussioni).
In questa atmosfera torbida di equivoco parlamentare, il tentativo di Spaventa di statizzare le ferrovie precipita l'instabile situazione verso la crisi, mentre il raggiungimento del pareggio e il distacco tra sinistra parlamentare e opposizione repubblicana ed internazionalista consente maggior larghezza di manovra politica ai gruppi bancari d'opposizione e segnatamente alla deputazione toscana.
Intanto si  consumata l'opera di esaurimento della Destra: la scarsa consistenza del gruppo al potere, cui si riduce quella che con poca precisione si usa ancora chiamare Destra storica, ne rende facile l'abbattimento. Con Minghetti sono rimasti gli elementi reazionario-dinastici del Piemonte, l'esiguo gruppo dei consorti meridionali, insigni, tuttavia, per capacit politiche e per tradizioni di cultura.
La deputazione conservatrice meridionale aveva sempre avuto scarsa influenza locale: sorta dai rari gruppi di latifondisti unitari e dai pi elevati strati della borghesia professionista, si era mantenuta nella posizione di arbitra della situazione politica del Mezzogiorno, appoggiandosi all'apparato esecutivo dello Stato unitario (fin d'allora ha origine la tradizionale pressione nelle elezioni e i conseguenti scandali. Ricorda le angherie nelle elezioni del '74). D'altro canto l'arretratezza economica degli strati rappresentati, induceva la Destra meridionale ad appoggiare la finanza della lesina, in quanto il latifondo - per l'assoluta immobilizzazione dei capitali - non avrebbe potuto partecipare ai vantaggi di una pi audace finanza. Politica della lesina e Stato forte (ricorda la concezione hegeliana dello Spaventa) dovevano salvaguardare latifondisti e alta borghesia da ulteriori progressi dell'egemonia finanziaria centro-settentrionale e dovevano mantenere i consorti meridionali nella loro precaria situazione di arbitri della situazione politica meridionale. Ma tuttavia la base locale della consorteria meridionale si andava dissolvendo sotto i colpi di nuovi nuclei borghesi creati dalla speculazione fondiaria, con relativa mobilizzazione di capitale (asse ecclesiastico, beni demaniali) e dalla pressione della media e piccola borghesia che i consorti escludevano da ogni influenza politica.
Per la compiutezza della loro concezione politica i consorti meridionali caratterizzano l'ultimo periodo della Destra e rappresentano, con i toscani, l'unico elemento di chiarezza nella torbida situazione di allora. Contro di loro e contro il blocco reazionario, dinastico e latifondista, di cui sono la guida, si gioca la partita del '76.
La vastit degli interessi lesi dalla tentennante politica di Minghetti d al gruppo toscano favorevoli basi tattiche per la liquidazione del gruppo al potere: gli industriali tessili del settentrione non sono disposti a battersi per un ministero che dopo essersi compromesso con i gruppi bancari, minaccia una politica di sempre pi largo intervento economico, facendosi assertore di un certo socialismo di Stato. Lanza e Sella si asterranno dal voto, preparando la ricostituzione della Destra su nuove basi. Gi abbiamo detto delle nuove forze borghesi del meridione, che garantiscono alla Sinistra parlamentare una piattaforma sempre pi "ministeriabile" e la possibilit di qualche compromesso con i gruppi toscani.
Cos, la deputazione toscana - perfezionata la preparazione - si ritirer nel retroscena lasciando ai "cannoni" parlamentari della Sinistra il compito di abbattere ci che rimane della Destra.
 [Sul movimento nazionale sloveno nella Venezia Giulia](211)
1) Il fatto nuovo nella storia della Venezia Giulia
Le direttrici geopolitiche dei tre grandi gruppi nazionali, il germanico, il latino e lo slavo, si incrociano nella Venezia Giulia, dove vivono - gruppi autoctoni - sloveni e italiani. Questa situazione determina - come caratteristica della regione Giulia - il problema nazionale; le grandi tappe di sviluppo della lotta nazionale segnano, pertanto, le grandi tappe della storia giuliana.
Oggi, la situazione  caratterizzata dal problema italo-sloveno: un tentativo di analisi storico-sociale deve quindi cominciare con lo studio di questo dissidio e chiedersi, anzitutto, quale sia stato il processo che ha posto il problema italo-sloveno al centro dell'attuale fase della storia giuliana.
Un primo esame della storia giuliana fino al '60-'70 ci mostra lo sviluppo economico dei gruppi sociali della regione, sviluppo che l'attivit essenzialmente culturale dei gruppi linguistici non disturba: corretti rapporti d'affari tra il centro viennese e i borghesi triestini, italiani di lingua, ma cosmopoliti di formazione; rapporti di paternalistica convivenza tra la citt ed il contado sloveno o croato.
Situazione complessivamente idillica dal p[unto] d[i] v[ista] nazionale, dominata dai problemi dello sviluppo economico: le reazioni che il '48 ed il processo unitario italiano determinano nella Giulia, italiana e slovena, vengono ben presto riassorbite senza turbamenti sociali vasti o profondi. Al pi - determinata e coperta dai problemi immediati della vita economica - si pu indicare una comune tendenza italiana e slovena ad una maggiore autonomia nei confronti dell'Austria.
Passiamo al decennio 1890-1900: la situazione  radicalmente mutata. Conflitti nazionali, esasperazione nei rapporti italo-sloveni: questa la nota che domina - almeno apparentemente(212) - la vita politica della Venezia Giulia. Alla vaga ostilit comune all'accentramento austriaco si  sostituita la lotta aspra tra gruppi italiani e sloveni, in una posizione di difesa antidemocratica e reazionaria i principali gruppi italiani; all'attacco gli sloveni. L'Austria approfitta del conflitto e ad essa si appoggiano gli elementi pi reazionari dei due gruppi nazionali.
Questo primo sguardo ci permette gi di collocare fra quelle due date - tra il '70 ed il '90 - l'inizio della nuova fase della storia giuliana; ci permette, pure, di riconoscere nel gruppo sloveno il fattore che ha precipitato la Venezia Giulia dall'antico idillio nell'accanimento della lotta nazionale.
Il "fatto nuovo" che inizia la fase tuttora aperta della storia giuliana , quindi, l'affermarsi della coscienza nazionale slovena e, subordinatamente, croata(213).
2) Caratteri generali del risveglio nazionale sloveno
a) Il processo di formazione della coscienza nazionale slovena ha le sue prime espressioni nei movimenti culturali che accompagnano - nel secolo XIX - la disgregazione dei rapporti semifeudali nelle campagne, determinando la stratificazione della massa contadina, la formazione di nuclei intellettuali non pi assimilati da altre culture ed, infine, i primi nuclei di bo[rghesia] urbana (illirismo e distinzione di sloveni da croati)(214).
 questo un processo di carattere generale - a lungo respiro - che ha le sue cause nello sviluppo generale dell'economia capitalistica e quindi nella penetrazione dell'economia monetaria, nelle vie di traffico che si stanno aprendo nel Carso (ferrovia leopoldina) e nelle ripercussioni dell'attivit economica di Trieste sul suo retroterra (rifornimenti, immigrazione, ecc.) ripercussioni che si accentuano quando, per la perdita del Veneto, l'asse del retroterra triestino si sposta verso oriente(215).
b) Queste cause generali non bastano a spiegare la svolta avvenuta nella vita politica giuliana tra il '70 e il '90: ne costituiscono la premessa preparandone le condizioni economiche e sociali; ma l'occasione della svolta e le particolari forme di essa vanno ricercate nelle reazioni che la storia sociale e politica di tutto l'impero hanno determinato sul processo di sviluppo del popolo sloveno. La rottura del tradizionale paternalismo di proprietari italiani e tedeschi verso le masse contadine slovene  stata accelerata dalle lotte nazionali che si combattevano a Vienna, a Budapest, a Zagabria, mentre la lotta dei gruppi dirigenti offriva la possibilit di una politica che, maturando partiti e differenziazioni politiche a sua volta accelerava il processo di stratificazione del popolo sloveno(216).
Per queste ragioni sar necessario esaminare la storia giuliana nel quadro della storia dell'impero, storia la cui complessit si cercher di ridurre a poche linee essenziali. Ma - in attesa di questo esame - vogliamo indicare quei fatti salienti che ci permettono di delineare il carattere del processo di maturazione della coscienza nazionale slovena.
c) L'azione del bano Jelacic aveva mosso a speranze nuove la nobilt croata ed aveva aperto nuovi orizzonti politici ai popoli slavi, in quanto la loro azione decisiva nei confronti della rivoluzione viennese li aveva fatti uscire dalla minorit politica. Queste speranze si erano rafforzate durante la crisi costituzionale dell'impero (1860-'67) quando furono transitoriamente concesse o soltanto fatte balenare forme federali - su base nazionale - ai vari popoli dell'impero(217).
Ma il compromesso a[ustro]-u[ngherese] del 1867 venne a colpire duramente tali speranze. Esso faceva dei popoli slavi la moneta di scambio dell'accordo dividendoli tra i due Stati d'A[ustria] e d'U[ngheria], riducendoli quindi in minoranza e ristabilendo quel patrimonio della Corona di S. Stefano che dava croati e serbi in pasto ai magiari.
 inoltre del periodo '70-90 il precisarsi di una politica balcanica dell'Austria, esclusa dalla Confederazione germanica;  anche di quegli anni l'inasprirsi del dissidio austro-russo e la posizione della Serbia quale pedina dell'imperialismo zarista. Di queste prime avvisaglie di contrasti imperialistici approfitta la borghesia cca che si fa propagandista di idee panslave cercando di rovesciare l'egemonia tedesca dell'A[ustria].
Questo complesso di delusioni, di speranze e di tentativi spiega il concludersi in quegli anni della lunga incubazione del sentimento nazionale sloveno. Si tratta della formazione di una coscienza nazionale in un ambiente gi travagliato da contrasti imperialistici.
Questo giudizio ci indica gi la complessit che questo fenomeno sociale ha assunto sul piano politico. E a sceverarne i contraddittori aspetti  necessario tener presente gli elementi essenziali della nostra concezione della questione nazionale.
d) Il movimento nazionale sloveno  movimento compiutamente progressivo, finch - divenuto elemento di una complessa situazione a carattere generalmente pi avanzato - non diviene strumento di interessi sostanzialmente alieni da quelli delle masse popolari slovene.
 progressivo in quanto indica lo svilupparsi di pi progrediti rapporti sociali in seno alle masse contadine che vanno svincolandosi dall'egemonia della propriet terriera semifeudale appoggiata dall'alto clero: processo tanto pi significativo in quanto la classe dominante  straniera, italiana o tedesca. Si formano nuclei borghesi a carattere progressista, legati ancora all'origine contadina, che attivano energie economiche e sociali rimaste soffocate dalla polverizzazione nazionale e dal conseguente predominio economico e sociale dello straniero.
e) Conseguente e correlativa di questa evoluzione economica  la maturazione politica in cui pi decisamente si esprime la necessaria degenerazione di un movimento nazionale borghese nell'epoca impe[rialist]ica. Essa presenta un duplice e contraddittorio aspetto: da un lato  conquista di autonomia nell'azione da parte dei gruppi nuovi che sorti dal vecchio mondo semifeudale e paternalistico ad esso si oppongono; dall'altro - per la debolezza di questi gruppi in relazione alle forze politiche che si muovono sul piano dell'impero -  subordinazione, prima tattica, poi strategica, dei fini nazionali a interessi pi larghi e pi potenti. Cos la maturazione politica e il polarizzarsi in partiti favoriscono la differenziazione sociale dei nuclei borghesi, spezzando la primitiva unit nazionale, progressiva.
Se esaminiamo la rivendicazione centrale del movimento sloveno ed insieme del movimento nazionale jugoslavo, vediamo che l'obbiettivo dell'unit - almeno amministrativa - del complesso jugoslavo  indubbiamente progressivo, favorendo la disgregazione della monarchia plurinazionale; ma essa non  sostenuta da una borghesia conseguentemente rivoluzionaria e nella quale si personifichino gli interessi generali del popolo sloveno.
Sostenuta da una bo[rghesia] che della tarda formazione reca gli stenti, le contraddizioni e la tendenza al rapido disgregarsi, essa finir coll'inquadrarsi nel trialismo rezionario-clericale di Francesco Ferdinando.
La debolezza generale della borghesia slovena  - inoltre - acuita dalle contraddizioni che travagliano - nell'epoca '70-90 - i movimenti nazionali progressisti dell'impero: essi sono costretti a ricercare alleanze nelle frazioni pi reazionarie della classe dominante austro-magiara, in quanto il centralismo della borghesia progressista austriaca e magiara urta contro le rivendicazioni federali nazionali. Pertanto i gruppi nazionali sloveni non possono condurre alla periferia una lotta conseguente contro la grande propriet terriera e contro l'alto clero: il basso clero finir, anzi, per strappare nelle campagne l'iniziativa sociale agli elementi piccolo e medio borghesi inurbati, mentre i contadini ricchi e i nuclei di bo[rghesia] agraria si orienteranno verso la borghesia urbana. Da questa situazione avranno origine, attorno alla fine del secolo, le scissioni del movim[ento] nazionale e la formazione dei due p[artiti], quello clericale e quello liberale.
f) L'involuzione del carattere progressivo del movimento sloveno non deve stupire in quanto  fenomeno costante dell'evoluzione nazionale nell'epoca imp[erialist]ica, qualora alla borghesia, costituzionalmente debole per il tardivo sviluppo e preoccupata dell'affermarsi int[ernaziona]le del proletariato, non si sostituisca quale forza egemone sul terreno nazionale la classe operaia alleata ai contadini poveri.
Tuttavia, questa involuzione - appunto per la presenza di nuclei socialisti e di gruppi contadini radicali - non  processo lineare ed omogeneo: si frantuma nel gioco dei vari gruppi, colorandosi qua e l di atteggiamenti ancora progressivi. E tale variopinto complesso di forze sociali e politiche si chiarir all'analisi solo in quanto venga inquadrato nel giudizio generale, gi formulato, del risveglio sloveno come formazione di una coscienza nazionale nella epoca imp[erialist]ica e studiato nel complesso della politica austriaca.
3) L'Austria dall'assolutismo dinastico alla Kulturkampf borghese (1848-1879)(218)
Per il carattere plurinazionale dello Stato asburgico, per la deficienza di un attivo mercato interno (almeno fino al 1870) l'unico legame tra i vari paesi dell'impero, tra le varie nazionalit era la dinastia. L'assolutismo dinastico si fondava - specie prima del '48 - sulla nobilt terriera e sui gruppi di grossi capitalisti interessati alle rendite pubbliche, aveva come suo efficiente strumento il corpo dei funzionari civili e militari (Eng[els] dir che essi soli rappresentano la nazionalit "austriaca").
L'evoluzione di questo artificioso complesso plurinazionale - che legami economici non giustificavano - prese la forma di una lotta tra centralismo e federalismo storico e nazionale, lotta che nelle sue varie fasi implicava contenuto sociale e valore progressivo alterni.
a) 1848 - Originariamente per federalismo si intendeva il federalismo storico che esprimeva principalmente gli interessi dei magnati ungheresi. Esso concorse alla lotta che nel 1848 venne condotta dalla borghesia e dal popolo viennese contro l'assolutismo dinastico. Centralismo era quindi la bandiera della reazione ed in nome di esso combatteva il bano Jelacic; mentre il "federalismo storico" - pur rappresentato dalle forme semifeudali magiare - era elemento progressivo in quanto indeboliva lo Stato assoluto a favore dei nuovi gruppi borghesi. D'altra parte, attraverso la lotta il "federalismo storico" si trasformava in Ungheria in lotta nazionale dei magiari favorendo, in tal modo, il differenziarsi di nuclei borghesi(219) a carattere sempre pi radicale (da Szchenyi a Kossuth, da Kossuth a Petfi).
b) 1848-1861 - In un secondo tempo, la vecchia classe dirigente, sotto la pressione dell'imminente bancarotta, deve far pi larga parte ai nuovi interessi borghesi: la dinastia non si appoggia pi solo sulla nobilt feudale e sui banchieri di corte, ma tende ad allungare la sua base verso la nuova borghesia commerciale ed industriale, che viene al potere con von Bruck. Essa ha perduto ogni velleit democratica e tende solamente a forme centraliste costituzionali, che le garantiscono un efficace controllo sullo Stato e le aprono nuove e vaste prospettive di raccolta di capitali (finanza moderna con aggravamento fiscale e drenaggio del risparmio).
Attorno al nuovo centralismo viennese si riuniscono inoltre le nazionalit pi deboli - "le nazioni senza storia"(220) - che in nessun modo possono aspirare ad autonomie federali in quanto sia federalismo storico che nazionale significherebbe per esse venir gettate in pasto alla nazione localmente dominante. Cos gli italiani, i serbi, i sassoni della Transilvania, ecc.
Il federalismo comincia a raccogliere attorno a s i residui delle vecchie classi dirigenti semifeudali che vedono nel decentramento del potere la possibilit di opporre alla nuova borghesia il pi vasto fronte dei gruppi semifeudali del federalismo storico [magnati ungheresi, nobilt cca e polacca (Belcredi)]. Si compie, intanto, la trasformazione del movimento magiaro, basato ormai sui nuovi gruppi borghesi (Dak, Etvs, Tisza). Travolgendo i limiti tradiz[ionali] del federalismo storico, esso tende alla formazione di uno Stato ungherese centralizzato, di tipo moderno: forte della superiorit del gruppo nazionale magiaro, rivendica l'integrale eredit del patrimonio della Corona di S. Stefano, certo di vincere sia le resistenze centraliste viennesi, sia le informi aspirazioni nazionali dei popoli compresi nell'Ungheria storica(221).
c) 1861-1867 - Dopo la prolungata crisi costituzionale nella quale affiorano alla ribalta le forze maturatesi nel decennio precedente, si giunge al compromesso a[ustro]-ungherese] del '67.  Esso d assetto dualistico all'impero, gettando le basi di una struttura centralizzata nelle sue due parti, coordinando cos, a spese delle nazionalit pi arretrate, le spinte centraliste delle due pi forti borghesie, quella austriaca e quella ungherese.
Sconfitte dalla sistemazione dualista, autoritariamente imposta da Francesco Giuseppe, rimangono le nazionalit pi arretrate e specialmente i popoli slavi che avevano formato il presupposto del compromesso a[ustro]-u[ngherese], i nuclei austriaci pi reazionari che avevano sostenuto un federalismo a base feudale-clericale, col quale si sarebbero assicurati contro la borghesia l'appoggio dei magnati ungheresi e delle classi semifeudali dei "paesi storici dell'impero" (Boemia, Polonia, Croazia).
d) Quali sono, ora, le condizioni di lotta delle nazionalit oppresse? La lotta nazionale  tenuta viva in Austria dai cchi e in Ungheria dai croati: per i cchi le rivendicazioni storiche coincidono con il territorio nazionale(222), mentre per i croati, "popolo senza storia", nemmeno si pone la questione del federalismo storico. Il federalismo storico si dissolverebbe, perci, completamente nel federalismo nazionale, acquistando un carattere progressivo se alle classi semifeudali assertrici del federalismo storico si fosse venuta sostituendo la borghesia nazionale. Il permanere dell'egemonia locale in mano agli elementi reazionari semifeudali (cchi, croati, polacchi, ecc.) rafforza il blocco federale reazionario con i nuclei agrari e clericali dell'A[ustria] tedesca e d carattere regressivo al movimento federalista per tutto il periodo Auersperg (1867-1879), suscitando nuove forze di opposizione nazionale: si potrebbe dire che il dissidio tra federalismo storico e federalismo nazionale si converte in dissidio tra federalismo reazionario e federalismo borghese (Vecchi cchi e Giovani cechi; analogamente nella Croazia dominata dai magiari, partito dell'unit o dei Mammalucchi e partito del diritto).
 questa l'epoca del Kulturkampf austriaco, quando la bo[rghesia] tedesca cerca di sbarazzarsi del pesante concordato del 1855 (che aveva annullato tutte le conquiste giuseppine) e tenta di svincolare il corpo dei funzionari dalla tutela clericale. "Federalismo"  ormai dichiarato tentativo di ristabilire la supremazia reazionaria e clericale degli elementi feudali austriaci (club Hohenwart) poggiati sui rappresentanti - pur essi feudali e clericali e prevalentemente tedeschi(223) - degli sloveni e dei dalmati;  tentativo di perpetuare il monopolio della rappresentanza nazionale da parte dei nobili cechi, polacchi, e dei "fedeloni" sloveni e dalmati.
4) Gli italiani della V[enezia] G[iulia] prima del risveglio sloveno
Pi complessa la situazione della nazionalit italiana: in essa si era operata da lungo tempo una divisione tra i nuovi gruppi della borghesia commerciale a base cosmopolita dell'emporio triestino e i vecchi "signori" friulani cui si aggiunsero gli istriani.
a) La borghesia commerciale triestina
"Per la leale e assennata condotta della citt in mezzo ai vortici della politica conflagrazione"(224) Trieste aveva ottenuto nel 1849 la posizione di citt provincia, che traduceva nell'assetto costituz[ionale] del 1849-'50 il carattere di citt immediata dell'impero.
Questo riconoscimento non significava - per la borghesia triestina - indipendenza da Vienna, ma garanzia di non vedere gli interessi dell'emporio triestino, subordinati agli interessi agrari che sarebbero prevalsi in una provincia autonoma del Litorale (Trieste, Gorizia, Gradisca, Istria, Fiume e parte della Dalmazia). Questo riconoscimento significava, inoltre, mantenimento del punto franco e dell'esenzione militare(225).
La posizione di citt provincia conciliava il crescente interesse dei ceti mercantili ad uno stretto legame con la borghesia dominante di Vienna, lo conciliava col desiderio di mantenere le autonomie provinciali, prima fra le quali l'autogoverno municipale e la libert scolastica (piuttosto relativa). Cos anche a Trieste si supera nella lotta la fase dei "diritti storici" derivanti dal patto di dedizione (unione personale coll'imperatore con gravi limitazioni al suo potere)(226): unica aspirazione sar quella di rafforzare la propria posizione particolare. Questa le consentiva di far sentire direttamente a Vienna i suoi desideri, accaparrandosi pi facilmente favori e sovvenzioni; le consentiva, pure, di realizzare l'aspirazione generale delle piccole nazioni, quella di una moderata autonomia locale - tanto necessaria al carattere di emporio della citt - autonomia che l'autorit dell'impero proteggesse dalle rivendicazioni di altre e pi vaste nazioni.
Autonomia commerciale e culturale nel quadro di un forte centralismo: ecco, in sintesi, la posizione politica della borghesia commerciale triestina.
Cos l'evoluzione politica dell'impero e lo sviluppo economico prodigioso della citt finiscono per comporre in un equilibrio mercantile le aspirazioni tradizionali di Trieste, le quali rese pi ardite dal processo unitario italiano avevano a tratti turbato il lealismo austriaco della citt.
Rappresentante dei ceti mercantili cittadini, ma poggiato pi apertamente sulla piccola borghesia che sui grandi commercianti (i quali al proscenio preferiscono il retroscena)  in quel tempo il partito liberale di Hermet. I limiti che la situazione politica locale e generale imponeva all'azione dei liberali erano molto ristretti: da una parte l'atonia politica della citt(227) sostanzialmente soddisfatta; dall'altra la difficolt di trovare appoggio alle rivendicazioni essenzialmente difensive che vengono formulate (continuazione dell'esenzione dalla leva, italianit della scuola). Queste rivendicazioni troverebbero qualche simpatia presso i federalisti di Hohenwart(228) ma ad un'alleanza con essi si oppongono i legami con la borghesia liberale viennese ed il pericolo che il federalismo nazionale rappresenta per Trieste che rischierebbe di perdere la posizione di citt provincia per essere assorbita da un Land sloveno dominato dai reazionari austriaci(229). Si aggiunga che la politica liberale di Auersperg (matrimonio civile, laicit della scuola) trovava larghi consensi nel cosmopolitismo anticlericale o, almeno, interconfessionale dei triestini(230).
Queste contraddizioni finiscono per scoraggiare il liberalismo triestino che si vede anche minacciato nelle sue posizioni alle elezioni politiche(231).
b) I proprietari fondiari del Friuli goriziano dominavano la regione slava merc l'appoggio dei tedeschi. Erano gli alleati naturali di ogni politica ministeriale che permettesse loro di perpetuare l'oppressione dei contadini cattolici, sloveni ed italiani. Formano, quindi, il gruppo pi decisamente ministeriale ed implicitamente centralista (appoggeranno anche la politica federalista di Taaffe, appunto perch pseudoafederalista - vedi sotto) costituendo il nerbo dei grandi proprietari del club parlamentare Coronini, liberali moderati o "destra centralista" che agli ordini del ministero tenevano la bilancia tra federalisti e centralisti.
c) Pi complessa la posizione dei proprietari italiani dell'Istria, che, stabiliti sulle coste e nei borghi interni, dominavano le campagne croate. Di origine veneta, questa classe era riuscita a ridurre alla parte pi interna dell'Istria la feudalit tedesca(232) e pi di recente - col decadere dell'attivit mercantile - ad assoggettare il contrado croato. Gli stretti legami economici e familiari con Venezia ed, insieme, la sua funzione di avamposto veneziano contro Trieste la legarono anche dopo la restaurazione all'evoluzione ed alle speranze della media borghesia commerciale veneziana. La sua condizione sempre pi subordinata all'attivit economica di Trieste determin, con la nostalgia della Serenissima, l'insorgere di aspirazioni federali e, su questo terreno, qualche voce isolata giunge a chiedere - durante la crisi unitaria italiana - la restaurazione della Signoria Veneta in una Federazione neoguelfa italiana(233).
Predominante rimase per l'aspirazione ad autonomie nazionali, pur nel quadro dell'impero austriaco: questo spiega la unanime astensione della Dieta del "Nessuno" dall'invito di delegati al Parlamento voluto e dominato dai centralisti (1861).
Ma quando ai "signori" italiani venne garantito attraverso l'artificioso sistema elettorale il dominio sui croati, le ambizioni federalistiche si placano quasi completamente, nel riconoscimento e nella difesa dello statu quo.
La posizione dei proprietari istriani rimase, tuttavia, diversa e pi instabile di quella dei friulani per la differenza nazionale pi netta (immigrazione italiana nell'interno, non autoctonia come nel goriziano) e per il pi acuto contrasto sociale. I "signori" istriani non derivavano la loro propriet da titoli feudali e da lunga tradizione di attaccamento alla terra - come nel Friuli - e portavano quindi nei rapporti di propriet un pi acre spirito mercantile e vessatorio. Pi misere sono, quindi, le condizioni della massa contadina e pi grave l'onere debitorio, in costante aumento per lo sfruttamento delle campagne e per i prestiti usurari (cfr. Vivante, p. 165). Ci ostacola ed impedisce la formazione di rapporti paternalistici consueti nell'agro goriziano e gradiscano. Ma, soprattutto, a causa della loro evoluzione politica manca ai "signori" istriani quell'intima solidariet con la burocrazia tedesca che d a Gorizia la sua fisionomia caratteristica (Pensionopoli) (cfr. Vivante, p. 135); manca, quindi, la pi sicura garanzia della dominazione sui contadini croati.
Questa situazione mantiene, quindi, nell'Istria, nuclei di intellettuali separatisti ed irredentisti, che sopravvivono alla crisi del '48-49 e a quella del '60-67: essi rimangono quali sentinelle avanzate del partito liberale istriano. Ben diversamente dal futuro irredentismo triestino, di formazione repubblicana e in lotta contro la "camorra" liberale, l'irredentismo istriano  movimento alieno da avventure democratiche e sostanzialmente fiancheggiato dai liberali istriani. I nuclei irredentisti rimangono, tuttavia, semplici riserve a disposizione del partito liberale che domina, fino alla guerra mondiale, la vita politica istriana, tenacemente attaccato alla sperequazione elettorale e, attraverso ad essa, all'Austria e all'ordine costituito.
5) Il fallimento del liberalismo austriaco e il trasformismo di Taaffe (1879-1893)
La borghesia liberale viennese non aveva la forza di coordinare i vari impulsi sociali, non aveva le qualit di una classe egemone: troppo grandi erano gli interessi divergenti dello Stato austriaco e troppo debole la struttura borghese sia per trovare le condizioni del suo sviluppo economico fuori dell'incessante appoggio statale (crack viennese del 1873) sia per trasformare gli organi statali che il lungo centralismo assolutista aveva permeato di spiriti illiberali.
Non era l'Austria un paese da Kulturkampf n il corpo dei funzionari era fresca argilla da plasmare facilmente secondo i desideri del nuovo gruppo dirigente. L'Austria poteva tutt'al pi essere "interconfessionale" ma non laica, ch il laicismo non poteva non esasperare, da un lato, le retrive popolazioni cattoliche del Tirolo e, in genere, della montagna austriaca, e dall'altro, dare nuova esca al fermento nazionale che ancora in buona parte si esprimeva attraverso la Chiesa.
Conseguenza della politica laica era, quindi, il consolidamento della coalizione reazionaria federalista che giunse al potere approfittando dell'agitazione croata per l'occupazione della Bosnia (1879).
Tuttavia, nemmeno la coalizione federalista poteva aspirare a governare esclusivamente secondo i principi cattolico-reazionari e decentralisti-antiborghesi: la borghesia austriaca rappresentava una forza che, seppure incapace di egemonia politica, ostacolava efficacemente ogni politica diretta contro di essa. La maggioranza federalista era scarsa e precaria: si fondava sullo spostamento dei grandi proprietari e del club Coronini, spostamento che significava fiducia nella politica di Francesco Giuseppe e un orientamento neofederalista della vecchia "destra centralista". Ed, infatti, l'imperatore affid il ministero ad una sua creatura, Taaffe, che inizi la classica politica "trasformista": fare dei federalisti - attraverso favori - uno strumento di centralismo moderato e, ci che pi importava a Francesco Giuseppe, eliminare dal loro seno le diffuse tendenze germanofobe e russofile che trasformavano le aspirazioni dell'autonomia delle nazionalit nel quadro dell'impero in tendenze disgregatrici subordinando la politica austriaca agli appetiti dell'imperialismo straniero e specialmente zarista.
La politica trasformista di Taaffe non riconduce, per, al centralismo laico e borghese, ma salvaguarda l'unit imperiale ammettendo una sempre maggiore influenza cattolica sui funzionari e un predominio delle aristocrazie "storiche" sui nascenti gruppi borghesi (cchi). Taaffe riconosce, con questo, il fallimento del tentativo liberale di trasformare il plurinazionale e semifeudale impero austriaco in uno Stato borghese tedesco: si pone, invece, il compito di interessare i vari gruppi nazionali ad uno Stato che  centralizzato, non per la egemonia di un gruppo sociale e nazionale, ma per il comune e patteggiato concorso dei vari gruppi dirigenti. Esso si esprime e si consolida nella burocrazia e significa necessariamente compressione delle nuove forze sociali: centralismo burocratico reazionario e cattolico  formula che pu sintetizzare la politica Taaffe.
Coll'epoca Taaffe si compie l'usura dei vecchi gruppi nazionali di formazione "storica" (cchi, polacchi) e dei rappresentanti sloveni e dalmati infeudati alla reazione austriaca. La politica trasformista - attraverso concessioni e favori alle nazionalit - finisce con accelerare la maturazione delle forze nazionali borghesi, maturazione pi appariscente in Boemia che altrove: i Vecchi Cchi di Rieger sono travolti dai Giovani Cchi di Gregor e di Masaryk. Questi rappresentano la nuova borghesia ceca sviluppatasi abbastanza rapidamente nelle citt, che - un tempo monopolio della borghesia tedesca - erano state conquistate dai Vecchi Cechi, appoggiati da Taaffe(234). L'insorgere prepotente della questione sociale e l'acutizzarsi dei contrasti imperialistici finiscono con lo spezzare l'omogeneit antitedesca dei gruppi nazionali e modificano profondamente le condizioni della politica austriaca.
La caduta di Taaffe, dovuta al dislocamento della coalizione federalista per il passaggio dei cchi con Gregor all'opposizione, segna l'inizio di una crisi del parlamentarismo che non si chiuder pi. Al posto dei vecchi gruppi nazionali si presenta al Parlamento un'intricata schiera di partiti fondati su questioni che trascendono il semplice conflitto nazionale, ma non ancora maturi abbastanza da creare delle formazioni comuni alle varie nazionalit. I nuovi partiti socialisti invece di condurre una conseguente lotta nazionale prendendone arditamente la direzione, si limitano ad un'attivit democratica generica, raramente prendendo posizione nel campo dei conflitti di nazionalit; la distinzione dei p[artiti] socialisti in p[artiti] delle varie nazionalit finisce coll'essere apparente tentando di conciliare i nuclei proletari colle linee essenziali dello statu quo: donde il soprannome di i[mperial] r[egia] socialdem[ocrazia].
La questione nazionale non  quindi n decisamente affrontata n superata dalla formazione di nuovi partiti, ma  complicata dall'insorgere di altri problemi. E se l'immaturit dei nuovi gruppi impedisce la fusione dei gruppi sociali nazionali su un piano "austriaco" e la formazione di grandi correnti di opinione, a questo contribuisce anche l'inefficienza del Parlamento la cui azione quale centro di unificazione va sempre diminuendo. Se alla direzione della cosa pubblica non fosse stata preposta una burocrazia clericale e lealista, la crisi parlamentare avrebbe annunciato il prossimo smembramento dell'impero. L'impero austriaco, poi, offriva ancora margini sufficienti di espansione economica ai nuovi gruppi borghesi, sicch le lotte aspre sul terreno dei programmi e dei princpi si componevano facilmente sul terreno dell'azione e, specialmente alla periferia, si assisteva al pi variopinto stringersi di alleanze e di blocchi, a base ancor prevalentemente nazionale. Cos il Parlamento viennese restava un'immensa palestra di polemiche vivaci e di ostruzionismi raffinati, ma inconcludenti, al di l del quale scorreva abbastanza tranquilla la vita economica sempre pi fiorente del paese.
6) Il risveglio sloveno
Mentre la politica Taaffe, favorendo lo sviluppo di Trieste (politica di sovvenzioni alla marina e nuove costruzioni), ne accentuava la inazione politica, rappresenta - invece - il clima propizio alla maturazione delle forze nazionali slovene.
Diminuisce il carattere tedesco della burocrazia e la pressione germanizzatrice alla periferia, accordando alcune franchigie nazionali al popolo sloveno (scuole, lingua d'uso, ecc.).
Sono queste le solite espressioni del trasformismo di Taaffe e, come le altre, invece di rinsaldare la traballante egemonia delle oligarchie tedesche o tedeschizzate, finiscono per demolirle promuovendo lo sviluppo delle nuove forze sociali(235).
Dietro la facciata ufficiale della pseudo-rappresentenza politica del popolo sloveno, fermentano gi da tempo forze sociali nuove, su cui ben poco potevano i vincoli di paternalistico ossequio che spingevano i contadini sloveni e deporre i loro voti ai piedi dei grandi proprietari, quasi un complemento alle regalie ed agli omaggi feudali.
I nuovi gruppi di intellettuali e di piccoli borghesi urbani, i primi nuclei di contadini ricchi, legati alle citt dal commercio e dall'incetta di prodotti locali, mal sopportano la dominazione che viene esercitata anche sul piano locale da italiani o tedeschi(236).
Strumento di questa agitazione  il tabor(237) comizio all'aperto in campagna, forma tradizionale d'agitazione e di rivolta dei contadini slavi (i tabor sono i nuclei della resistenza slovena contro le aggressioni turche e contro le vessazioni feudali).
Questi tabor, frequenti specialmente tra il 1865 e il 1875 (coincidono suppergi coll'epoca del liberalismo austriaco) vengono indetti da intellettuali e artigiani urbani e da ricchi contadini commercianti (per es. "mandrieri"). Si avvalgono, probabilmente delle forme di organizzazione spontanea, comuni a tutti i contadini, come per es. il consiglio degli anziani o dei compartecipanti ai beni comunali, forme di organizzazione distinte, se non sempre del tutto, dal "comune" burocratico e tedeschizzato.
Gli interessi immediati lesi dal sistema centralizzato delle amministrazioni comunali trovano la loro rappresentanza in questi tabor in cui si tratter - almeno dapprincipio - della difesa dei beni e delle franchigie comunali(238) minacciate dall'azione burocratica e centralizzatrice del liberalismo austriaco. Ed  attraverso queste forme di organizzazione tradizionale che gli interessi locali si coordinano nell'azione generale per la conquista del comune - prima tappa del moto politico sloveno.
L'unit del tabor e del moto nazionale non  ancora incrinata da cristallizzazioni e stratificazioni di interessi: la tendenza dell'intellettuale a conquistare una posizione di eguaglianza con l'intellettuale tedesco o italiano (uso della lingua negli atti pubblici, ammissione di sloveni nella magistratura e nella burocrazia, scuole slovene) la sua aspirazione a rappresentare quei contadini ai quali lo uniscono ancora mille legami: tutto ci si compone facilmente con la preoccupazione del contadino povero che vede minacciati - dal podest tedesco o italiano - i tradizionali privilegi di origine medioevale ed, insieme, intaccata sostanzialmente la recente conquista della libert dalla gleba (1848), si coordina con le mire dei pochi proprietari medi e ricchi(239) che vogliono liberarsi dalle condizioni di inferiorit di fronte ai grossi proprietari italiani e tedeschi.
Al movimento dei tabor porta il suo contributo il clero: specialmente il basso clero, legato immediatamente agli interessi contadini, ma vi concorre pure la benevolenza delle superiori gerarchie ecclesiastiche che tendevano ad ostacolare l'azione centralizzatrice ed anticlericale dei liberali della Kulturkampf(240).
Cos il tabor  il centro di raccolta del popolo sloveno che, senza distinzione di classe, rivendica contro il proprietario italiano o tedesco, contro l'amministrazione straniera il mantenimento delle sue conquiste storiche e la realizzazione della moderna aspirazione all'autogoverno.
Come si  detto, il primo obiettivo che i tabor pongono al popolo sloveno  la conquista del comune, tappa necessaria (fino al 1873) per ascendere alla Dieta e al Parlamento; mentre il loro programma si compendia nella conquista delle autonomie culturali, teoricamente garantite dalla costituzione. Dal movimento stesso germogliano poi, obiettivi pi ambiziosi che giungono fino all'istanza dell'unit amministrativa di tutti gli sloveni, che le circoscrizioni amministrative dividevano tra la Carniola, la Stiria, la Carinzia e il Litorale(241).
Gli elementi che dominano - almeno nella fase di rigoglio - queste adunanze rustiche e che curano l'esecuzione delle deliberazioni prese, sono intellettuali urbani e contadini agiati cui si stringono i contadini poveri, legati ad essi dalla primitiva gerarchia del villaggio.
Essi tendono a rafforzare l'unit nazionale - espressa dal tabor - colla diffusione della cultura slovena, colla stampa(242) e colle citalnice (circoli di lettura)(243).
 Appunti di storia sindacale(244)
I
Vedremo in una rapida scorsa le tappe che hanno condotto alla formazione del vero sindacato libero di classe - ossia del nostro sindacato -, al chiarimento dei suoi rapporti col p[artito] del prol[etariato].
Noi fondiamo la nostra dottrina sindacale sul concetto del sindacato di classe: associazione di proletari - senza distinzione di tendenze politiche o di confessione religiosa - per la lotta contro il padronato.
Dunque: unit di composizione sociale con la condizione minima dell'accettazione della lotta di classe. Strumentalmente esso si pone l'obbiettivo dell'unit sindacale della classe operaia, ossia l'associazione al sindacato di classe di tutti i proletari.
Storicamente tende - per l'azione degli elementi d'avanguardia - all'associazione di tutti i proletari nella coscienza degli interessi immediati e generali della classe operaia, sotto la guida del p[artito] del proletariato.
Non fondiamo la nostra dottrina sindacale sul concetto di sindacato libero di classe, concetto equivoco e valido solo in determinate situazioni contingenti. Esso significherebbe l'associazione aconfessionale ed apolitica degli operai sulla base della lotta di classe:  concetto contraddittorio in quanto  pura finzione l'esistenza di una associazione aconfessionale ed apolitica(245) di uomini che non possono essere aconfessionali ed apolitici. Finzione che ha mascherato l'infeudamento riformista, che ha voluto indicare, nel sindacalismo puro di operaisti e di economisti o dei soreliani, la fiducia nella spontaneit della "massa" operaia; finzione che, tuttavia, pu essere elemento tattico della nostra polemica contro quei sindacati che non sono di classe, in quanto sono coatti: "libero" sottolinea qui l'autonomia sindacale della classe operaia. Ma quanto sia equivoca tale denominazione ce lo indica il nome di "libero" che viene usurpato da sindacati - quali quelli socialdem[ocratici] nei quali, in forme un po' meno aperte, si esercita tuttavia l'influenza della cl[asse] dominante.
Per noi libero  soltanto il sindacato di classe che la coscienza operaia delle generali condizioni e l'azione d'avanguardia hanno fatto strumento rivoluzionario sotto la guida del p[artito] del prol[etariato].  quindi veramente libero un sindacato che non  n agnostico n tanto meno apolitico, se guardiamo alla sostanza, senza lasciarci irretire da questioni formali - di cui ognuno apprezza l'importanza - ma che hanno valore tattico e quindi contingente.
N su concetti contingenti possiamo fondarci nel tracciare lo schema della genesi del sindacato.
Da quanto si  accennato, discende che il sindacato non si realizza quale frutto spontaneo(246) delle condizioni generali della societ capitalistica, ma, nella sua evoluzione, esprime la travagliata dialettica attraverso la quale la cl[asse] op[eraia] da cl[asse] in s diviene cl[asse] per s.
Questo processo dialettico ha i suoi poli nel fattore oggettivo delle condizioni generali della societ capitalistica e nel fattore soggettivo dell'ideologia e della volont rivoluzionaria dei capi della cl[asse] op[eraia].
Se noi scindessimo i due fattori, potremmo trovare a capo del fattore oggettivo la cl[asse] op[eraia] come "massa" di individui e lo spurio sindacato libero di classe, aconfessionale ed apolitico, ma anche alieno dalla lotta di classe. Ed in questo senso Ilic [Lenin] afferma che la cl[asse] op[eraia] abbandonata a se stessa cadrebbe nel tradeunionismo (abbandonata a se stessa in quanto distaccata dai suoi capi riuniti in lites).
N si obbietti che anche i fattori soggettivi sono determinati dalle condizioni generali della societ: affermazione vera e feconda nell'esame di grandi periodi storici, qui infeconda, ch, cos dicendo, ci impediremmo qualsiasi approfondimento dell'analisi storica e sociale e ci dovremmo accontentare di qualche banalit degna della teoria degli avvenimenti che vanno da s.
Liberati dalla tendenza alla spontaneit implicita nel concetto di sindacato "libero", avendo inquadrato la genesi del sindacato nella dialettica attraverso la quale la cl[asse] op[eraia] diviene cl[asse] per s, possiamo fondare la nostra storia sindacale sul concetto di sindacato di classe: concetto abbastanza agile da aderire al concreto processo dialettico col quale la classe operaia giunge a realizzare il vero sindacato libero, il nostro sindacato.
La storia sindacale , quindi, subordinata agli sforzi che la cl[asse] op[eraia] ha compiuto - sul piano economico e sul piano politico - per conquistare, colla maturit ideologica, il suo p[artito] e pertanto il suo vero sindacato libero.
Di tali sforzi la storia sindacale  una delle pi ricche espressioni, ma non quella essenziale, essendo essa un aspetto particolare della storia della cl[asse] op[eraia] sul piano del lavoro di massa.
Fin dai primordi il sindacato ha rappresentato, nelle sue varie forme, soluzioni particolari del problema politico generale del prol[etariato].
Fin dai primordi esso  caratterizzato - nelle sue forme organizzative come nella sostanza delle sue lotte - da particolari soluzioni del problema dei rapporti con i p[artiti] politici.
Fin dai primordi la sua storia  travagliata storia degli errori - pur fecondi - che hanno condotto alla nostra teoria rivoluzionaria del sindacato ed alla nostra teoria dei suoi rapporti col p[artito].
Il sindacato non  per noi un dato delle condizioni oggettive, ma un'agile forma organizzativa, subordinata alle ideologie ed alle formazioni politiche proletarie: per questa sua agilit organizzativa, per l'inerente possibilit di costituire una piattaforma di azione comune ai pi larghi strati del prol[etariato], esso  per noi l'organismo di massa storicamente pi importante, la palestra migliore dell'azione dell'avang[uardia] del prol[etariato].
18-4-43
II
Le condizioni generali dell'economia capitalistica determinano lo sviluppo del proletariato a "classe per s" capace di azione e di organizzazione economica e politica autonoma.
Le forme, nelle quali si realizza questo sviluppo, non si possono intendere senza approfondire ulteriormente la nostra indagine:  necessario rifarsi all'esame dialettico dell'opposizione tra fattore oggettivo che - in quanto condizione generale - discende immediatamente dalla struttura economica della societ, e fattore soggettivo, che in quanto reazione della coscienza e della volont individuale alle condizioni generali - discende mediatamente dalla struttura economica.
Solo questa ulteriore analisi ci mette in condizione di intendere gli elementi del processo dialettico: l'esame delle sole condizioni generali, della sola struttura pro
duttiva, ci fornisce una legge di tendenza, che - qualora ci si arresti - conduce alla "spontaneit", al fatalismo della teoria degli avvenimenti che vanno da s. Si finirebbe cos per sostituire al materialismo dialettico il materialismo economico.
Tuttavia, nella legge di tendenza di valore generale si inquadra la pi matura analisi dialettica.
Fattore soggettivo
Per quanto si  detto, le forme attraverso le quali si realizza il maturarsi del prol[etariato] a "classe per s" ci vengono chiarite dall'esame dialettico del concorso dei fattori oggettivi e soggettivi.
Intendendo il fattore soggettivo, l'uomo, solo in quanto  prodotto dell'ambiente e quindi determinato dalla sua posizione nei rapporti produttivi, la nostra analisi non avanzerebbe di un passo, ch tutto si ridurrebbe nuovamente all'unit indistinta delle condizioni generali.
Si deve intendere l'individuo nella sua concreta complessit, nella sua coscienza e nella sua volont che reagiscono alle condizioni ambiente: coscienza e volont nella quale si sovrappongono elementi geografici, razziali, nazionali, nella quale, attraverso questi elementi, intervengono influenze ideologiche di altre classi e si ripercuote la generale atmosfera ideologica sociale.
Influenze ideologiche
L'intervento di influenze diverse, e tra esse di influenze ideologiche di altre classi, non significa che il processo di maturazione della cl[asse] op[eraia] dipenda da influenze ad essa estranee.
Anzitutto le influenze ideologiche divengono apporti positivi al moto della cl[asse] op[eraia] soltanto subendo - nella personalit degli elementi d'avanguardia - una profonda trasmutazione che da motivi reazionari li trasformi in motivi rivoluzionari (hegelismo): attraverso questo processo le influenze ideologiche divengono contributi alla maturazione ideologica della cl[asse] op[eraia] ed acquistano, pertanto, piena cittadinanza nella cl[asse] op[eraia]. Senza tale trasmutazione resteranno elementi di ritardo e di deviazione.
Ma nemmeno l'influenza ideologica ed il conseguente apporto positivo  necessario, in quanto la cl[asse] op[eraia] pu giungere - attraverso la elaborazione indipendente dei suoi elementi d'avanguardia - alla maturit ideologica. Non vengono nemmeno qui esclusi i fattori soggettivi, ma si escludono per astratta ipotesi i rapporti ideologici con le altre classi sociali. Valga l'esempio di Dietzgen(247). Ma affinch ci avvenga, bisognerebbe pensare ad una societ in cui le classi si trovino isolate le une dalle altre in tante paratie stagne, quando la realt ci mostra gli infiniti modi attraverso i quali avviene lo scambio ideologico fra le classi (linguaggio, ecc.), quando la storia ci mostra il costante prevalere di una classe sulle altre, prevalere che si sostanzia anche di elementi ideologici. Dunque la nostra ipotesi non si realizza e l'esempio di Dietzgen ha valore puramente polemico: su di esso non si pu fondare la concreta storia della classe op[eraia]. Esso ha valore in quanto  riaffermazione del concetto di autonomia della cl[asse] op[eraia](248).
Conclusione sul metodo
Diremo quindi che i fattori soggettivi attraverso i quali la cl[asse] op[eraia] reagisce alle condizioni generali e attraverso i quali divengono positivi gli apporti ideologici e personali di altre classi sociali, determinano nel rapporto dialettico con le condizioni generali le forme concrete di sviluppo della cl[asse] op[eraia].
Diremo inoltre che, nell'ipotesi astratta di una cl[asse] op[eraia], isolata nella societ come Robinson nella sua isoletta, questa giungerebbe egualmente, attraverso forme diverse e difficolt maggiori, a maturit ideologica, venendo meno agli apporti positivi che il patrimonio ideologico sociale pu fornire alla cl[ asse] op[eraia], attraverso la trasformazione rivoluzionaria della coscienza dei suoi elementi d'avanguardia(249).
Ma al fine di non cadere in errate interpretazioni, conviene ricordare che l'ideologia , in generale, il riflesso dei rapporti della vita materiale e sociale nella mente dell'uomo; processo psicologico al quale la coscienza umana non assiste semplicemente ricettiva e passiva, ma nel quale interviene reagendo ed indicando l'azione che dovr trasformare il mondo. Concludiamo cos con due citazioni famose: "Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita materiale, condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non  la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma  al contrario il loro essere sociale che determina la loro coscienza"(250).
20-28/4/43
III
Le prime lotte operaie sono condotte da nuclei di proletari, nei quali si ravvisano gli embrioni di ci che saranno partito] e sindacato moderni.
Essi assumeranno figura di organizzazioni distinte, nella misura in cui si chiarir la necessit di un'azione sindacale distinta da una azione del p[artito]: attraverso il sindacato le larghe masse del prol[etariato] potranno trovare - indipendentemente da tendenze politiche e da confessioni religiose - un terreno comune di azione sulla base di una piattaforma minima (permanente dissidio tra cap[itale] e lavoro); nel p[artito] - invece - si realizza l'unit organizzativa dell'avang[uardia] del prol[etariato] sulla base dell'ideologia rivoluz[ionaria] della cl[asse] op[eraia]. Perci mentre il sindacato  caratterizzato dall'unit di composizione sociale, il p[artito]  caratterizzato dall'unit ideologica oltre che dall'unit di composizione sociale.
I rapporti tra p[artito] e sindacato sono impliciti nella stessa definizione: l'ideologia rivoluzionaria - che  consapevolezza dei fini storici - inquadra in una prospettiva rivoluzionaria le lotte economiche della cl[asse] op[eraia].
Il p[artito] deve agire, nell'interno del sindacato, per guidare la cl[asse] op[eraia] verso l'unit sindacale; deve conquistare la direzione del sindacato per maturarne la trasformazione in sindacato libero di classe improntato dall'ideologia rivoluzionaria.
22-28/4/43
IV
L'inizio del nuovo secolo  caratterizzato da una crisi economica che invece di risolversi in un ampliamento ed arricchimento del sistema capit[alistico] nel suo complesso, conduce al primo precisarsi di conflitti imper[ialist]ici (guerra russo-giapponese, crisi marocchina).
La classe dominante - nella previsione di crisi economiche e sociali sempre pi acute - prende posizione di fronte al movimento sindacale, tentando attraverso la sua influenza sulle organizzazioni operaie di spezzare l'unit proletaria.
L'ideologia e la pratica riformista si precisano cos ideologia e pratica di asservimento degli interessi operai agli interessi della classe dominante.
Ne deriva quindi nella classe operaia - e specialmente nelle categorie e nei paesi che non possono beneficiare di tale politica corruttrice - una nuova volont di lotta, che culmina, in relazione alla congiuntura economica, nel biennio 1904-5 e nel biennio 1913-14.
Questa volont di lotta alimenta due forme prevalenti sul terreno internazionale: il centrismo (o per precisione, quella frazione intransigente rivoluzionaria del partito socialdemocratico che Ilic [Lenin] chiamer - nel dopoguerra - centrista) e il sindacalismo.
La corrente centrista (Kautsky, Bebel, Guesde, ecc.)  ideologicamente un tentativo di restaurazione del m[arxismo], che disgiunto da una adeguata analisi delle nuove condizioni generali e dalla comprensione della funzione del partito (che tende a subordinare alla classe) rimane sterile di efficacia pratica. Per quanto si possa considerare come tappa necessaria verso l'ideologia m[arxista] dell'epoca imp[erialista], il centrismo esercita un'azione frenatrice e deviatrice sulla ripresa rivoluzionaria, in quanto all'opportunismo riformista - fecondo di risultati immediati se pur transitori - non sa contrapporre che una rivendicazione formale dei principi generali della rivoluz[ione] prolet[aria]. Il suo apporto positivo si limita all'approfondimento della coscienza di classe e della coscienza dello storico antagonismo alla borghesia.
Il sindacalismo si contrappone al "centrismo" in quanto - se ideologicamente rappresenta una deviazione nello sviluppo storico del prolet[ariato] - riunisce concretamente gli elementi pi rivoluzionari della cl[asse] op[eraia] sul terreno dell'azione e della lotta.
Vogliamo esaminare come ed in quale misura gli elementi pi rivoluz[ionari] della cl[asse] op[eraia] siano stati in tanti paesi irretiti da un'ideologia estranea alla classe operaia(251).
Le generali condizioni di disagio del primo insorgere dell'imperialismo distruggevano le illusioni borghesi nella pacifica evoluzione del sistema capitalistico. Esse mettono la grande borghesia di fronte alla necessit delle guerre. Chiariscono - fino all'evidenza - la sfrenata concentrazione e dimostrano che lo sviluppo del capitalismo non significa per gli strati medi che depauperamento e proletarizzazione. Precisano, infine, alla classe op[eraia] la nuova politica di intervento sindacale della grande bo[rghesia], che tende a spezzare l'unit del prolet[ariato], favorendo la formazione di aristocrazie operaie e che vorrebbe inalveare in sindacati riformisti lo slancio rivoluzion[ario] delle masse.
Come espressione ideologica della nuova struttura della classe dominante, si maturava un risveglio dell'idealismo, ma di un idealismo che - ben diversamente dalla filosofia classica tedesca - aveva contenuto decisamente reazionario.
La libert creatrice, la subordinazione delle condizioni oggettive all'opera dell'uomo non erano pi espressione esultante della ragione liberatasi da pregiudizi e giunta ad un libero, umano rapporto con il mondo: erano, invece, giustificazione intellettuale e morale della violenza cieca, di quella violenza che non  "levatrice della storia" poich, incurante delle condizioni oggettive e del processo di sviluppo della societ, proprio contro questo muove in disperata rivolta.
E questo idealismo volontaristico era per la grande borghesia, giustificazione intellettuale e morale del ricorso alla guerra, quale unico mezzo per superare le contraddizioni del sistema.
Esprimeva, invece, negli strati medi, la coscienza che solo una disperata volont rivoluzionaria avrebbe arrestato il processo di decomposizione al quale l'evoluzione del sistema capitalistico conduceva quelle classi medie, che fino allora avevano sperato nel progressivo arricchimento e nel benessere generale della classe borghese. Da questa coscienza deriva negli intellettuali d'avanguardia della piccola borghesia l'abbandono della democrazia di lontane origini giacobine per una nuova democrazia rivoluzionaria e produttivistica.
Democrazia produttivistica ch questa  la piattaforma sociale che deve portare la classe op[eraia] sotto la guida della piccola bo[rghesia] contro il grande capitale monopolista e finanziario.
Democrazia rivoluzionaria, ma rivoluzionaria nel senso di primitiva reazione contro le generali condizioni economiche e sociali, dalla cui analisi non pu venire che la condanna storica delle classi medie. Qui meglio si scorgono le vie attraverso le quali il sindacalismo si collega all'idealismo volontarista della grande borghesia.
Nell'ideologia sindacalista il "popolo" della vecchia democrazia diviene esercito di produttori pi che proletariato. E quella spontaneit - cos cara agli ideologi che vorrebbero consegnare disorganizzate ed inermi le masse popolari agli interessi borghesi - da spontaneit di popolo portatore di Dio, si fa spontaneit rivoluzionaria di produttori che, perennemente agitati dal mito dello sciopero generale, sono sempre pronti a seguire i capi sindacalisti della piccola borghesia verso la conquista dello Stato dei produttori, parente prossimo delle utopie di Saint-Simon e di Owen e delle mistificazioni di Proudhon.
Questa  - brevemente - l'origine e l'assunto centrale della ideologia sindacalista(252).
La rivendicazione dell'azione diretta, della rivoluzione immediata riunisce i nuclei p rivoluzionari del proletariato urbano e rurale attorno all'ideologia sindacalista ed ai capi piccolo-borghesi di essa, mentre la negazione sindacalista della funzione del p[artito] trova rispondenza nell'istintiva avversione al p[artito] socialdemocr[aticoj ed alla pratica riformista.
Il sindacalismo trova cos la sua base di massa nelle categorie pi sfruttate: categorie escluse dai benefici del compromesso protezionista. del riformismo, categorie alle cui spese si viene formando una aristocrazia operaia, masse contadine sulle quali si riversa tradizionalmente la maggior parte dei costi dello Stato bo[rghese] e nelle quali la tradizione della lotta di classe vive pi aspra.
Si deve tuttavia notare che al successo del sindacalismo contribuisce la mentalit primitiva e violenta di strati che l'educazione socialista non ha toccato e nei quali la lotta di classe si confonde ancora colla rivolta elementare e sfuma nella jacquerie contadina (donde la diffusione nei paesi latini e la refrattariet della Germania e dell'Inghilterra). Al successo del sindacalismo contribuisce inoltre l'adesione di alcuni strati operai a mentalit corporativa ed artigiana che identificano i loro interessi con quelli di una rivolta alla societ moderna, analogamente agli strati medi(253).
Nel sindacalismo il problema dei rapporti tra partito e sindacato non si pone - almeno formalmente - ch esso nega la funzione del partito. E la nega conseguente alle sue premesse, ch il partito - come avanguardia organizzata della classe operaia - si propone un'azione di maturazione della classe stessa e rappresenta - nella dialettica del movimento operaio - l'elemento soggettivo che lotta per piegare, al trionfo dei fini storici ed immediati della classe operaia, le condizioni oggettive. Tutti compiti che il sindacalismo disconosce in quanto esso si fonda sullo "spontaneo" potenziale rivoluzionario e sulla reazione cieca e violenta alle condizioni oggettive. Ed i capi del movimento sono, nella concezione sindacalista, gli elementi di lite, il cui compito si esaurisce nel mantenere vivo il mito dello sciopero generale: elementi di lite, che non sono avanguardie espresse dal proletariato nel corso delle sue lotte, ma elementi staccati da esso, profeti dello sciopero generale.
Concezione affatto astratta ch nella pratica sindacalista si ebbero sindacati estremisti e sindacati transigenti a seconda delle condizioni obbiettive e del grado di coscienza dei dirigenti. E nel seno dei sindacati "apolitici", alla testa di essi si ebbero nuclei di proletari espressi dalle lotte cui toccava naturalmente la preparazione e la direzione politica dei movimenti e che rappresentavano - pertanto - dei veri nuclei di partito.
Da qui si vede che la nostra teoria dei rapporti tra sindacato e partito, non  una delle tante possibili, ma corrisponde alla struttura concreta della lotta di classe.
 bene ripetere - come gi si  accennato - che le masse vedevano in questa negazione del p[artito] la negazione del p[artito] socialdem[ocratico] come lo dimostra l'adesione delle masse sindacaliste al p[artito] del proletariato] ed all'ideol[ogia] che pi fortemente mise in rilievo la funzione del p[artito].
A questa evoluzione delle masse sindacali corrispose il passaggio degli ideologi soreliani al p[artito] fascista cui portarono le formule rivoluz[ionarie] care all'insofferenza generica degli strati medi.
Cos falli lo sforzo ideologico pi importante che nell'epoca imperialistica la piccola borghesia intellettuale ha condotto per assicurarsi l'appoggio delle masse operaie: sforzo che ottenne successi abbastanza duraturi dove mancava un nucleo schiettamente operaio, mentre riun solo temporaneamente gli elementi rivoluzionari dove preesistevano tradizioni politiche e sindacali di lotta operaia.
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18 Maggio 1943.
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FINE.
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NOTE AL TESTO:
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(1) Presso l'Archivio storico della resistenza, Istituto Gramsci
(2) I problemi del lavoro, a. IX, n. 10, 1 ottobre 1935.
(3) T. NAPOLITANO, Maternit e infanzia nell'URSS (Saggi di legislazione sovietica), Padova, Cedam, 1934.
(4) Nella prefazione all'opera citata. T. Napolitano fu autore di vari libri e articoli sulla legislazione e sull'ordinamento politico e giuridico nell'URSS, apparsi nel periodo fascista; nel dopoguerra ha pubblicato fra l'altro: Il partito comunista dell'URSS, Roma, Ed. L'Ape, 1945; Il sistema elettorale sovietico, Firenze, Sansoni, 1946; La famiglia sovietica, Roma. Ed. della Bussola, 1946; Il nuovo codice penale sovietico. I princpi e le innovazioni, Milano, Giuffr, 1963.
(5) Recte: besprizorniki, senza vigilanza.
(6) Lett.: case dei bambini.
(7) I problemi del lavoro, a. IX, nn. 11-12, 1 novembre - 1 dicembre 1935.
(8) Dichiarata sciolta la Confederazione generale del lavoro, gli ex dirigenti riformisti, tra i quali Rinaldo Rigola, il 21 gennaio 1927 assicurarono "la loro leale adesione alle corporazioni fasciste", e "in cambio ottennero dal fascismo di costituire una associazione nazionale di studio (ANS) "Problemi del lavoro" e a pubblicare una loro rivista" (Cfr. P. SECCHIA, L'azione svolta dal partito comunista in Italia durante il fascismo, 1926-1932, Milano, Istituto Feltrinelli, Annali 1969, 1970, p. 32).
(9) IG ASR Fondo C. Frammento senza data (presumibilmente del 1936), dattiloscritto.
(10) G. GENTILE, I fondamenti della filosofia del diritto, Pisa, 1916. Poi in Opere complete, v. IX, Firenze, Sansoni.
(11) Una precedente stesura, in foglio separato e allegato a questo frammento, era formulata come segue:
 "Intento del lavoro
 "Non  nostro scopo l'esame della posizione logica del Gentile e l'esame dei rapporti con quelle posizioni che pi le si apparentano. Compito nostro fondamentale , invece, il ricercare la parte pi intima e i motivi pi profondi che hanno dettato all'autore questo breve e compendioso trattato.
 "Non disprezzo della posizione teoretica, ma necessit di chiarire una fondamentale limitazione e determinazione ci addita questa prospettiva particolare.
 "Facilmente si possono trovare in sede teoretica le ragioni di questa limitatezza e determinazione, appena si pensi alla profonda differenza che passa tra la filosofia e il sistema filosofico.
 "Forse troppo si confonde ancora, tutti presi dall'ammirabile identificazione hegeliana di filosofia e storia della filosofia, ci che della filosofia costituisce l'elemento effettivamente eterno e ci che di essa costituisce invece lo elemento caduco e determinato.
 "Il significato profondo dell'identificazione hegeliana e il significato della storia stessa sarebbero poveri e in fondo contradditori quando noi volessimo far coincidere la filosofia con la serie cronologica e sistematica dei sistemi della filosofia.
 "Troppo meschina  allora la storia della filosofia e affatto risolubile nella filosofia stessa, perch ci che veramente con la filosofia  identificabile  il pensiero che questa serie di aridi sistemi pensa e stabilisce in una storia che  storia dello spirito umano nel suo divenire per il carattere che essa ha di unit e di profonda intelliggibilit.
 "Ma se tutto questo  in qualche senso ovvio e nessuno veramente penser di esser caduto nella confusione, le conseguenze che ne derivano sono spesso sprezzate e dileggiate dai purissimi amanti di una realt trascendentale, che sempre pi si trascolora nel freddo rosato di una realt trascendente" (IG ASR Fondo C.).
(12) IG ASR Fondo C. Frammento senza data (presumibilmente del 1936), in parte scritto a mano (il piano dell'introduzione), in parte dattiloscritto su carta intestata "R. Universit degli studi di Padova".
(13) In prima stesura e poi cancellato: g) Loro significato etico come mondo dell'essere e del non essere.
(14) IG ASR Fondo C. Originale dattiloscritto con correzioni a mano della introduzione ad un corso di storia della meccanica tenuto da E. Curiel nell'anno accademico 1936-37 all'Universit di Padova. Una seconda copia senza correzioni, anch'essa in IG ASR Fondo C., reca come titolo Introduzione ad uno studio sulla storia della meccanica. Nello stesso fondo sono conservate: la prima lezione La meccanica di Isacco Newton, frammenti della lezione decima La meccanica di Mach, e undicesima, senza titolo, e nove foglietti con annotazioni bibliografiche.
(15) Lo Stato operaio. Rassegna di politica proletaria, a. XI, nn. 3-4, marzo-aprile 1937. Giorgio Intelvi  il primo degli pseudonimi usati da Eugenio Curiel.
(16) Si tratta della sessione del settembre 1936 del CC del PCI che approv la risoluzione intitolata Riconciliazione e unione del popolo italiano per la conquista del pane, della pace e della libert. La risoluzione fu pubblicata in Lo Stato operaio, a. X, n. 10, ottobre 1936, con gli altri documenti approvati nella medesima sessione, e cio: la dichiarazione Problemi di un movimento della giovent italiana e la relativa risoluzione Per un movimento della giovent italiana; la dichiarazione I comunisti ai cattolici italiani, ecc. Lo stesso numero della rivista riportava inoltre ampi stralci dei rapporti di E. Gennari e di G. Dozza al Comitato centrale e degli interventi di R. Grieco, C. Negarville, M. Montagnana. (L'intervento di Grieco, presentato in Lo Stato operaio in due parti distinte Per la salvezza delle giovani generazioni e A voi, uomini della cultura: questa seconda parte  inclusa in Lo Stato operaio 1927-1939. Antologia a cura di F. Ferri, Roma, Editori Riuniti, 1964, v. II, pp. 475-486. D'ora innanzi Antologia SO. L'intervento completo  presentato col titolo Largo ai giovani in R. GRIECO, Scritti scelti, a cura di E. Modica, prefaz. di G. Amendola, Roma, Editori Riuniti,1966, v. I, pp. 483-515. Anche l'intervento di C. NEGARVILLE, Per un movimento giovanile italiano si trova in Antologia SO, v. II, pp. 464-474.) Fra gli altri articoli e documenti relativi alla sessione del CC, ai quali Curiel si riferisce, sono: La lotta per la conquista della democrazia, in Lo Stato operaio, a. X, n. 11, novembre 1936, ora in Antologia SO, v. II, pp. 487-495; E. GENNARI, Valorizziamo noi, forse i sindacati fascisti?, in Lo Stato operaio, a. X, n. 12, dicembre 1936; R. GRIECO, Il problema dell'ora: unire!, in Lo Stato operaio, a. XI, n. 1, gennaio 1937, ora in Scritti scelti, cit., v. I, pp. 527-535; E. SERENI, Polemiche giovanili, in Lo Stato operaio, a. XI, n. 1, gennaio 1937, ecc. Per la sessione del settembre 1936 del CC del PCI, v. P. SPRIANO, Storia del Partito comunista italiano, Torino, Einaudi, 1970, v. III, pp. 95-99.
(17) La risoluzione del CC, richiamandosi all'agitazione degli operai dell'industria che nel luglio 1936 avevano obbligato il governo fascista a concedere un aumento generale dei salari - agitazione che costituiva "l'avvenimento pi importante verificatosi nel campo operaio dopo lo sciopero generale metallurgico della primavera del 1925" - affermava:
 "a) che la volont d'imporre il mantenimento delle promesse fatte ai lavoratori durante la guerra e una pi larga partecipazione delle masse alla vita del paese, si sviluppa anche in una parte sempre pi importante di quadri di base e di gerarchi sindacali fascisti i quali, nel corso della recente agitazione, hanno posto con forza, assieme, e spesso alla testa degli operai, delle rivendicazioni che, presentate come rivendicazioni del sindacalismo fascista, sono in contrasto con la politica che - mascherandosi dietro la promessa di un lontano "salario corporativo" - ha servito al governo a giustificare sino ad ora tutte le diminuzioni salariali;
 "b) che l'attivit svolta dalle masse nei sindacati fascisti, e i risultati ottenuti dimostrano che i sindacati fascisti possono essere uno strumento di lotta contro il padronato e che, perci, essi debbono essere considerati come i sindacati operai nella attuale situazione italiana;
 "c) che l'azione delle masse pu permettere a queste, anche in regime totalitario fascista, delle vittorie importanti le quali, modificando a loro favore i rapporti di forza esistenti, rendono possibile uno sviluppo ulteriore di tutto il movimento;
 "d) che, in generale, sul terreno della difesa degli interessi quotidiani delle masse, i lavoratori (e specialmente i giovani) considerano come loro dirigenti attuali quei fascisti, quadri di base e gerarchi, pi strettamente legati ad essi e che, nonostante la loro ideologia, dimostrano praticamente di agire in difesa dei loro interessi immediati".
(18) Lo Stato operaio, a. XI, nn. 3-4, marzo-aprile 1937.
(19) La Risoluzione del CC, al punto IV, diceva: "Il PCI, riaffermando che l'obbiettivo finale della sua azione  il rovesciamento del dominio economico e politico del capitalismo nel nostro paese e la instaurazione di un governo operaio e contadino, riconosce che questo non  l'obbiettivo di oggi perch non  ancora l'obbiettivo della maggioranza del popolo, e il partito comunista vuole lottare sempre col popolo e per il popolo. Il PCI afferma che il suo compito attuale, assieme alla difesa degli interessi immediati delle masse popolari,  quello di sviluppare le correnti di libert che esistono nel paese, di suscitarne delle nuove, di mettersi alla loro testa; e che l'obbiettivo della sua azione politica generale, nel periodo attuale,  la conquista della democrazia" (Lo Stato operaio, a. X, n. 10, ottobre 1936).
(20) V. I. LENIN, Opere complete, v. 5, Roma, Editori Riuniti, 1958, p. 421.
(21) V. I. LENIN, Opere complete, cit., v. 5, p. 421.
(22) V. I. LENIN, Opere complete, cit., v. 5, p. 431.
(23) IG Arch. PCI, pos. 1476/60-66. Lo scritto, non datato,  del maggio 1937, e reca in prima pagina le annotazioni a mano "Ferri" e "FGC d'I. - Radio Studenti", quest'ultima con diversa grafia, probabilmente di C. Negarville, (pseud.: Ferri) segretario della Federazione giovanile comunista. L'originale dattiloscritto  stato rintracciato fra il materiale inviato a Madrid, allegato alla seguente lettera d'accompagnamento:
 27-5-1937
 "Segreteria giovanile,
 "Caro Lenti,
 "Come siamo rimasti d'accordo ti mando il materiale per le emissioni dalla Spagna. Siccome in questi giorni ho avuto occasione di parlare con Garlandi,  bene che tu sia al corrente delle ultime notizie sulla radio giovanile.
 "Gallo e Camen, d'accordo con Garlandi, hanno gi deciso di rendere pi regolari le emissioni per i giovani ed hanno stabilito di fare una volta alla settimana un'emissione a nome di Radio giovent. L'emissione  gi cominciata. Ora si tratta di aggiungere, e non di sostituire, a Radio giovent, una emissione settimanale per gli studenti, che fra noi chiameremo Radio studenti. Il materiale che ti mando serve per tutte e due le emissioni, e continueremo cos.
 "Ora qualche spiegazione sui materiali: il materiale studentesco  quasi tutto tolto dalla Voix des tudiants; si tratta in parte di articoli scritti da noi sugli studenti italiani, ed in parte di materiale internazionale che crediamo debba essere utilizzato, come informazione e come impostazione di problemi per la Italia... Saluti fraterni, p. seg. giov. Ermete".
 (Lenti era Ezio Zanelli; Garlandi, Ruggero Grieco; Gallo, Luigi Longo; Camen, Giuliano Pajetta; Ermete, Agostino Novella. La Voix des tudiants era un giornale del Rassemblement des tudiants, organizzazione studentesca antifascista internazionale, con sede a Parigi.) I G Arch. PCI, pos. 1478/32.
(24) Nel 1937 i Littoriali della cultura si svolsero a Napoli all'inizio di aprile.
(25) In prima stesura questo passo era cos formulato: "Ma sappiamo che la giovent stessa che subisce direttamente l'influenza del fascismo compie almeno nella sua parte migliore, uno sforzo notevole per farsi largo e contribuire alla soluzione dei problemi pi vitali che interessano tutto il popolo italiano. Lo vogliano o no, quei giovani intellettuali che vogliono realizzare a fatti e non solo a parole una pi alta giustizia sociale, che, pur credendo nel fascismo, esigono una maggiore libert di parola, lottano oggi per quella democrazia forte e battagliera, democrazia del lavoro e della pace, che  l'aspirazione del popolo italiano e che  la meta per la quale combattiamo".
(26) E. S. (Esulino Sella), Note sui Littoriali, in Il B, a. III, n. 12, 21 aprile 1937.
(27) G. BALLARATI - V. BUONASSISI, Il convegno di dottrina del fascismo, in Critica fascista. Rivista quindicinale del fascismo diretta da Giuseppe Bottai, a. XV, n. 13, 1 maggio 1937.
(28) L'intervista, con il titolo I risultati dei Littoriali, fu pubblicata anche su Il B, a. III, n. 12, 21 aprile 1937.
(29) Quest'ultimo capoverso era, in prima stesura, cos formulato: "Una sola voce si leva dalla stampa universitaria per plaudire ai Littoriali, quella di Achille Starace, che per l'occasione ha creduto bene di farsi intervistare da un redattore del Popolo d'Italia. L'intervista riportata dai giornali giovanili  collocata al posto d'onore in prima pagina, ma gli studenti le avranno riservato probabilmente l'onore dei fischi, gi tributato al gerarca dagli universitari di Padova, Napoli e Milano".
(30) IG Arch. PCI, posiz. 1464, ff. 12-19.
(31) La relazione concerne due incontri tra un gruppo di operai e alcuni studenti universitari, svoltisi a Padova nel giugno 1937 presso la sede del Dopolavoro poligrafici "F. Corridoni".
(32) Ettore Luccini, il quale apr il dibattito in ambedue gli incontri, che poi descrisse in un articolo dal titolo Operai e universitari - Relazione di un esperimento, apparso su Il B, Quindicinale del Gruppo universitario fascista di Padova, a. III, n. 14, 31 agosto 1937.
(33) Riferiva E. Luccini nell'articolo citato: "Il pretesto per iniziare le conversazioni  stato offerto dal pensiero politico del Mazzini... Gli universitari sostennero che alcune idee del pensiero mazziniano sono ancora pienamente attuali, e cio: l'idea dell'educazione del ceto operaio a una maggiore responsabilit politica, che lo renda consapevole dei problemi e dei compiti della sua classe e quindi capace di dirigersi da se stesso. Ci  raggiungibile pi con mezzi interiori che esteriori e cio: superando ogni egoismo individualistico; avendo fede in se stessi, nella parte migliore di se stessi; formandosi una conoscenza adeguata dell'ambiente sociale in cui si vive. Conoscenza sorretta da una fede e perci traducentesi nell'azione e nella collaborazione. L'operaio deve educarsi a questa elevata fede in se stesso, deve interessarsi ai problemi che agitano la societ in cui lavora e, comprendendoli, deve cercarne la soluzione. Deve in altri termini aspirare ad entrare sempre pi nella cosidetta classe dirigente, deve prepararsi a portare esso stesso vivi gli interessi e le forze spirituali degli operai nella classe che guida i destini della nazione".
(34) "Gli operai, pur riconoscendo che sarebbe desiderabile il formarsi di una lite operaia che fosse educata alla responsabilit politica e immessa nella classe dirigente, vollero far sentire agli universitari che il problema urta poi nella realt contro difficolt gravissime, e specialmente gli operai pi anziani, che la vita politica di altri tempi aveva amareggiato, vollero, accentuando magari nel calore polemico le tinte, che i giovani universitari e gli operai si rendessero ben conto di esse e della loro gravit. Ne risultarono osservazioni che possono sembrare improntate ad un amaro scetticismo, ma che volevano avere invece solo la funzione igienica e ritemprante di una doccia fredda; e ci risult dalla stessa confessione dei critici pi severi, e dal fatto che la fede dei pi giovani non fu affatto turbata.
 "In ogni modo fu obiettato innanzitutto che le prime difficolt nascono proprio dalla stessa mentalit della classe operaia.
 "L'operaio cio non sa diventare dirigente restando operaio. E ci vale sia nel campo pi precisamente tecnico che in quello politico. L'operaio dotato di intelligenza e di qualit direttive tende non solo a differenziarsi dagli altri operai, ma a staccarsi da essi, tende a diventare borghese. Le cause fondamentali di questa mentalit sono da ricercarsi: sia nella vita che l'operaio conduce, la quale per la sua durezza  tale da educarlo all'egoismo anzich alla collaborazione; sia nell'ambiente sociale troppo gretto che diffida di ogni personalit che voglia elevarsi e la contrasta; sia nella poca considerazione che in tale ambiente ha la cultura e nella reale difficolt per un lavoratore di studiare e di orientarsi da solo; e infine nella gelosia con cui l'operaio, che con fatica  asceso ai massimi limiti della sua categoria, difende le sue conquiste economiche e sociali; gelosia tanto pi viva quanto pi lenta e difficile  tale ascensione. Per tutte queste difficolt che sorgono in seno alla classe operaia  oltremodo difficile elevarla, ed  quasi impossibile anzi, poich questa classe  destinata a perdere, man mano che in essa si formano, i suoi elementi migliori che non formeranno l'lite della classe operaia, ma passeranno nella diversa classe borghese della quale assumeranno colla pi grande naturalezza la mentalit e che essi rinsanguano di continuo con nuove forze" (E. LUCCINI, art. cit., in Il B, n. 14, 31 agosto 1937).
(35) "Altre osservazioni mirarono invece a dimostrare le difficolt estrinseche che ostacolano una superiore educazione politica della classe operaia. Si faceva osservare che la causa  da ricercarsi non solo nella mentalit egoistica dell'operaio, ma nella complessa struttura economica e sociale di una societ che  tuttora prevalentemente borghese.
 "In essa infatti il problema della classe dirigente  sentito essenzialmente come proprio, in modo quasi esclusivo, della classe borghese. Si richiedono infatti studi lunghi, complessi e non sempre utili, che sono preclusi all'operaio che ha scarsi mezzi economici; la successione ai posti dirigenti  governata da un notevole automatismo per cui si stabilisce quasi una specie di eredit nella direzione; la sempre crescente disciplina della vita economica costringe maggiormente l'operaio nella sua categoria e in seno ad essa gli  preclusa ogni ascesa al di l di certi limiti molto ristretti. Queste difficolt esteriori non sono infine l'ultima ragione del formarsi di quella mentalit egoistica di cui sopra, e del poco amore dell'operaio per la sua classe.
 "Tutto ci  causa ancora di una sempre pi viva consapevolezza negli operai, e specialmente nei pi dotati, di un dualismo di classi. Il fascismo ha superato la lotta di classe e tuttavia questo sentimento cos vivo della dualit delle classi e del loro squilibrio di fatto genera un senso di disorientamento" (E. LUCCINI, art. cit., in Il B, n. 14, 31 agosto 1937).
(36) "Il tema proposto per la seconda seduta  stato quello del sistema economico della nostra societ moderna, e del modo di attuazione della distribuzione della ricchezza in esso.
 "Sono stati accennati i punti fondamentali del marxismo, e la sua critica, rivolta specialmente contro la concezione della lotta di classe e contro il misconoscimento dei valori nazionalistici. A proposito della lotta di classe sono stati richiamati alcuni momenti storici, dalla proibizione delle associazioni operaie del primo ottocento, al riconoscimento di esse come associazioni di fatto, al sorgere del sindacalismo come espressione di lotta economica spontaneamente organizzantesi ed infine al riconoscimento giuridico delle associazioni sindacali con la legge fascista del 3 aprile 1926.
 "Si  venuti alla conclusione che la distribuzione della ricchezza  ancora in parte sotto le ferree necessit di una economia capitalistica, necessit che si impongono da s, anche senza pensare ad una volont egoistica e sfruttatrice del capitalista" (E. LUCCINI, art. cit., in Il B, n. 14, 31 agosto 1937).
(37) "Per determinare in modo pi fecondo la discussione proprio a proposito delle possibilit politiche e direttive della classe operaia, si volle affrontare un problema specifico e fu scelto quello della Camera corporativa su cui rifer un universitario. Venne scelto come punto della discussione quello che meglio poteva interessare gli operai, e cio se nella Camera corporativa potessero essere specificamente garantiti gli interessi degli operai. Furono indicate diverse opinioni e si riconobbe particolare peso a quella che sostiene che la rappresentanza avverr per categoria e non per classe, come appare del resto dalla stessa denominazione di "corporativa" della Camera e che perci essa non possa essere la piattaforma su cui possano essere difesi gli interessi dei lavoratori; tale piattaforma deve essere ricercata altrove.
 "A tal proposito fu espressa anche l'opinione che gli interessi dei lavoratori debbano essere sostenuti nell'ambito dell'azienda attraverso al "controllo aziendale da parte dei sindacati" essendo l'azienda quasi la "cellula corporativa", l'unit elementare in cui vengono a contatto i datori di lavoro e i lavoratori.
 "Il tono generale delle obbiezioni che furono mosse a questa tesi fu abbastanza aspro, e il concetto fondamentale che venne affermato contro di essa fu quello dell'impossibilit che gli interessi operai vengano garantiti dal "basso", e ci perch ogni tentativo di tal genere operato in modo indipendente dalle autorit centrali sboccherebbe subito in forme violente, e il mal dissimulato dissidio tra le classi sorgerebbe nuovamente. Su questa opinione insistevano particolarmente gli operai pi anziani che una lotta sindacale avvenuta in altri tempi aveva reso alquanto scettici" (E. LUCCINI, art. cit., in Il B, n. 14, 31 agosto 1937).
(38) "Anche in questa riunione furono riprese alcune osservazioni della seduta precedente ed approfondite quelle di carattere tecnico. Le obiezioni si fermarono molto sull'impossibilit pratica dell'operaio di arrivare veramente a un controllo dell'azienda.
 "Tale controllo presupporrebbe delle conoscenze che l'operaio non ha normalmente e che sono tuttavia assolutamente necessarie, sia perch il suo intervento non impacci l'azienda, sia per non essere facilmente ingannato dall'impresario che potrebbe presentare lo stato generale dell'azienda in maniera pi o meno capziosa. A ci fu naturalmente risposto che questo controllo non potrebbe venire operato dall'operaio individualmente ma soltanto dal rappresentante degli operai sorretto dall'autorit e dalla competenza degli organi sindacali.
 "Il problema specifico fu tuttavia riportato, data la sua complessa natura, a considerazioni generali di politica, e lo si vede sempre pi condizionato dalle esigenze militari, da quelle della situazione internazionale.
 "Si pervenne cos a concludere per la sua inattuabilit al momento presente, ma fu rifiutato ogni suggerimento quietistico e scettico, affermando che, se la prudenza e la obiettivit sono tra i primi segni che rivelano la maturit della coscienza politica, lo scetticismo e l'indifferenza apatica negano invece tale coscienza" (E. LUCCINI, art. cit., in Il B, n. 14, 31 agosto 1937).
(39) Da Critica fascista, a. XV, n. 22, 15 settembre 1937: "Di una assai utile iniziativa si sono fatti promotori alcuni universitari del GUF di Padova. Si sono dati appuntamento al dopolavoro poligrafici e hanno iniziato con gli operai una serie di conversazioni politiche...". E dopo avere riferito, "in sintesi molto sommaria, i punti fondamentali considerati nelle conversazioni" (sulla scorta dell'articolo di E. Luccini, qui ampiamente riportato), Critica fascista continuava: "Dovendo limitarci a dare un giudizio del tutto generico sull'iniziativa, diremo che essa sotto molti aspetti si  rivelata utile per tutti e ha dimostrato una notevole maturit politica sia negli universitari che negli operai...".
(40) Il B, a. III, n. 13, 1 agosto 1937.
(41) Deputato, membro della Corporazione professioni ed arti; pi tardi consigliere nazionale alla Camera dei fasci e delle corporazioni e podest di Addis Abeba.
(42) Il 16 settembre 1937, La voce degli italiani, n. 59, pubblicava il seguente articolo, dal titolo Autarchia intellettuale schiavit dell'intelligenza:
 "Tutto, si sa, avviene oggi in Italia sotto il segno dell'autarchia. Le istituzioni del regime sono tutte mobilitate per il raggiungimento di essa e recentemente anche la confederazione fascista dei professionisti ed artisti, pretendendo di parlare a norme dell'intelligenza italiana, ha bandito solennemente la crociata per "l'autarchia intellettuale".
 " lecito affermare che di tutte le aberrazioni reazionarie del regime questa  certamente la pi colossale.
 "Ma in che cosa dovrebbe consistere questa autarchia? Nel "fare da s" anche nel campo dell'intelligenza, nel divieto di importazione delle opere che sono prodotte all'estero, nell'arrestare alle frontiere d'Italia la circolazione del pensiero universale. N pi n meno.
 "Non esiste una "cultura italiana" se non come apporto alla cultura universale. Conoscere il pensiero altrui, significa per tutti elevare il livello culturale proprio. Chiudendo le barriere alla produzione intellettuale degli altri paesi, sicuramente si abbassa il livello della produzione intellettuale nazionale. Negare il carattere universale della cultura significa negare la cultura medesima.
 "Ma occorre guardare al fondo delle cose. Non per nulla "l'autarchia intellettuale" viene dopo la stipulazione e il rafforzamento dell'alleanza reazionaria Roma-Berlino. Tutto  collegato e l'autarchia intellettuale non esclude, anzi implica gli "scambi intellettuali" ufficiali italo-tedeschi. Che cosa significa questo? Significa il bando al pensiero progressivo da una parte, e dall'altra l'introduzione sempre pi larga in Italia della peste hitleriana razzista, antisemita, bestialmente reazionaria, ad ammorbare e a contaminare la vita e la cultura italiana. Dietro la frase pomposa della autarchia intellettuale non vi  che la sottomissione del pensiero italiano, gi da molti anni sceso in basso, a concezioni barbariche di pazzi e di fanatici furiosi, le quali sono agli antipodi della cultura.
 "La cultura  emancipazione. Essa non  una cosa astratta, ma  legata con la vita e con i problemi pi alti della vita. Essa allarga gli orizzonti dell'intelligenza, va incontro al progresso e lo stimola.
 "Il popolo e la giovent in particolare hanno una sete immensa di sapere. Ma questa sete non pu in alcun modo essere appagata dai regimi di reazione, poich la cultura  un'arma emancipatrice. Non vi pu essere cultura, finch non vi  libert".
(43) Il B, a. III, n. 13, 1 agosto 1937 ("Rassegna della stampa").
(44) Articolo non firmato, in Critica fascista, a. XV, n. 6, 15 gennaio 1937.
(45) C. PELLIZZI, Educazione fascista e classe dirigente, in Critica fascista, a. XV, n. 16, 15 giugno 1937.
(46) A. NASTI, Obiezioni a Pellizzi, in Critica fascista, a. XV, n. 17, 1 luglio 1937.
(47) G. LONGO, Le organizzazioni giovanili e il movimento sindacale, in Critica fascista, a. XV, n. 15, 1 giugno 1937.
(48) G. GRANZOTTO, La formazione di una classe dirigente, in Critica fascista, a. XV, n. 14, 15 maggio 1937.
(49) G. BALLARATI - V. BUONASSINI, Il convegno di dottrina del fascismo, in Critica fascista, a. XV, n. 13, 1 maggio 1937.
(50) Il B, a. III, n. 14, 31 agosto 1937.
(51) Mussolini si rec in Sicilia dal 15 al 25 luglio 1937 per assistere a manovre militari. Tenne una decina di discorsi, l'ultimo dei quali a Palermo, parlando dei problemi dell'isola, ma soprattutto della situazione internazionale: fu a Palermo che proclam che non avrebbe tollerato "nel Mediterraneo il bolscevismo o qualcosa di simile". Il tema delle manovre militari era il seguente: difesa nell'interno dell'isola contro forze nemiche sbarcate sulla costa occidentale.
(52) Mussolini aveva detto: "Il problema dei problemi della vostra isola si riassume nel nome breve, semplice, italianissimo: acqua". Lo stesso numero di Il B pubblicava nella "Rassegna della stampa" la nota di Curiel qui di seguito riportata.
(53) Il B, a. III, n. 14, 31 agosto 1937, senza titolo ("Rassegna della stampa").
(54) Il Corriere padano di Ferrara ospit dal 1934 al 1939 una "Pagina del GUF" locale. Si veda in proposito l'articolo di I. MARINGHELLI, Appunti su La pagina del GUF, in Emilia, a. III, n. 33, novembre 1954, pp. 349-351.
(55) Il B, a. III, n. 14, 31 agosto 1937.
(56) Le ostilit ebbero inizio il 7 luglio 1937 con il cosiddetto "incidente di Lukuciao", localit a dieci km. da Pechino, dove la guarnigione cinese fu attaccata da truppe giapponesi. Cominci allora la quarta fase del disegno nipponico di conquista della Cina, dopo il distacco della Manciuria, costituita in impero autonomo del Manciuku (1931); l'occupazione del Jehol, annesso al Manciuku e la creazione di una zona smilitarizzata a nord di Pechino (1934); la creazione di un Consiglio politico autonomo filo-giapponese nelle province settentrionali dell'Hopeh e dello Ciahar (1936). E cominci anche la guerra di resistenza del popolo cinese che si protrasse per otto anni (cfr. MAO TSE-DUN, Scritti scelti, Roma, Edizioni Rinascita, 1955, v. 2, pp. 3 sgg).
(57) Per questo articolo la redazione di Il B ricevette una lettera di ringraziamento dall'ambasciata cinese, e sembra inoltre che l'ambasciata giapponese abbia inviato una protesta al governo italiano.  superfluo dire che quest'ultimo non tard a schierarsi apertamente in favore del Giappone: Mussolini, il quale aveva definito l'aggressione come "guerra preventiva", scrisse il 5 ottobre 1937 su Il popolo d'Italia: "Il Giappone non  formalmente fascista, ma il suo atteggiamento antibolscevico, l'indirizzo della sua politica, lo stile del suo popolo lo portano nel numero degli Stati fascisti", e un mese dopo, il 6 novembre, l'Italia entr a far parte, "in qualit di firmataria originaria", del patto antikomintern, gi in vigore dal 26 novembre 1936 fra Germania e Giappone.
(58) Gli interessi imperialistici del Giappone e degli Stati Uniti si esprimevano nel Kuomintang rispettivamente attraverso il gruppo filonipponico diretto da Wang Ching-wei e da Ho Ying-kin, e la tendenza proamericana rappresentata da Sung Tze-wen. Anche la Germania aveva progressivamente aumentato la propria influenza da quando, nell'estate 1933, era giunto in Cina, su invito di Chiang Kai-shek, il generale Hans von Seekt, sostituito poi nel 1935 dal generale A. von Falkenhausen, i quali oltre a riorganizzare l'esercito, procacciarono cospicue commesse ai Krupp, alla Rheinmetall, alla I.G. Farben e agli altri grandi konzern tedeschi. Nel 1937 la missione militare tedesca contava circa 70 consiglieri e ufficiali, ridotti a una trentina l'anno successivo. Per l'influenza militare e industriale tedesca, cfr. F. F. Liu, A Military History of Modern China 1924-1949, Princeton University Press, 1956, pp. 90-102.
(59) Si tratta del famoso "incidente di Sian", dal nome della citt dove Chiang Kai-shek fu preso in "custodia protettiva", vale a dire arrestato da Chang Hsueh-liang, il "Giovane maresciallo" comandante dell'armata nord-orientale del Kuomintang e dal generale Yang Hu-cheng, comandante della 17a armata. Verso la met del 1936 Chiang Kai-shek aveva predisposto una nuova spedizione contro le forze popolari, ma i due generali, che da tempo appoggiavano l'iniziativa del PCC per la creazione di un fronte unico antigiapponese, protestarono energicamente. Chiang Kai-shek si rec personalmente, il 7 dicembre 1936, al quartier generale di Chang Hsueh-liang, a Sian, per persuadere i dissidenti; le discussioni si protrassero infruttuose per cinque giorni, finch il 12 dicembre Chiang Kai-shek fu arrestato con tutto il suo seguito. Lo salv l'intervento del PCC, e personalmente di Ciu En-lai, che ne ottenne il rilascio il 25 dicembre. Cfr. S. E. GRIFFITH, The Chinese People's Liberation Army, New York, McGrew-Hill Books, 1967 e London, Weidenfeld and Nicolson, 1968, pp. 58-59. Si veda anche la Dichiarazione su una dichiarazione di Chiang Kai-shek, in MAO TSE-DUN, Scritti scelti, cit., v. 1, pp. 323-327.
(60)  interessante un raffronto fra questo scritto e un articolo pubblicato in La Voce degli italiani, a. I, n. 16, 28 luglio 1937, che diceva: "...In Cina si sviluppa e si organizza un vasto movimento di resistenza all'aggressore. L'ex presidente del consiglio cinese Chen Ming-shu, il creatore della gloriosa 19a armata, in un articolo apparso stamane sull'Oeuvre descrive efficacemente il sorgere e l'irrobustirsi del "Fronte di tutti" che " formato di contadini e di operai, di piccoli borghesi e di capitalisti aventi una coscienza nazionale. In breve  il popolo tutt'intero. Il suo compito  di unificare e di raggruppare tutte le forze della nazione per combattere contro l'imperialismo giapponese, contro la sua aggressione non motivata contro la Cina". L'inaspettata resistenza che le truppe cinesi, tanto inferiori in fatto d'armamenti, hanno opposto ai nipponici negli scontri di questi giorni, dimostra che non si tratta solo di propaganda... Il trionfo del Giappone... significherebbe una guerra in permanenza, perch centinaia di migliaia ed anche uno o due milioni di soldati di un esercito di occupazione non possono dominare un popolo di 400 milioni, senza estendere e riprendere di continuo le operazioni di guerra".
(61) Il B, a. III, n. 14, 31 agosto 1937 ("Rassegna della stampa").
(62) Il B, a. III, n. 14, 31 agosto 1937. Pubblicato in neretto nella pagina "Corporazioni", si ricollega ai precedente articolo Autarchia dell'intelligenza e classe operaia.
(63) Il B, a. III, n. 14, 31 agosto 1937.
(64) Armando Carlini, docente di filosofia teoretica all'Universit di Pisa, deputato al parlamento per la XXIX legislatura, accademico d'Italia, autore di numerose opere, tra cui: La filosofia di Locke (1921), La religiosit dell'arte e della filosofia (1934); Il mito del realismo (1936); Il sentimento religioso nel pensiero di Mussolini (1938). Gli articoli ai quali si riferisce Curiel apparvero nella rubrica "Orientamenti" in Critica fascista, n. 7, 1 febbraio 1937; n. 8, 15 febbraio 1937; n. 10, 15 marzo 1937; n. 11, 10 aprile 1937; n. 13, 1 maggio 1937; n. 14, 15 maggio 1937; n. 15, 1 giugno 1937; n. 16, 15 giugno 1937; n. 17, 1 luglio 1937; n. 18, 15 luglio 1937; n. 20, 15 agosto 1937.
(65) Critica fascista, n. 13, 1 maggio 1937, p. 237.
(66) Ibidem, p. 238.
(67) Il B, a. III, n. 15, 15 settembre 1937.
(68) Il B, a. III, n. 15, 15 settembre 1937.
(69) CESARE ZAVATTINI, I poveri sono matti, Milano, Bompiani, 1937, con disegni di G. Mucchi [nota di E. C.].
(70) Il B, a. III, n. 15, 15 settembre 1937.
(71) Il B, a. III, n. 15, 15 settembre 1937 ("Rassegna della stampa").
(72) Il B, a. III, n. 15, 15 settembre 1937 ("Rassegna della stampa").
(73) Il B, a. III, n. 15, 15 settembre 1937 ("Rassegna della stampa").
(74) Dal Chi ? - Dizionario degli italiani d'oggi, Roma, Casa ed. Cenacolo, 1940: "Petitto Remo Renato, avvocato e giornalista... ha propugnato in articoli e libri in Italia e in Inghilterra un pensiero di puro legittimismo monarchico e di estrema destra; ed  stato tra i fondatori del Principe, del Sabaudo e dell'Impero... Opere: Legittimismo, Milano, 1924; Aristocrazia custode, Brescia, 1930".
(75) Il B, a. III, n. 16, 1 ottobre 1937 (editoriale).
(76) Il viaggio fu compiuto dal 24 al 29 settembre 1937.
(77) Dai brindisi pronunciati al pranzo d'onore al palazzo della Cancelleria il 27 settembre (cfr. Relazioni internazionali, a. III, n. 40, 2 ottobre 1937, p. 728). In realt - come scrisse Lo Stato operaio (a. XI, n. 10, ottobre 1937 - editoriale non firmato, dal titolo Salvare la pace!) commentando "gli incontri di Berlino, le parate spettacolose ed il tono cinico e provocatorio dei discorsi pronunziati dai due dittatori": "Mussolini ha riconfermato la piena solidariet della sua politica con quella della Germania hitleriana, la sua volont di rafforzare l'aggressione contro la Spagna repubblicana; affermando che l'Europa di domani dovr essere fascista, sia pure per forza d'armi, egli ha voluto impegnare ancor pi a fondo l'Italia alla guerra, alla guerra contro le grandi democrazie occidentali, contro l'Unione Sovietica, contro l'Europa, contro il mondo intero".
(78) V. GAYDA, Il duce in Germania, in Relazioni internazionali, a. III, n. 39, 25 settembre 1937, p. 701. Il passo citato cos proseguiva: "...si fondano su comuni princpi che li fanno consanguinei di fronte a tutti gli altri regimi del mondo"; e in genere tutto l'articolo tendeva alla massima identificazione tra fascismo e nazismo.
(79) "Il cosidetto Fronte del lavoro, che teoricamente avrebbe dovuto rimpiazzare i vecchi sindacati, non rappresentava il lavoratore. Secondo la legge del 24 ottobre 1934, che lo aveva creato, rappresentava "l'organizzazione dei tedeschi che usano la mente o il braccio in attivit creative". Esso abbracciava non soltanto i salariati e gli stipendiati, ma anche i datori di lavoro e i professionisti. Si trattava in realt di una vasta organizzazione propagandistica e di una gigantesca frode. Il suo scopo dichiarato, secondo la legge, non era quello di proteggere il lavoratore, ma di "creare una vera comunit sociale e produttiva di tutti i tedeschi; il suo compito  di far s che ogni singolo individuo sia in grado... di rendere il massimo nel campo del lavoro". ...Precedentemente, la legge del 20 gennaio 1934, che regolava il lavoro nazionale - nota come "Carta del lavoro" - aveva ridato al datore di lavoro la sua antica posizione di padrone assoluto, naturalmente subordinato a sua volta allo Stato onnipotente... I salari erano stabiliti dai cosidetti fiduciari del lavoro, nominati dal Fronte del lavoro. In pratica, questi decidevano le tariffe secondo il desiderio del proprietario dell'azienda..." (W. L. SHIRER, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1962, pp. 288 sgg.; cfr. anche pp. 283 sgg., sulla economia di guerra instaurata dal nazismo, nel cui quadro rientrava la condizione di totale asservimento imposta ai lavoratori).
(80) Dal 21 al 27 settembre 1937 si svolse a Parigi una riunione tra le delegazioni di "tecnici navali" della Francia, della Gran Bretagna e dell'Italia, per riesaminare gli accordi stabiliti alla Conferenza mediterranea tenuta a Nyon, presso Ginevra, dal 9 al 14 settembre, apportandovi le modifiche alle quali il governo fascista subordinava la sua adesione. La Conferenza di Nyon venne convocata per iniziativa anglo-francese dopo che nell'estate numerose navi mercantili di paesi neutrali in rotta verso la Spagna, nonch un cacciatorpediniere britannico, erano stati silurati da sottomarini appartenenti - com'era ormai provato (cfr. Documents on German Foreign Policy, 1918-1945, London, H. M. Stationery Office, Series D, v. III, doc. n. 408), anche se il governo fascista lo negava - alla marina italiana. Alla conferenza furono invitati tutti i paesi rivieraschi del Mediterraneo e del Mar Nero, ed anche la Germania. Ma i governi italiano e tedesco rifiutarono di partecipare per non essere posti in stato d'accusa. I nove paesi rappresentati (Gran Bretagna, Bulgaria, Egitto, Francia, Grecia, Turchia, Jugoslavia, URSS, Romania) concordarono in breve le "misure collettive contro gli atti di pirateria compiuti da sottomarini" e contro attacchi aerei a "naviglio non appartenente a nessuno dei partiti in lotta in Spagna"; e l'accordo avrebbe potuto costituire un notevole successo in quanto, isolando le potenze fasciste, segnava un passo avanti sulla via dell'intesa fra gli Stati europei non fascisti e antifascisti. "Ma in realt - ha scritto M. Tuon de Lara (Storia della guerra civile in Spagna, Roma, Editori Riuniti, 1966, pp. 597-598) - non era altro che un intermezzo farsesco nella commedia che si recitava a Londra" e continuava citando lo storico americano D. T. Cattel: "I governi inglese e francese aprirono immediatamente negoziati con l'Italia per convincerla ad entrare nel nuovo sistema di controllo. L'Italia, allarmatissima per i progressi compiuti in assenza dei diplomatici italiani e tedeschi, accett senza esitare l'invito ad assumersi compiti di pattugliamento" (D. T. CATTEL, Soviet Diplomacy and the Spanish Civil War, University of California Press, 1957, p. 96; v. il capitolo The Nyon Conferente, pp. 90-96). Cos i pirati furono chiamati a contribuire alla prevenzione della pirateria. Sulla conferenza di Nyon, v. anche W. P. and Z. K. COATES, A History of Anglo-Soviet Relations, London, Lawrence & Wishart, 1945, pp. 564 sgg.
(81) Dal discorso di Mussolini a Berlino, in Relazioni internazionali, a. III, n. 40, 2 ottobre 1937, p. 729.
(82) Il B, a. III, n. 16, 1 ottobre 1937 ("Rassegna della stampa").
(83) Da un articolo La scuola elementare in regime fascista, apparso su La voce degli italiani, a. I, n. 60, 17 settembre 1937: "...Lo Stato fascista in fin dei conti si propone, attraverso la scuola, di fare, dei figli del popolo, i puntelli dei nemici del popolo. Bisogna cio che essi non conoscano mai la verit, che i nemici del popolo siano loro falsamente indicati nel seno stesso della loro classe, che i veri nemici del popolo siano nascosti ai loro occhi dal paravento della falsa mistica patriottica, che la loro tendenza sempre pi forte, quanto pi si sviluppa l'intelligenza, ad indagare dove stanno le cause della miseria, sia continuamente sviata, che essi siano continuamente abituati a non pensare da s, ma a lasciar pensare gli altri. Questo  il reale programma della scuola fascista e particolarmente di quella elementare. Ci si pu stupire dopo di ci del suo carattere opprimente, uniforme, senza vita, del malessere che essa riversa in generale su scolari, genitori e maestri?
 "La scuola elementare non  affatto gratuita. La prima cosa che  richiesta ai genitori appena iscrivono i figli  il versamento di cinque lire della tessera balilla... Costituirebbe una nota di demerito per un maestro il non avere tutti i suoi scolari tesserati. Ai figli dei disoccupati si domanda di pagare la tessera a rate, e vi sono dei maestri che finiscono per pagare la tessera dei loro scolari poveri col proprio stipendio, per non avere seccature col direttore. Segue l'acquisto del cosidetto libro di Stato, vergognosa speculazione commerciale perpetrata in combutta fra lo Stato e i grandi editori... Si sa che data la scarsa produzione libraria italiana, le maggiori case editrici traggono il cespite pi rilevante di introiti dalla vendita dei libri di testo. Succede allora che il libro unico di Stato per ciascuna delle classi elementari viene composto dal Poligrafico dello Stato, azienda parastatale. La composizione viene poi spedita alle diverse case editrici, gi produttrici dei libri elementari, secondo una ripartizione evidentemente "corporativa". Le case editrici stampano i libri e poi li inviano alle cartolerie per la vendita. Ognuno pu immaginare cosa viene a costare lo stesso libro della prima classe: sotto le dieci lire. Non si parla dei contributi di ogni genere che, almeno settimanalmente, i maestri sono costretti a richiedere agli alunni. Chiunque di essi abbia della sensibilit non pu sentirsi che umiliato nel vedersi ridotto ad una funzione di vessazione continua...".
(84) "E realmente i maestri sono dei veri umiliati e offesi. Dal punto di vista morale, essi sono immensamente pi oppressi di qualunque altro lavoratore. L'operaio  oppresso nell'officina, ma egli d il suo lavoro, non la sua coscienza e la sua anima. Il maestro deve mettere al passo il suo pensiero e il suo cuore con le banalit stupide e le ipocrite menzogne dei libri di testo. Nessuna autonomia gli  consentita. La vilt e l'ipocrisia devono diventare il suo abito. L'unica sua preoccupazione finisce per essere il "mettersi a posto" col programma e con la direzione, l'evitare le "seccature" per non arrischiare il pane e la carriera. Egli  ridotto a portare la camicia nera senza volerlo, a farsi il veicolo avvilito della educazione falsa, ipocrita, reazionaria che il regime impone al popolo..." (art. cit., in La voce degli italiani, a. I, n. 60, 17 settembre 1937. Anche alcuni collaboratori del giornale, tra cui E. Sereni, ritengono probabile che l'articolo sia di E. Curiel, forse con qualche modifica redazionale).
(85) Probabilmente di Curiel, o redatto in base a note da lui inviate,  il seguente articolo pubblicato da La voce degli italiani, a. I, n. 67, 25 settembre 1937, col titolo Brevi note sulla scuola d'avviamento al lavoro:
 La frequenza scolastica obbligatoria (obbligatoria, ma non gratuita) si estende fino al quattordicesimo anno di et. La scuola media interessa quindi in parte anche il popolo, in quanto  per esso che la "scuola di avviamento al lavoro", prolungamento della scuola elementare,  stata, al dire del regime fascista, appositamente creata.
 Si pu senz'altro affermare che essa non prepara affatto al lavoro.
 Le materie cosiddette professionali hanno un'importanza del tutto secondaria e del tutto staccata dal resto dell'insegnamento. Nessun industriale o proprietario agricolo o commerciante si  mai sognato di assumere personale giovane fra i licenziati di questa scuola.  ai genitori che spetta di trovar lavoro ai figli, e se saranno cos fortunati da trovarne, esso non avr alcunissimo rapporto con ci che hanno imparato. Si tratta di una scuola ibrida, verso la quale si elevano critiche da ogni parte, che ha per tre quarti i caratteri delle altre scuole medie, senza dare adito a proseguire gli studi, e come scuola professionale la poco lieta particolarit... di non insegnare alcuna professione. I padri di famiglia sanno che devono pagare tasse e libri, ma che i loro figli non ne ricaveranno nulla, all'infuori di determinate nozioni di cultura generale, che rimarranno infruttifere finch i ragazzi non saranno qualche cosa nella vita, ossia finch non lavoreranno.
 Con tutta certezza, si pu dire che la quasi totalit dei lavoratori i cui figli frequentano la scuola di avviamento, non hanno i mezzi per acquistar loro i libri e per pagare le tasse; per farlo, essi devono lesinare sul cibo della famiglia.
 Appunto perch si tratta di una scuola destinata ai figli del popolo, l'imbottimento fascista sopra gli alunni  ancora pi intenso. I ragazzi devono stare il pi possibile lontani da casa e non si contano le adunate, i turni di guardia, le marce e gli esercizi militari durante le domeniche e altre feste scolastiche. I professori seguono il vecchio andazzo dei compiti per casa, e sono proteste continue dei genitori contro i dirigenti dell'Opera balilla, perch mettono i ragazzi nell'impossibilit di fare i loro doveri scolastici e li sottopongono a fatiche esorbitanti.
 Gli insegnanti assistono accorati e demoralizzati a tale stato di cose, ridotti come sono a non avere alcuna benintesa autonomia di insegnamento, a dover essere nient'altro che dei ripetitori di programmi ministeriali, dei riscuotitori di tessere e di contributi.
 E questa la scuola di avviamento al lavoro, quale la realizza il regime fascista e della quale sono malcontenti genitori, insegnanti ed alunni.
(86) Il B, a. III, n. 16, 1 ottobre 1937.
(87) Il B, a. III, n. 19, 15 novembre 1937 (editoriale).
(88) Il B, a. III, n. 17, 15 ottobre 1937.
(89) Il Comitato corporativo centrale si riun dall'11 al 19 ottobre 1937, sotto la presidenza di Mussolini, per esaminare i piani predisposti dalle 22 corporazioni per la realizzazione dell'autarchia nei rispettivi settori.
(90) Il 19 ottobre 1937, il consiglio dei ministri approv un decreto legge relativo a un'imposta straordinaria del 10% sul capitale delle societ per azioni. Il decreto prevedeva l'esenzione dall'imposta per le banche e gli istituti di credito.
(91) Nella medesima riunione del consiglio dei ministri furono approvati tre schemi di decreti legge concernenti la costituzione degli Enti di colonizzazione "Romagna d'Etiopia", "Puglia d'Etiopia" e "Veneto d'Etiopia".
(92) Il 19 ottobre 1937, alla chiusura dei lavori del Comitato corporativo centrale, Mussolini proclam l'istituzione della "Commissione suprema per l'autarchia" che - come si legge in Critica fascista, a. XVI, n. 1, 10 novembre 1937 - "sar costituita dal Comitato corporativo centrale nella sua struttura di legge, con l'aggiunta di un gruppo di esponenti di particolari organi statali e di grandi imprese private, e in pi dei direttori dei maggiori giornali".
(93) Il B, a. III, n. 17, 15 ottobre 1937 ("Problemi sindacali").
(94) Il libretto di lavoro fu istituito nel 1936 ad imitazione di quanto era gi avvenuto sin dal febbraio 1935 in Germania, dove "il libretto di lavoro non soltanto forniva allo Stato e al proprietario d'azienda dati sempre aggiornati su ogni singolo dipendente in tutta la nazione, ma serviva anche a legare il lavoratore al suo posto di lavoro" (W. L. SHIRER, op. cit., p. 290). Quando fu introdotto in Italia, G. Di Vittorio lo defin "libretto d'infanzia, che mira a stabilire la sorveglianza speciale sugli operai da parte dei padroni, i quali avranno una nuova arma per ricattare i propri dipendenti: la minaccia di una cattiva annotazione nel libretto che influenzerebbe negativamente tutta la vita dell'operaio" (G. DI VITTORIO, Il piano corporativo di Mussolini, in Lo Stato operaio, a. X, n. 4, aprile 1936, riportato in Antologia SO, cit., v. II, pp. 397-409).
(95) Il B, a. III, n. 17, 15 ottobre 1937 ("Rassegna della stampa").
(96) V. LILLI, Autisti croce e delizia, in Corriere della sera del 15 ottobre 1937.
(97) Cfr. l'articolo Corporativismo in marcia, a p. 109.
(98) Il B, a. III, n. 17, 15 ottobre 1937 ("Rassegna della stampa").
(99) Il B, a. III, n. 17, 15 ottobre 1937 ("Rassegna della stampa").
(100) I dieci anni della Carta del lavoro, Roma, Confederazione fascista dei lavoratori dell'industria, 1937.
(101) Il B, a. III, n. 19, 15 novembre 1937 ("Problemi sindacali").
(102) Il B, a. III, n. 20, 4 dicembre 1937.
(103) Una corrispondenza da Milano apparsa su La Voce degli italiani, a. I, n. 123, 30 novembre 1937, riferiva: "L'applicazione integrale del sistema dell'autarchia porter come conseguenza la fine del sindacato? Certo vi  luogo a pensare che questo sia il piano dei grandi industriali. Gi da tempo si elevano voci sulla stampa per sostenere che con l'avvento delle corporazioni il sindacato perde ogni ragione di essere. Fino ad ora non  questo il pensiero ufficiale, ma non  detto che tale non possa essere a scadenza pi o meno breve".
(104) Si tratta di un'interpretazione alquanto libera del pensiero dell'Arrigoni, il quale aveva scritto: "La composizione degli interessi non pu essere che un momento dell'idea corporativa. Ad esso si deve sostituire una reale, sentita, effettiva, benefica collaborazione degli interessi" (A. L. ARRIGONI, Un imperativo: superare il salariato, in Dottrina fascista, a. II, n. 1, novembre 1937).
(105) Il B, a. III, n. 20, 4 dicembre 1937.
(106) Cfr. l'articolo Fine o potenziamento del sindacato?, pubblicato nello stesso numero di Il B, qui a p. 127 (pag. 199. in questa edizione elettronica).
(107) In quei giorni La Voce degli italiani dedicava all'argomento due articoli che potrebbero essere di Curiel (pi probabilmente il secondo) o comunque redatti dietro sue indicazioni, come lasciano presumere le evidenti analogie col presente scritto, ed anche la coincidenza che proprio allora egli s'era recato a Parigi. Il primo articolo, Verso l'organizzazione burocratica degli uffici di collocamento (n. 120, 26 novembre 1937), premesso che nel periodo prefascista i sindacati avevano ottenuto in quasi tutti i settori l'attribuzione dei compiti di collocamento, continuava osservando che anche in seguito "il sistema non cess del tutto, sebbene di esso non sia rimasto che un simulacro... l'ufficio di collocamento sindacale  pi o meno rimasto, per quanto snaturato e viziato da tutti gli abbandoni e le rese a discrezione del sindacalismo fascista. Pare ora che la questione sia arrivata al suo punto morto. Essa verr trattata dal Comitato corporativo centrale, davanti al quale stanno tre soluzioni.
 "La prima soluzione - proseguiva l'articolo -  quella sostenuta dai rappresentanti dei sindacati fascisti dell'agricoltura. Essa, secondo quanto appare da dichiarazioni ufficiali, "insiste sull'inscidibilit che il compito del collocamento ha rispetto alle funzioni del sindacato operaio per propugnare il ritorno di queste attribuzioni ai sindacati dei lavoratori, considerati questi come gli organi pi adatti a valutare, a contemperare, e a far rispettare le esigenze della mano d'opera da occuparsi". Questa tendenza deve essere considerata come il risultato della risoluta pressione dei lavoratori...
 "Contro tale soluzione sta quella dei datori di lavoro i quali non sostengono la liquidazione completa dell'ufficio di collocamento, ma vogliono che quelli che vi sono addetti non abbiano funzioni sindacali, ossia che venga organizzata, in certo modo, l'assunzione degli operai, ma che tale assunzione non sia legata col contratto di lavoro.  chiaro che, in sostanza, con questa soluzione, il principio del collocamento della mano d'opera  completamente rovesciato.
 "Resta la terza soluzione, che apparentemente sembra voler conciliare le altre due, ma non  che una variante della seconda, ed  sostenuta dai gerarchi del governo e del partito fascista. Si tratterebbe di trasformare il collocamento in una funzione burocratica degli uffici comunali, impiantando in ogni comune degli schedari, estratti dai registri dello stato civile, ove sia annotata la situazione familiare di ciascun lavoratore. In base a ci avverrebbe il collocamento...
 " chiaro che i gerarchi ufficiali cercano di varare questo progetto il quale non , ripetiamo, altro che una variazione di quello dei datori di lavoro, in quanto anch'esso distacca l'assunzione degli operai dall'organizzazione sindacale..."
(108) Si riporta qui integralmente l'articolo apparso in La Voce degli italiani, a. I, n. 128, 5 dicembre 1937, col titolo La controversia sugli Uffici di collocamento:
 "L'operaio disoccupato, che, cappello tra le mani, va a bussare alla porta delle aziende, entra nell'impresa in uno stato di grande soggezione; la possibilit di occupazione gli  offerta come una forma di larvata carit e qualsiasi condizione  accettata; egli non pu porre la questione del salario perch avanzare pretese, al momento che si chiede del lavoro direttamente all'imprenditore,  impossibile. Durante il rapporto di impiego, lo stato di soggezione permane a meno che la domanda di lavoro non sia particolarmente forte, perch l'operaio sa che se chiede il rispetto della tariffa sindacale,  licenziato e deve iniziare il via vai di porta in porta delle officine ad implorare lavoro con la prospettiva che le condizioni che gli saranno offerte, dopo lunga e dolorosa attesa, saranno forse peggiori".
 Queste parole si leggono nel Lavoro fascista del 2 corrente. Esse costituiscono per l'articolista il punto di partenza per dimostrare la necessit che gli uffici di collocamento siano affidati alle organizzazioni sindacali e non siano trasformati in semplici uffici burocratici, come  intenzione manifesta delle alte gerarchie del governo e del partito fascista.
 L'articolista si serve ancora di altre argomentazioni, quali le seguenti:
 "Le ditte che sono colpite da contravvenzioni sul collocamento sono quelle che, in generale, non rispettano i contratti collettivi di lavoro. Il buon funzionamento degli uffici di collocamento mira ad evitare la pressione dei disoccupati nella stipulazione dei contratti collettivi".
 Lo scrittore si richiama da ultimo alla Carta del lavoro e sostiene ritorcendo l'argomento dei suoi oppositori: "L'affermazione che gli uffici di collocamento siano sotto il controllo dello Stato  inconcludente. In definitiva, la Carta del lavoro, nel riservare agli organi corporativi dello Stato il controllo degli uffici di collocamento, ha escluso che gli uffici stessi debbano dipendere dallo Stato".
 Noi abbiamo gi rilevato l'importanza della questione. Il grande capitale e il regime che ne  l'espressione, hanno liquidato da quindici anni i sindacati di classe ed hanno creato dei sindacati da essi direttamente controllati. Ma pur nella ristretta, insufficiente ed inconseguente misura in cui questi funzionano, essi disturbano ancora i piani dei capitalisti. Un contratto di lavoro fascista  evidentemente preferibile per i capitalisti ad un contratto classista, ma  ancora un contratto, per quanto meschino e malamente difeso. I capitalisti non vogliono contratti che li leghino: la loro tendenza  ad avere assoluta mano libera di fronte agli operai. Nelle condizioni dell'autarchia, essi intensificano ed intensificheranno pi ancora la lotta per la liquidazione dell'ultimo vestigio di movimento sindacale, ad imitazione dei loro colleghi nazisti.
 I capitalisti iniziano l'attacco contro gli uffici sindacali di collocamento, ossia tendono, come dicemmo, a distaccare l'assunzione della mano d'opera dal contratto di lavoro, a fare dell'ufficio di collocamento una specie di distretto militare di arruolamento dei lavoratori. La riuscita di tale operazione significa lo annullamento pratico di ogni contratto collettivo, soprattutto nelle campagne, dove la mano d'opera  disoccupata per larga parte dell'anno, e quindi  forte la domanda di lavoro.
  chiaro che nessun operaio fascista pu accettare di essere alla completa merc dei padroni ed  naturale quindi l'opposizione che si manifesta nelle sfere minori del fascismo contro il progetto padronale-governativo dell'organizzazione burocratica degli uffici di collocamento. Tale opposizione, come si rileva da quanto abbiamo riportato pi sopra,  appoggiata dagli esponenti del movimento sindacale attuale. Indubbiamente essa  timida, inconseguente, puramente verbale, ma giova agli interessi dei lavoratori.
 Tanto pi  necessario che essa sia sostenuta conseguentemente, resa viva ed operante dagli elementi coscienti delle larghe masse lavoratrici.
(109) Il B, a. III, n. 20, 4 dicembre 1937 ("Problemi sindacali").
(110) Il B, a. III, n. 21, 18 dicembre 1937.
(111) Il B, a. III, n. 21, 18 dicembre 1937 ("Appunti").
(112) Il B, a. III, n. 21, 18 dicembre 1937 ("Appunti").
(113) A. L. ARRIGONI, Un imperativo: superare il salariato, in Dottrina fascista, a. II, n. 1, novembre 1937.
(114) Il B, a. III, n. 21, 18 dicembre 1937 ("Appunti").
(115) Il B, a. III, n. 21, 18 dicembre 1937 ("Rassegna della stampa").
(116) La Voce degli italiani, a. I, n. 130, 8 dicembre 1937, dava notizia del caso occorso a "un operaio metallurgico disoccupato, che era gi stato richiesto dal datore di lavoro, e da otto giorni faceva inutilmente la coda agli sportelli del sindacato perch gli si staccasse la bolletta onde recarsi al lavoro. Esasperato dal timore di perdere l'occupazione, all'ottavo giorno si mise a protestare contro l'indolenza dell'impiegato, dicendo che non era quello il modo di trattare un padre di quattro figli... Per tutta risposta l'impiegato lo fece arrestare e lo denunci per oltraggio a pubblico ufficiale".
(117) Il B, a. III, n. 21, 18 dicembre 1937 ("Rassegna della stampa").
(118) Settimanale del GUF di Roma.
(119) Il B, a III, n. 21, 18 dicembre 1937 ("Rassegna della stampa").
(120) Il B, a. III, n. 21, 18 dicembre 1937 ("Appunti").
(121) Il B, a. IV, n. 2, 15 gennaio 1938.
(122) Il B, a. IV, n. 2, 15 gennaio 1938.
 L'Ispettorato corporativo era un organo speciale del ministero delle corporazioni, composto da un ispettorato centrale e da uffici o circoli regionali. Le sue competenze definite con legge 16 giugno 1932, erano: la vigilanza sull'esecuzione dei contratti collettivi di lavoro e in genere sull'applicazione delle norme sul lavoro; vigilanza sul funzionamento delle attivit previdenziali, assistenziali e igienico-sanitarie a favore dei prestatori d'opera; raccolta di notizie e informazioni sulle condizioni e lo sviluppo della produzione nazionale e delle singole attivit produttive. Le attribuzioni dell'Ispettorato avevano il carattere di funzioni di polizia giudiziaria.
(123) La lettera era apparsa su Il B, a. III, n. 21, 18 dicembre 1937, col titolo Sul funzionamento dell'Ispettorato corporativo, in una nuova rubrica "Collaborazione operaia" che non ebbe poi seguito e che, come avvertiva una nota in neretto, avrebbe dovuto essere "aperta alla collaborazione di tutti gli operai". In merito alla lettera, E. Luccini ha reso la seguente testimonianza: "Non ho memoria sicura per attribuirla a Curiel o per precisare che si tratti di una lettera aperta. Ma conoscendo Curiel e il nostro modo di lavorare, propendo a credere che si tratti di una lettera effettivamente pervenuta a Il B. Tuttavia il pezzo  scritto bene, non sembra di mano operaia;  vero anche per, come mostra del resto la nostra collaborazione con gli operai tipografi, che Curiel seguiva assai da vicino gli operai e gli stessi collaboratori.  molto verosimile che si tratti di un pezzo scritto da un operaio, probabilmente dopo una discussione avuta con Curiel e formalmente rielaborato dallo stesso Curiel".
 Ed ecco la lettera:
 "A questa ottima istituzione vogliamo accennare per un inconveniente, fiduciosi che quanto prima venga eliminato. Perch sappiamo quanto utile e necessario sia il suo compito, onde vengano a diminuire quelle inadempienze, causate vuoi per ignoranza delle leggi, vuoi per la finzione di ignorarle (ci che accade pi spesso), da parte di qualche impresario o industriale, poco scrupoloso, al fine di fare il proprio interesse, a danno naturalmente del lavoratore.
 "Spesso capita che qualche ditta o impresa, magari a carattere non continuativo, venga regolarmente denunciata all'Ispettorato corporativo. Dopo circa un mese dalla data della denuncia viene fatto il sopralluogo. Se ci sono delle irregolarit, che talvolta potrebbero paragonarsi all'appropriazione indebita, l'ispettore deve limitarsi a stendere la cosidetta "prescrizione", invitante l'inadempiente a mettersi in regola.
 "Il controllo successivo, nel quale l'ispettore pu stendere regolare denuncia, viene fatto anche dopo circa sei mesi.
 "Da questo stato di fatto appare chiaro ed evidente che qualcuna di queste ditte fa in tempo a terminare il suo lavoro occasionale, sciogliersi o scomparire, prima che i loro dipendenti possano ricuperare quanto  di loro spettanza, quanto  stato trattenuto loro sul salario, ai fini, ad esempio, della previdenza. Nel caso pi fortunato arrischiano se cadono disoccupati, di rimetterci un mese di sussidio dell'Istituto nazionale fascista della previdenza sociale.
 "Stando cos le cose, domandiamo noi se per tutelare la propriet, l'ordine o altro, sono state create delle leggi pronte ed energiche, perch non devono essere tutelati con la stessa prontezza ed energia la propriet, i diritti e gli interessi del lavoratore?
 "Molto  stato fatto dall'ordinamento sindacale fascista e corporativo. Ma occorre a nostro parere, potenziare maggiormente l'istituzione dell'Ispettorato corporativo, sveltirla, renderla insomma pi fascista nella sua attivit funzionale.
 Il fiduciario di fabbrica".
(124) Il B, a. IV, n. 3, 5 febbraio 1938.
(125) Secondo la testimonianza di E. Luccini, "con tutta probabilit l'articolo fu scritto in collaborazione, anche perch nella visita alcune volte fummo insieme, altre volte divisi e incaricati di compiti diversi. I colloqui furono tenuti con Cianetti e con i suoi diretti collaboratori, che ci accompagnarono nella visita. L'impegno fu senza dubbio maggiore da parte di Curiel, sicch  probabile che, se vi furono miei contributi, essi siano stati rifusi e organicamente inseriti nel tutto da Curiel. So che Curiel mi disse che l'imprudenza di Cianetti si era spinta sino a mostrargli alcune relazioni che venivano dall'estero e che riguardavano il movimento operaio antifascista clandestino".
 Della visita alla CFLI si trova menzione anche nel rapporto steso dall'ispettore generale di PS Francesco Peruzzi, agente dell'OVRA, dopo l'arresto di Curiel. Vi si legge infatti: "L'abilit del Curiel giunse al punto da provocare un incontro a Roma con l'on. Cianetti, per una conversazione su problemi sindacali". (ACS, CPC, fasc. 1132 intestato a Eugenio Curiel).
(126) Il B, a. IV, n. 3, 5 febbraio 1938. Il titolo reca l'occhiello "Invito ai giovani".
(127) Il B, a. IV, n. 4, 19 febbraio 1938.
(128) Vedi Salario o partecipazione? a p. 141 (p. 220 in questa edizione elettronica).
(129) Il B, a. IV, n. 4, 19 febbraio 1938.
(130) Corporativismo e GUF di Enzo-Fileno Carabba in La Rivoluzione fascista, del 6 febbraio 1938 [nota di E. C.].
 La Rivoluzione fascista, foglio d'ordini della federazione dei fasci di combattimento di Siena, ospitava settimanalmente, durante l'anno accademico, una "Pagina del Gruppo universitario fascista".
(131) Il B, a. IV, n. 5, 5 marzo 1938.
(132) La lotta contro il supersfruttamento derivante dal sistema Bedaux fu per molti anni una delle principali rivendicazioni dei comunisti per l'azione di massa contro il fascismo. Cos nella risoluzione approvata dal IV Congresso del Partito comunista d'Italia (Colonia-Dusseldorf, aprile 1931) era contenuta la parola d'ordine: "Per la revisione generale dei cottimi, sotto il controllo degli operai, per la soppressione del sistema Bedaux e di ogni altro simile sistema di sfruttamento forzato dei lavoratori" (Lo Stato operaio, a. V., n. 5, maggio 1931).
(133) Il B, a. IV, n. 6, 19 marzo 1938.
(134) Le truppe naziste entrarono in Austria il 12 marzo 1938, e il 13 veniva proclamata l'annessione.
(135) Il B, a. IV, n. 6, 19 marzo 1938.
(136) Il B, a. IV, n. 6, 19 marzo 1938 ("Rassegna della stampa").
(137) Il B, a. IV, n. 7, 2 aprile 1938.
(138) Il B, a. IV, n. 7, 2 aprile 1938.
(139) Il B, a. IV, n. 7, 2 aprile 1938.
(140) In relazione a questa polemica, Mario Delle Piane (Alla ricerca di un'Italia civile, in Il Ponte, a. XII, n. 6, giugno 1956) ha scritto che in seguito alla pubblicazione, sulla "Pagina" universitaria di La rivoluzione fascista, di un "assai presuntuoso pezzo, dal titolo Corporativismo e GUF sulla condizione dei sindacati, opera di uno studente, certo non di pigro intelletto, ma convintissimo fascista...", Il B (5 marzo) intervenne a sua volta, giustamente ironizzando sulla prosopopea dimostrata dall'autore (cfr. qui a p. 163 [p. 254 in questa edizione elettronica]). La "Pagina" senese (20 marzo) rispose protestando soprattutto per il tono ritenuto poco garbato, di pi, offensivo. Dopo di che il Curiel rispose con l'articolo sopracitato, nel quale  sviluppata la critica all'atteggiamento paternalistico verso le masse lavoratrici, cui si rivendica una posizione non subordinata; e nella "Pagina" (17 aprile) apparve un corsivo, dal tono socialistoide, che plaudiva alla tesi del B (era intitolato Col cappello in mano: che sarebbe stato l'atteggiamento di giusta umilt che i giovani intellettuali avrebbero dovuto avere di fronte ai lavoratori).
 Quel corsivo - continua Delle Piane - era firmato: Papanatas. E Papanatas ero io. N era un caso che esso comparisse accanto a un articolo, Parole ai giovani, di uno dei compagni del Curiel, Renato Mieli, che, sotto lo pseudonimo di "Vento" con quello scritto portava anche nel foglio toscano l'incitamento a conoscere il concreto e a prender parte ai problemi del popolo, specialmente avvicinandosi ai sindacati".
(141) Il B, a. IV, n. 8, 23 aprile 1938.
(142) Qualche tempo prima La Voce degli italiani aveva pubblicato, col titolo Il duro tirocinio della giovent italiana, il seguente articolo:
 "Mentre nell'ombra si stava effettuando la preparazione immediata della guerra etiopica, il personaggio pi rappresentativo e pi ufficiale del partito fascista, dopo Mussolini, il segretario generale Starace, lanci il motto "Largo ai giovani!".
 "Gli scrittori di giornali e di riviste a corto di argomenti da trattare, i politicanti e i nuovi ricchi ben decisi a non lasciarsi strappare le cariche e le posizioni personali conquistate, si gettarono in gara di demagogia, su quel motto astutamente lanciato. Chi sosteneva che il diritto di governare lo Stato doveva essere tolto ai "vecchi" ed affidato a quelli che avevano meno di trent'anni; chi andava pi innanzi ed abbassava la quota addirittura al limite dei venti. Si trattava di una sfrontatezza inaudita, in quanto era noto che i pi scalmanati tra i finti difensori dei giovani erano appunto gli arrivati, i "vecchi".
 "Ma i giovani presero sul serio quella parola d'ordine. Nella miseria e nella falsit della vita pubblica italiana, le riviste e i settimanali pubblicati dai giovani erano certamente pi interessanti della solita stampa quotidiana. Vi si notava uno sforzo sincero di approfondire i problemi del paese, non esitandosi a raggiungere delle "punte" che provocavano invariabilmente la soppressione a breve scadenza delle pubblicazioni. Queste erano redatte da giovani intellettuali e in generale da universitari; ma era chiara e sincera la tendenza ad accostarsi con comprensione ai problemi del lavoro, a fraternizzare con la giovent lavoratrice.
 "Venne la guerra d'Etiopia e i giovani scrittori caddero nel laccio: essi videro la guerra come se dovesse segnare l'inizio della loro era, come se essa dovesse spalancare le porte al loro irrompere nella vita piena, promettitrice di avvenire.
 "Ma ben presto lo stesso personaggio che aveva lanciato il motto "Largo ai giovani", gett la maschera, pose gli organi giovanili sotto il suo diretto controllo, priv i giovani di ogni possibilit di manifestare il proprio pensiero. La guerra etiopica, l'intervento in Spagna, l'asse Roma-Berlino, la politica dell'autarchia, il patto "anticomunista" sono il portato di una medesima politica e ad essi si riallaccia direttamente la legge recente sulla creazione della "Giovent italiana del littorio".
 "I giovani passano sotto il controllo diretto e immediato dei "vecchi", il motto "Largo ai giovani!"  sostituito da quello molto pi ortodosso: "credere, obbedire e combattere".
 "Dai 6 ai 21 anni - dice il decreto del 27 ottobre - i giovani di ambo i sessi appartengono alla Giovent italiana del littorio. Essi dovranno cio credere ci che verr fatto loro credere, obbediranno a quelli che avevano ingannevolmente promesso di far loro largo e andranno a morire quando e dove verr loro ordinato. Il compito preminente indicato dall'articolo 5 del decreto  la "preparazione spirituale".  inteso che si tratta della preparazione pi adatta per adempiere ai tre suddetti compiti, quella che verr indicata dall'oligarchia di finanzieri e capi politici intimamente legati, che governa oggi il paese.
 La giovent intellettuale, alla quale venne data per poco la possibilit di manifestarsi in parte e di esprimere tendenze comuni a tutta la giovent, di fronte ai disinganni subiti, di fronte alle manifestazioni nettamente ed apertamente reazionarie, ed antinazionali dell'oligarchia al potere, si accosta maggiormente alla giovent lavoratrice, a cui l'iniquo sfruttamento e l'immediato bisogno ispirano il sentimento della necessit della lotta per il pane, la pace e la libert.
 "Cos, attraverso questo duro tirocinio, si viene realizzando quell'unione popolare di tutta la giovent, che sola potr permettere ai giovani di farsi largo verso l'avvenire, nel lavoro e nella pace" (La Voce degli italiani, a. I., n. 112, 17 novembre 1937).
(143) Era il governo di Fronte popolare costituito da Lon Blum nel marzo 1938.
(144) Il B, a. IV, n. 8, 23 aprile 1938.
(145) Il B, a. IV, n. 8, 23 aprile 1938.
(146) Il B, a. IV, n. 8, 23 aprile 1938 ("Appunti").
(147) Quindicinale dei gruppi universitari fascisti del Piemonte.
(148) Il B, a. IV, n. 8, 23 aprile 1938 ("Appunti").
(149) Settimanale dell'Unione provinciale dei lavoratori dell'industria di Torino.
(150) Il B, a. IV, n. 8, 23 aprile 1938 ("Appunti").
(151) Il B, a. IV, n. 11, 20 agosto 1938 ("Problemi del sindacato").
(152) Con questo articolo ebbe termine la collaborazione di E.C. a Il B, che nello stesso numero 11 del 20 agosto 1937 pubblicava una nota firmata N.M. (probabilmente il redattore capo Nando Marcassa) per denunciare "l'invasione intellettuale da parte degli ebrei", verificatasi nelle universit; e a dimostrazione che "anche nel nostro Ateneo c' poco da stare allegri in fatto d'insegnanti ebrei", veniva fornito l'elenco dei medesimi, tra cui il prof. Eugenio Curiel, che poco dopo era costretto a lasciare la cattedra.
(153) IF Fondo Tasca. Il rapporto, indirizzato alla direzione del PSI a Parigi, fu inviato a G. Faravelli che ne trasmise copia ad A. Tasca, aggiungendovi a mano lo pseudonimo "Nordio" adottato da Curiel quando cominci a collaborare con il Centro socialista interno, e le parole, tra parentesi: "continuer, speriamo!". Questo e gli altri documenti provenienti dal Fondo Tasca sono stati pubblicati a cura di S. MERLI, La ricostruzione del movimento socialista in Italia e la lotta contro il fascismo dal 1934 alla seconda guerra mondiale, in Annali 1962 dell'Istituto Giangiacomo Feltrinelli, Milano, pp. 800 sgg.
(154) 1, 2, 3 sono indicazioni convenzionali di militanti socialisti.
(155) Lo Stato operaio, a. XII, n. 19, 1 novembre 1938. Pubblicato nella rubrica "La vita italiana" con la seguente presentazione redazionale:
 "Conquistare alla propria ideologia le giovani generazioni, controllarle mediante un sistema organizzativo totalitario, ecco il compito che s' posto il fascismo, si pu dire, dal 1922 in poi.
 "Questo compito parve semplificato dalle leggi speciali del novembre 1926 le quali, sopprimendo l'opposizione legale lasciarono al fascismo campo libero sia per quanto riguarda la propaganda, che non ebbe pi la preoccupazione dell'argomento avversario, sia per quanto riguarda l'organizzazione, che acquist un carattere esclusivo, in quanto organizzazione politica, fino a raggiungere il principio dell'obbligatoriet sancito recentemente dal Gran Consiglio.
 "In sedici anni di fascismo, di cui dodici di totalitarismo, una intera generazione si  formata in quello che viene chiamato il clima fascista. Un'intera generazione cresciuta al di fuori di ogni esperienza diretta delle grandi lotte sociali, isolata dai movimenti e dalle correnti di opinione della giovent degli altri paesi, un'intera generazione a cui il fascismo ha imposto, per cos dire, i propri orizzonti ideali, non dovrebbe tanto facilmente sfuggire al controllo quotidiano delle gerarchie, rivoltarsi contro il dogma fascista e trovare la via della lotta.
 "Eppure a quante manovre non  stato costretto il regime per tentare di mantenere la propria influenza sulle masse giovanili, le quali in tutte le svolte un po' brusche della politica fascista hanno manifestato, nei loro orientamenti, una irrequietezza spesso ben lontana dalle "direttrici di marcia" e dai "canoni della dottrina".
 "Da che parte vengono le difficolt che il fascismo incontra nell'impresa, apparentemente semplice, di far "credere, obbedire, combattere" delle generazioni che conoscono solo il regime fascista?
 "Alcune cronache di vita della giovent italiana, inquadrata, obbligatoriamente, nella GIL risponderanno almeno in parte a questa domanda".
(156) Lo Stato operaio, a. XII, n. 20, 15 novembre 1938. Pubblicato nella rubrica "La vita italiana" con la seguente presentazione redazionale:
 "Un sindacalista fascista di opposizione ci ha mandato questo articolo, assai interessante per le informazioni che d: sulle correnti fasciste che lottano nei sindacati degli operai industriali contro le correnti reazionarie che fanno capo al Cianetti; sui contrasti esistenti fra sindacati e partito fascista nelle questioni essenziali del sindacalismo fascista (autonomia sindacale, attivit contrattuale, questione dei giovani, ecc.) e sui problemi che la classe operaia pone con maggiore urgenza nei sindacati fascisti.
 "Ritorneremo sulle questioni che il nostro corrispondente solleva, giacch esse pongono ai comunisti una serie di problemi generali e pratici. Ma intanto, crediamo necessario sottolineare l'importanza che ha per tutti gli operai antifascisti, l'atteggiamento loro verso quei dirigenti sindacali fascisti di base e intermedii che assumono la difesa di questa o quella rivendicazione operaia, sia essa economica o politica (democrazia sindacale, ecc.), sia essa particolare ad una categoria o a una maestranza o sia essa pi generale. L'unit del fronte della classe operaia contro la miseria, contro la guerra e per la libert esige che questi capi operai fascisti di base o intermedii partecipino alla lotta comune degli operai".
(157) Dopo gli articoli di C. E. Ferri e gli interventi di Dottrina fascista (v. n. a p. 141), la proposta del salario o della remunerazione corporativa fu ripresa calorosamente da gran parte della stampa; e al coro s'un la rivista di R. Rigola, Problemi del lavoro, che nel n. 10, 1 ottobre 1938 pubblic il primo di una serie di articoli su Il superamento del salario. Replic Lo Stato operaio, a. XII, n. 19, 1 novembre 1938, con un articolo non firmato Della "rimunerazione corporativa"; "...Se dei capi sindacali ritornano su questa idea, vuol dire che una molla li spinge verso gli "inesorabili sviluppi corporativi": questa molla  costituita dalla pressione degli operai che chiedono gli aumenti dei salari. E Problemi del lavoro, difendendo il "superamento del salariato" propugnato da Cianetti e compagni, fa credere agli operai che la leggono che si tratta di un affare vantaggioso per essi. La funzione di P.d.L., infatti,  di dare una veste "socialista" alle offensive fasciste contro gli operai... L'articolista di P.d.L. cava fuori la vecchia obbiezione di tutti i riformisti e fascisti, e cio che l'aumento dei salari trascina l'aumento dei prezzi.  vero che i capitalisti, ogni volta che gli operai strappano loro degli aumenti di salario, cercano di rivalersi della diminuzione del profitto subita vendendo le merci al di sopra del loro valore reale, aumentando cio i prezzi. Ma questa operazione  imputabile ai capitalisti, non agli operai, non all'aumento dei salari. Il piano di P.d.L. e dei capi sindacali fascisti, di "legare le sorti dell'operaio alle sorti dell'impresa, per modo che esso riceva una retribuzione alta quando l'impresa prospera e bassa quando c' la crisi",  un piano che sarebbe degno di Cacasenno se non nascondesse lo scopo di avvilire le condizioni degli operai. La "retribuzione", il "salario corporativo", la "rimunerazione", o restano teoricamente le forme monetarie del valore della forza di lavoro che l'operaio ha venduto al padrone, e allora sono niente altro che il salario, pur cambiando di nome..., oppure si riducono a un'operazione che ha lo scopo "di non pagare pi all'operaio il valore della forza di lavoro" da lui venduta al capitalista. Con questi sistemi, l'operaio verrebbe legato alla impresa come la barca al remo... Verrebbe incitato ad intensificare il lavoro, ad aumentare la giornata lavorativa, nella prospettiva di una compartecipazione pi elevata agli utili dell'azienda...".
(158) Lo Stato operaio, a. XII, n. 21, 1 dicembre 1938. Pubblicato nella rubrica "La vita italiana" con la seguente presentazione redazionale:
 "Nel n. 19 della nostra rivista abbiamo pubblicato una cronaca di vita italiana consacrata ad un rapido esame di alcuni problemi che appassionano la giovent del nostro paese, tutta obbligatoriamente inquadrata nelle organizzazioni della Giovent italiana del Littorio. Esame necessariamente molto sommario e limitato, ma che poteva tuttavia dare un'idea delle vie attraverso le quali le aspirazioni dei giovani italiani possono esprimersi e organizzarsi. Altri problemi giovanili, particolarmente connessi al sindacalismo fascista, sono stati sollevati da un nostro corrispondente nell'articolo Correnti e contrasti in seno al sindacalismo fascista (v. Lo Stato operaio, n. 20).
 "Riteniamo non inutile far posto oggi a larghi estratti di una lettera inviataci da un giovane intellettuale di Roma il quale esprime il disagio, il disorientamento, il malcontento che si fanno strada tra gruppi sempre pi numerosi di studenti, di giovani professionisti, di giovani intellettuali in genere, angosciati, e talvolta traviati dall'incertezza del loro avvenire.
 "I nostri lettori converranno che l'insistenza con la quale ritorniamo sui problemi giovanili non  inopportuna: nell'officina, nelle campagne, nei sindacati, nelle scuole, in tutti i campi dell'attivit il fascismo si trova di fronte a una massa imponente di giovani che si domandano quali prospettive di vita e di sviluppo offre loro il regime - quel regime che essi hanno l'incarico di difendere nelle file dell'esercito, della milizia, nelle varie organizzazioni create dalla dittatura per irregimentare gli italiani.
 "I giovani operai, i giovani contadini, spinti da tutte le condizioni della loro vita a prendere istintivamente una posizione di lotta contro i loro sfruttatori e quindi - presto o tardi - contro il regime stesso dello sfruttamento, sono certo pi accessibili alle idee che possono dar loro coscienza dei fini e dei mezzi della loro lotta, a orientarli in modo sicuro.
 "Per gli intellettuali il problema  molto pi arduo, come si vede anche dalla lettera che pubblichiamo. Ma nella nostra azione politica non possiamo astrarre da questo problema, la cui soluzione  una delle condizioni dello sviluppo vittorioso della lotta di liberazione del popolo italiano".
(159) La Voce degli italiani, a. II, n. 298, 22 dicembre 1938. Sopratitolo: Attorno alla visita di Mussolini a Padova. La visita avvenne nel corso di un viaggio attraverso il Veneto, compiuto da Mussolini dal 18 al 26 settembre 1938, con tappa a Padova il 24. La rivista Padova e la sua provincia, a. XIII, n. 1, gennaio 1967, ha pubblicato un articolo di tale E. FRANZIN, Una inchiesta di Eugenio Curiel sui "casoni" nella campagna padovana, in cui si afferma che Curiel avrebbe compiuto, in collaborazione con F. De Marzi (divenuto poi deputato per la Democrazia cristiana nonch presidente del circolo fotografico di Padova), una "inchiesta economico-sociale con documentazione fotografica sui casoni padovani". Ma nell'articolo non si precisa quando n perch l'inchiesta fu condotta: " difficile ricostruire ora, a quasi trent'anni di distanza, gli obbiettivi che si proposero allora, con il loro servizio, Curiel e De Marzi", scrive l'autore, il quale ha preferito invece ricostruire, nel medesimo articolo, l'attivit antifascista di Curiel, tracciandone un quadro stravagante e del tutto inattendibile. Dallo scritto qui riportato, che il Franzin non cita (ed anzi dice che l'inchiesta non riusc "a raggiungere le pagine del giornale previste"), si pu desumere che Curiel si rec nella zona dei casoni poco prima della visita di Mussolini per constatare i risultati dell'opera ricostruttiva del federale di Padova e descriverli nelle pagine della Voce degli italiani.
(160) Il B, a. IV, n. 5, 5 marzo 1938, pubblicava un articolo di F. Guzzinati, La casa del lavoratore, che accennava alla necessit di "eliminare quello sconcio igienico, morale ed estetico costituito dai baraccamenti, dai "casoni" e similia...". L'articolo era seguito da una nota redazionale cos formulata: "Il problema delle case rurali, trattato dal Guzzinati nel suo aspetto generale,  in via di soluzione nella nostra provincia ed i "casoni" cui accenna l'articolista, stanno cadendo sotto l'opera ricostruttiva del nostro federale".
(161) Giustizia e Libert, a. V, n. 2, 14 gennaio 1939.
(162) Nel novembre 1928 fu disposto lo scioglimento della confederazione generale, privando le sei grandi confederazioni sindacali di settore, del diritto di riunirsi e di agire insieme.
(163) L'accusa di riformismo al "metodo della mano tesa" venne mossa da G. E. Modigliani: si veda ad es. l'articolo Alleanza s; ma con le mani libere, in Nuovo Avanti, a. XLII, n. 15, nuova serie, a. IV, n. 15, 10 aprile 1937.
(164) All'articolo di Curiel seguiva questa nota redazionale:
 "L'articolo che pubblichiamo qui  il risultato di una concreta esperienza di lavoro nel campo del sindacalismo fascista. Per questo esce dal vago assoluto nel quale  stata tenuta finora questa questione, a opera di coloro che l'hanno posta all'antifascismo; esso esce, cio, dalle parole generiche e giunge all'indicazione dei ceti, delle ideologie e delle categorie nelle quali si scorge come un primo albore, o in ogni caso, come una predisposizione di coscienza di classe e di coscienza antifascista. Per questo, anche, non dispiace il tono, spesso eccessivamente ottimistico. La fede nel proprio lavoro  condizione primordiale per ogni esperienza.
 "Diremo, con ci, che l'articolo di Ecclesia ci pare tutto convincente? E che contro di esso non valgono in nulla le obbiezioni da noi rivolte a suo tempo contro la politica della "mano tesa" comunista? Non oseremmo affermarlo. Troppi dati mancano, per esempio, per affermare che, "alla pressione delle masse, appoggiate dal funzionariato pi onesto" sono dovuti gli aumenti salariali concessi dopo la guerra etiopica, e che questi (in realt un semplice raggiustamento) erano fuori dei piani del regime, che sapeva di poter utilmente concedere qualche cosa su questo terreno.
 "Ed  forse anche esagerato parlare di assenza di politica economica del regime, che non sarebbe se non l'espressione del grande capitale con totale libert d'iniziativa per questo capitale... In realt, la simbiosi realizzata tra il grande capitale e i fini di una casta politica ha imposto al primo certi vincoli, evidentemente non verso il lavoro e la massa lavoratrice, ma verso i bisogni e le esigenze di questa casta politica. Un nuovo, bench inferiore regime economico, si delinea in fondo all'esperienza fascista.
 Infine, Ecclesia propone una piattaforma politica, che egli afferma essere gi, in sostanza, quella dei migliori dirigenti sindacali: lotta contro l'Asse, politica di pace, democrazia sindacale. Sono, in sostanza, le nostre parole d'ordine: per l'indipendenza del paese; antiimpero; autogoverno. Attorno a esse noi crediamo che sia possibile, non solo nel campo sindacale, ma nel paese, la costituzione di una nuova opposizione antifascista, adeguata al presente. Che esse vadano applicate anche nel campo sindacale, tenendo presenti le particolari predisposizioni di esso, nessun dubbio. Ma il sindacato non , per esse, altro che un campo di propaganda, come ogni altro settore della vita del paese; non vi sono e non ci pare vi possano essere illusioni di convertire il sindacato in strumento di una volont di autogoverno dei lavoratori, se non spezzando lo Stato fascista, e dirigendo verso questo punto centrale la nostra azione. Questo, che abbiamo detto fin da principio, dovrebbe esser detto ancora una volta.
 "Ci pare, infine, che il bisogno di trarre a s l'animo dei non convinti faccia prevalere, nell'esposizione di Ecclesia, il lato astratto della "tesi". Ma questa "tesi" implica un'esperienza, che affiora qua e l nell'articolo. Perch, pur con i debiti riguardi, che sono necessari all'esposizione di un'esperienza che si svolge clandestinamente, e che prosegue e deve proseguire, non darci una pi gran luce su questa esperienza? Noi crediamo che cos, con il contributo di altri compagni, si potrebbe fare del buon lavoro per chiarire maggiormente la posizione di G. e L., quella di Ecclesia e quella di molti tra i migliori antifascisti".
(165) IF Fondo Tasca. Il saggio, dattiloscritto, fu da Curiel consegnato a G. Faravelli che lo trasmise a A. Tasca, accompagnandolo con la seguente lettera:
 Paris, 30-1-39
 "Caro Tasca
 Eccoti l'articolo di C. Come d'accordo verr a trovarti venerd mattina alle ore 10. Salutoni, Joseph" (IF Fondo Tasca).
(166) V. nota a p. 12. [Nota 8 di questa edizione elettronica - Nota per l'edizione Manuzio]
(167) Cfr. P. SECCHIA, L'azione svolta dal partito comunista..., cit., cap. III, pp. 167 sgg.
(168) Nella relazione al III Congresso all'estero del PSI (26-28 giugno 1937), P. Nenni disse che la formula della riconciliazione del popolo italiano era "equivoca e inaccettabile. Essa  stata aspramente criticata anche nel seno del partito comunista. L'equivoco non  nelle intenzioni del partito comunista, ma nella formula in s che lascia sussistere non so quale impressione di compromesso e di embrassons-nous. Riconciliazione con chi? Col fascismo, coi suoi capi, con gli interessi sociali di cui  espressione? Nessuno ci pensa. La lotta col fascismo  una lotta a morte per noi e per i comunisti. Allora riconciliazione col popolo italiano, anche con quelle frazioni del popolo italiano che il fascismo influenza con la sua demagogia nazionalista o che irreggimenta nei sindacati e nei dopolavoro, ecc.?  questo, senza dubbio, che intendono i compagni comunisti. Ma col popolo italiano, anche con le frazioni sopra elencate, noi non abbiamo bisogno di riconciliarci perch non gli abbiamo mai dichiarato la guerra" (Nuovo Avanti, a. XLII, n. 28, nuova serie, anno IV, n. 28, 10 luglio 1937). Per la discussione avvenuta negli organi dirigenti del PCI, dopo la rivoluzione del settembre 1936, vedi P. SPRIANO, Storia del Partito comunista italiano, cit., v. III, pp. 99-101 e 170-172.
(169) Corrente. Periodico quindicinale di letteratura arte politica, a. II, n. 7, 15 aprile 1939.
(170) Corrente, a. II, n. 9, 15 maggio 1939. L'articolo fu scritto assai prima, certamente in aprile, perch ai primi di maggio Curiel era a Ginevra, e rientr in Italia in epoca successiva al 15 maggio.
(171) Nuovo Avanti, a. XLIV, n. 18, Nuova serie, a. VI, n. 18, 13 maggio 1939.
(172)  questa la parte conclusiva dell'articolo al quale Curiel accenna nelle due lettere pi avanti riportate (cfr. pp. 258 e 264 [pp. 403 e 413 in questa edizione elettronica]), e di cui non  stato rintracciato nel Fondo Tasca n altrove il testo completo. Scritto nell'aprile 1939, l'articolo fu inviato da Curiel a G. Faravelli, il quale lo trasmise a Tasca (come risulta da una lettera in data 5 maggio 1939, in cui Faravelli ne chiedeva a Tasca la restituzione). L'ultima parte dello scritto di Curiel venne fatta pubblicare, in riquadro, sul Nuovo Avanti da P. Nenni. Non si  potuto accertare come Nenni entr in possesso dell'articolo: forse lo ricevette da Tasca o da Faravelli, o forse ne ebbe copia dallo stesso Curiel, a Ginevra. Comunque la pubblicazione di quelle parole, con l'indicazione tra parentesi: "da un rapporto dei gruppi socialisti allo interno", suscit un'irritata reazione da parte di Faravelli, il quale scrisse a Nenni la seguente lettera:
 "Caro Nenni,
 "considero la pubblicazione della chiusa dell'articolo di Nordio sul N. A. di oggi una vera slealt, della quale, del resto, tu stesso dovevi aver coscienza, perch, quando m'hai detto che non avresti pubblicato l'articolo di Nordio, m'hai taciuto che ne avresti per pubblicato... quello che ti faceva comodo.
 "Una slealt in quanto detta chiusa non ha senso se non  riferita a tutto quel che precede; in quanto tu la gabelli come pensiero dei "gruppi socialisti" all'interno; mentre sai benissimo (l'hai detto tu ieri sera) che invece  piuttosto l'espressione di un pensiero personale. Una slealt, infine, perch anteriormente non t'eri curato di mettere nella medesima evidenza l'o.d.g. del gruppo di T. contrario alla legione, che ha almeno tanto valore quanto l'opinione personale di Nordio.
 "Io dico che questi sistemi devono una buona volta finire... [segue un richiamo ad altri motivi di contrasto fra Nenni e Tasca-Faravelli].
 "Ho detto che  ora di finirla. La nostra collaborazione la vuoi o non la vuoi? Ma se la vuoi, non devi pretendere di continuare a sfruttare indecentemente la situazione che ti  fatta dal monopolio delle cariche. Collaboratori s; ma non fantocci. Io sono deliberato - se gli sconci pi volte lamentati non sono smessi - a piantare baracca e burattini definitivamente. Il lavoro italiano, poi, lo farai tu.
 "Intanto ti prego nel prossimo N. Avanti di rettificare, informando i lettori che la chiusa di cui sopra non riflette punto il pensiero dei "gruppi" interni. Altrimenti lo far io.
 "Quanto sarebbe stato pi onesto, se avessi atteso la pubblicazione del rapporto di Nordio, che giunger verosimilmente alla stessa conclusione, ma in maniera che i compagni comprendano quel che unit d'azione significa in Italia (e qui ti rinvio a quanto Tasca ha detto ieri sera). Saluti, Joseph" (IF, Fondo Tasca).
(173) IF Fondo Tasca. Curiel scrisse questa lettera mentre si trovava a Ginevra, non essendo riuscito a varcare la frontiera francese. Il destinatario, G. Faravelli, la trasmise a A. Tasca, accompagnandola con la seguente lettera:
 Paris, 11-5-1939
 "Carissimo,
 "ti mando una lettera di Nordio (che poi mi restituirai), alla quale dovresti rispondere prima che egli ritorni. Ma gli devi scrivere subito (scrivi a Gorni).
 "A mio avviso dovresti scrivergli le ottime cose che hai detto ieri sera in direzione... Ciao, Joseph". (IF Fondo Tasca).
 Alcune parti della lettera furono pubblicate sul Nuovo Avanti, a. XLIX, n. 18, Nuova serie, a. VI, n. 6, 27 maggio 1939, ancora col titolo La via da seguire, e con la seguente presentazione: "Sotto questo titolo il N. Avanti del 13 maggio pubblicava la parte finale del rapporto di un gruppo socialista all'interno. Crediamo opportuno integrare la frase pubblicata con dilucidazioni provenienti dal medesimo autore".
(174) Questa lettera venne poi ripetutamente citata nel corso della polemica interna al PSI, tra fautori e avversari dell'unit d'azione coi comunisti. Il Nuovo Avanti, a. XLIV, n. 21, nuova serie, a. VI, n. 21, 3 giugno 1939, pubblicava, col titolo Guardare di pi all'Italia, una lettera siglata "V." in cui era riportato il passo relativo alla legione. Lo stesso numero conteneva anche un articolo L'alleanza antifascista, firmato "Il cronista" (probabilmente G. Faravelli), che in riferimento alle trattative allora avviate per la formazione di una "alleanza antifascista" tra PCI, PSI, GL e repubblicani, affermava che una parte del PSI e il PCI volevano mantenere operante il patto d'unit d'azione, mentre "giellisti e repubblicani esigerebbero la decadenza del patto, preventiva gli uni e successiva gli altri alla stipulazione del nuovo patto a quattro"; e proseguiva: "Un bello spirito potrebbe sostenere che non si pu pretendere di mantenere in vita ci che non  mai esistito, cio un patto d'unit d'azione che (per adoperare l'espressione di un compagno residente in Italia), ha sempre funzionato come binario a senso unico, a senso comunista". La patente travisazione del pensiero di Curiel, che con quella frase aveva affermato il contrario, venne smascherata in seguito alla pubblicazione, sempre sul Nuovo Avanti, n. 24, 24 giugno 1939, di un articolo Alleanza antifascista e unit d'azione, firmato V. Prato, in cui si sosteneva che in Italia l'unit d'azione era una realt operante, e perci "riusciamo poco a comprendere - scriveva V. Prato - il parere del compagno italiano in questione, per poco che questo compagno non si sia arrestato a qualche infelice contatto di intellettuali, ma abbia fatto un diretto lavoro di periferia un po' vasto". Ma all'articolo seguiva un poscritto dello stesso V. Prato, che diceva: "Gi questo articolo era scritto che il compagno "Il cronista" mi ha fornito alcune precisazioni sul suo L'alleanza antifascista del 3 giugno. "Il cronista" mi precisa che quando egli scrisse: "Il patto d'unit d'azione non  mai esistito e (per usare l'espressione di un compagno residente in Italia) ha sempre funzionato come binario a senso unico, cio a senso comunista", egli vuole usare soltanto una "espressione", nel senso letterale della parola, del compagno d'Italia, ma che il giudizio  del "cronista". Ora, io non ho mai dubitato della buona fede del "cronista", compagno ed amico, ma la sua frase mi sembra cos facile ad essere male interpretata, che giudico opportuno riportare l'intero periodo (che gi  apparso sul Nuovo Avanti) da cui "Il cronista" ha staccato la sua "espressione"". Seguiva il passo testuale della lettera di Curiel.
 Anche Lo Stato operaio, a. XIII, n. 11, 15 luglio 1939, in un articolo Ancora sull'unit d'azione tra socialisti e comunisti, citava tutti gli scritti sopra menzionati, facendo rilevare "la deduzione arbitraria ed illecita fatta dal "cronista"", ma attribuendo erroneamente a V. Prato anche l'articolo composto con stralci dalla lettera da Ginevra di E. Curiel, pubblicato il 27 maggio 1939 sul Nuovo Avanti.
(175) IF Fondo Tasca. Trasmessa in copia a A. Tasca da G. Faravelli, con una lettera in data 12 maggio 1939, che cominciava: "Ti mando alcuni estratti di lettere nordiane. Poi ti far leggere altri suoi rapporti di carattere organizzativo..." Seguivano altre questioni, e infine il seguente poscritto: "Nordio mi ha promesso che, previa inchiesta, mi mander una relazione sulla radio. Tu potrai poi presentarla in alto loco".
(176) Nenni ne ha per pubblicato la chiusa sul N. Avanti di questa settimana [annotazione autografa di G. Faravelli]. Vedi p. 256 [p. 401 in questa edizione elettronica].
(177) E.C. fu arrestato il 24 giugno 1939 a Trieste, dove era giunto il 21, proveniente dalla Svizzera. Con lui vennero fermati i familiari e trattenuti per tre giorni. Nel fascicolo di polizia a lui intestato esiste il seguente Verbale:
 "L'anno 1939-XVII il giorno 24 del mese di giugno in Trieste noi sottoscritti funzionario, sottufficiale ed agenti di PS abbiamo proceduto - a seguito di predisposto servizio - all'arresto di Curiel Eugenio fu Giulio e di Limentani Lucia nato a Trieste 1'11.12.1912, dottore in fisica-matematica, israelita, celibe, responsabile di attivit antifascista. Perquisizione negativa.
 "Letto, confermato e sottoscritto.
 f.to Donnarumma Domenico, Agente di PS
 Vendramin Alberto, Agente PS
 Vanin Arturo, Brig. PS
 Favassi dr. Antonino, Comm. Capo PS."
 (ACS, CPC, fasc. 1132)
 Sulle circostanze che portarono all'arresto, la versione ufficiale, contenuta in un rapporto in data 26 dicembre 1939 dell'ispettore generale di PS Francesco Peruzzi, alto funzionario dell'OVRA,  la seguente:
 "Nei primi mesi del corrente anno, sui giornali dei fuorusciti, che si pubblicavano a Parigi, comparvero velenosi notiziari antifascisti. Tali notiziari, che figuravano spediti da Milano e da altri centri dell'Italia settentrionale, erano firmati a volte "Intelvi", a volte "Nordio"... Le prime indagini svolte per individuare l'autore riuscirono infruttuose; ma, nel maggio scorso, alcune strane coincidenze, richiamarono l'attenzione su un ebreo intellettuale, il prof. Eugenio Curiel..." (ACS, CPC, fase. 1132).
 Dall'esame di tutta la stampa dell'emigrazione antifascista in Francia, risulta con certezza che il solo articolo firmato "Intelvi"  quello apparso in Lo Stato operaio, n. 3-4, marzo-aprile 1937 (qui riportato a p. 27 sgg. [p. 44 in questa edizione elettronica]), mentre non fu mai pubblicato alcuno scritto a firma "Nordio", pseudonimo che E.C. us soltanto nei suoi rapporti di collaborazione col PSI. La versione del Peruzzi  quindi priva d'ogni fondamento e, presumibilmente, fu escogitata per coprire fonti confidenziali. In quanto alle "strane coincidenze" verificatesi nel maggio, si tratta probabilmente del fermo, operato dalla polizia svizzera, di E.C. mentre tentava di varcare clandestinamente la frontiera con la Francia. Non si hanno notizie particolareggiate su questo episodio; si sa soltanto che il fermo si prolung per alcune settimane, dopodich E.C. dovette lasciare la Svizzera; ed  lecito supporre che il suo rientro in Italia sia stato segnalato all'OVRA, la quale (come si pu dedurre da un altro documento incluso nel fascicolo sopra citato) aveva informatori in seno alla polizia elvetica. Ma ne aveva anche negli ambienti dell'emigrazione in Francia e in Svizzera (cfr. P. SPRIANO, Storia del Partito comunista italiano, cit., v. III, pp. 283-284); ed a qualcuno di costoro si riferir E.C. quando, tornato in libert nell'agosto 1943, dir ad un compagno che la sua "caduta" in Svizzera fu provocata dalla delazione di una spia (testimonianza di Tono Zancanaro. Cfr. anche Classi e generazioni..., cit., p. XLVIII).
 Si pubblica qui una scelta delle lettere inviate da E.C. ai familiari, dal carcere di S. Vittore a Milano, dove fu tradotto il giorno stesso del suo arresto, e poi da Ventotene.
(178) Si riferisce alla morte del padre, avvenuta il 7 maggio 1939. E.C. ne ebbe notizia solo dopo che usc dal carcere in Svizzera.
(179) Le persone nominate in questa e nelle altre lettere sono il fratello Sergio, le sorelle Grazia e Gigliola e la nipotina Luciana (Puck).
(180) Ludovico Limentani (1884-1940), filosofo, allievo di Ardig, per molti anni ordinario di filosofia morale all'universit di Firenze. Autore di numerose opere, tra cui La previsione dei fatti sociali (1907), I presupposti formali dell'indagine etica (1913), ecc.; fu uno dei firmatari del Manifesto degli intellettuali di B. Croce.
(181) Curiel tace ai familiari che il giorno prima aveva subito l'ultimo interrogatorio, come risulta dal Verbale di discolpa qui riportato:
 "L'anno 1940-XVII il giorno 10 gennaio nelle carceri giudiziarie di Milano. Davanti a noi sottoscritto funzionario di PS si  fatto presentare CURIEL dottor Eugenio fu Giulio e di Limentani Lucia, nato a Trieste l'11 dicembre 1912, ivi domiciliato in via Cologna 42, con dimora in questa piazza Aspromonte n. 15 presso Scaffi, ebreo, ex professore di matematica all'Universit di Padova, al quale d'ordine di S.E. il Prefetto, abbiamo contestato le accuse di cui al rapporto n. 0125848 del signor Questore di Milano, accuse consistenti nell'aver svolta attivit diretta a sovvertire gli ordinamenti politici dello Stato.
 "Il Curiel a sua discolpa dichiara:
 "Confermo quanto gi ebbi a dichiarare nel mio precedente interrogatorio reso il giorno 25 giugno 1939 nelle carceri giudiziarie di Milano al V. Questore dott. Tommaso Petrillo, e non ho altro da aggiungere.
 "Letto confermato e sottoscritto.
 f.to Eugenio Curiel
 f.to dr. Ferdinando Pepe Comm. agg. PS"
 (ACS CPC fascicolo intestato a Eugenio Curiel)
(182) Il risultato non era dubbio gi da tempo, poich nel rapporto dell'ispettore generale di PS comm. Peruzzi n. 0887 in data 26 dicembre 1939, diretto al questore di Milano, si legge:
 "...l'On.le Ministero, cui  stata sottoposta la posizione del Curiel, con telegramma del 18 corrente n. 65720/ Pol. Pol. diretto anche a codesta R. Questura, ha ordinato che costui sia assegnato al confino di polizia per anni cinque".
 Dopodich il 13 gennaio 1940 Eugenio Curiel comparve davanti alla Commissione per il confino, riunita per "deliberare", come afferma il documento qui riportato:
 "La Commissione provinciale per l'ammonizione e il confino di polizia composta di:
 1) Sechi comm. Dr. Giacomo - Vice Prefetto
 2) Zuccarello Comm. Avv. Francesco - Procuratore del Re
 3) Amato Comm. Giovanni - Vice Questore
 4) Wact Cav. Uff. Decio - T. Colonnello CC.RR.
 5) Achilli comm. Giuseppe - Console MVSN
 "Letto il rapporto n. 0125842 col quale il Signor Questore denunzia per l'assegnazione al confino di Polizia:
 "CURIEL Dr. Eugenio fu Giulio e di Lucia Limentani nato a Trieste il giorno 11-12-1912 ivi domiciliato in via Cologna, n. 42 con dimora in questa piazza Aspromonte n. 15 presso Scaffi;
 "Letti ed esaminati gli atti allegati alla denuncia e le giustificazioni addotte dall'interessato;
 "Ritenuto che Curiel Eugenio  persona pericolosa per gli ordinamenti politici dello Stato;
 "Visto l'articolo 181 N. 3 Testo Unico delle Leggi di P.S.;
 Delibera
 che Curiel Eugenio sia assegnato al confino di polizia per la durata di anni 5 a decorrere dal giorno del suo arresto.
 "Milano, li 13 gennaio 1940-XVII.
 La commissione: F.ti: Sechi, Zuccarello, Amato, Wact, Achilli".
 (ACS, CPC, fascicolo intestato a Eugenio Curiel).
(183) La decisione fu notificata a Curiel col verbale qui riportato:
 "Regia Questura di Milano
 "L'anno 1940 XVII add 14 del mese di gennaio nelle carceri giudiziarie di Milano.
 "Innanzi al sottoscritto sottufficiale di PS  stato fatto presentare il detenuto CURIEL Eugenio di Giulio e di Limentani Lucia, nato a Trieste il giorno 11 dicembre 1912
 al quale, ai sensi dell'art. 335 Regolamento di PS abbiamo notificato col presente verbale che la Commissione Provinciale, nella seduta di ieri, lo ha assegnato al confino di polizia per la durata di anni cinque avvertendolo che egli contro tale provvedimento pu ricorrere alla Commissione di Appello, che risiede in Roma presso il Ministero dell'Interno, entro dieci giorni dalla odierna notifica dell'ordinanza, di cui copia si consegna nelle sue mani.
 "Letto e sottoscritto
 Eugenio Curiel
 Gerini Generoso V. Brigadiere PS"
 (ACS, CPC, fascicolo intestato a Eugenio Curiel)
(184) N. Bucharin. Traduz. tedesca: Theorie des historischen Materialismus Gemeinverstndtliches Lehrbuch der marxistichen Soziologie, Hamburg, Verlag der Kommunistischen Internationale, 1922.
(185) Non essendo stato rintracciato il manoscritto di E. Curiel, si riporta qui la trascrizione fatta a Ventotene da L. Gasparini, il quale la consegn all'Istituto Gramsci (IG ASR Fondo C), accompagnandola con la seguente nota:
 "A Ventotene avevamo il libro di Nicola Bucharin sul materialismo storico (in traduzione tedesca, credo). Se ne discusse con Curiel. Lo sollecitai a scrivere le osservazioni critiche che mi veniva facendo a voce. Egli scrisse prima il frammento che incomincia con le parole: "Il punto di vista intimamente..." (v. a p. 310 [p. 486 in questa edizione elettronica]). La mia copia porta la data del 29 aprile 1942, giorno in cui probabilmente finii di copiarla. Quindi Curiel deve averlo scritto nel mese di aprile 1942...
 "Gli osservai che lo scritto era di difficile lettura per chi non avesse fatto studi di filosofia. Il compagno Curiel scrisse allora un secondo commento, certamente nel 1942... Rinascita ne ha pubblicato la seconda parte nel supplemento al n. 12, dicembre 1947, pp. 46-48...".
 Gasparini avvertiva inoltre che alcune parole venivano usate convenzionalmente, per evitarne altre che avrebbero potuto provocare il sequestro dello scritto da parte della polizia. Cos "dottrina" sta per "materialismo storico"; "l'Autore"  ovviamente Bucharin; "marxismo", "interpretazione marxista della storia" sono sostituite da altre espressioni pi o meno approssimative, gli, aggettivi "morale", "umano", sono usati in luogo di sociale; "l'aggregato"  "la classe sociale".
(186) A. LABRIOLA, Saggi sul materialismo storico, a cura di V. Gerratana e A. Guerra, Roma, Editori Riuniti, 1964, pp. 222 sgg.
(187) Come ha fatto notare E. Garin, "un uso particolare il Curiel sembra fare, anche se in forma talora estremamente critica, dell'opera di Georges Friedmann, La crise du progrs. Esquisse d'histoire des ides, Paris, Gallimard, 1936, che aveva destato al suo apparire un notevole interesse. Lucien Febvre l'aveva recensita nel '37: "Georges Friedmann, pntrant analyste d'mes individuelles et collectives, de Leibniz et de Spinoza aux servants anonymes de la machine". Pu essere utile ricordare che il Friedmann nel '37 aveva scritto Autour des rformateurs sociaux, in Commune, Paris, 1937, pp. 1097-1107 (a proposito del volume di A. CORNU, A. CUVILLIER, P. LABRENNE, L. PRENANT, A la lumire du marxisme..., Paris, 1937);  del '39 il saggio La Rvolution de 1769 et quelques courants de la pense sociale au XIX sicle, in Revue de philosophie de la France et de l'Entranger, pp. 172-92" (E. GARIN, Eugenio Curiel nella storia dell'antifascismo, cit., n. a p. 14)
(188) Friedmann d un'esemplificazione di queste correnti limitata alla Francia ed al campo pi propriamente ideologico e non politico-sociale. Citer Renan e Renouvier, il prudente spiritualismo di Boutroux, la tagliente critica antideterministica di Poincar [nota di E.C.].
(189) Cfr. Friedmann: "Nello stesso tempo un certo materialismo conquista dell'influenza nella borghesia, soprattutto nella piccola e media: materialismo meccanicistico, semplicistico, la cui espressione filosofica si ha in Buechner e Haeckel. Ideologia piatta in cui ateismo, anticlericalismo e fiducia nel progresso delle scienze si mescolano a dosi variabili. In Francia  sua espressione originale la filosofia di Taine, verso la quale affluiscono le correnti dello scientismo alla maniera di Berthelot" [nota di E.C.].
(190) A proposito di Durkheim - esponente scientista della sociologia francese - Friedmann afferma: "La sua grande idea  di ricercare la natura specifica sui generis dei fatti sociali, studiandoli dall'esterno e trattandoli "come delle cose". Poi si sarebbe potuto agire su di essi. Conoscendo la realt sociale si sarebbe potuto trasformarla nelle istituzioni e nei costumi. Taine e Spencer avevano concepito lo scientismo in una forma pi generale e pi vaga, che si estendeva fino agli estremi orizzonti dell'evoluzione. Durkheim e i suoi collaboratori specificano che si tratta di far progredire l'umanit per mezzo dell'applicazione di metodi positivi ai fatti sociali e morali" [nota di E. C.].
(191) Vedi infatti in Friedmann l'evoluzione di Renan e di Renouvier, la risonanza dell'idea di Poincar. Ricorda la funzione di Ardig e la sua biografia [nota di E. C.].
(192) A. LABRIOLA, Saggi sul materialismo storico, cit., p. 222.
(193) Ricordare il passo dove l'Autore parlando della regolarit dei fenomeni sociali, finisce coll'esclamare: ma se queste regolarit non ci fossero, addio previsione [nota di E. C.].
(194) V. nota a p. 299. [Nota 184 della presente edizione elettronica - annotazione per l'edizione elettronica Manuzio] Parzialmente pubblicato in Rinascita, supplemento al n. 12, 1947 con una presentazione redazionale che avvertiva: "Il frammento del compagno Eugenio Curiel che qui pubblichiamo  stato scritto al confino di Ventotene durante la guerra, forse nel 1942... Trascritto in modo da velare un po' l'argomento di cui si trattava, poich era sempre possibile che la polizia fascista ci ficcasse il naso, lo scritto pu riuscire un po' oscuro in qualche punto... Il lettore attento, tuttavia, trover lo scritto senz'altro intelliggibile. Questo frammento  stato conservato dal compagno Gasparini che riusc a salvare pure qualche altro studio del nostro Curiel.  stato pubblicato la prima volta da Il Comunista, a. I, nn. 9-10, 1946, di Trieste, diretto da Giorgio Iaksetich, con il titolo Discorrendo di filosofia della storia".
(195) Sopra "significato", E. Curiel aveva scritto "senso lato" [nota di L. Gasparini].
(196) In un quaderno manoscritto (IG ASR Fondo C.), Ventotene, 1942-43. Il testo corrisponde solo in parte al riassunto di L. Gasparini pubblicato in Classi e generazioni, cit.
(197) Il testo si apre col paragrafo 4. Manca nel quaderno, come negli appunti di L. Gasparini, qualsiasi cenno a paragrafi precedenti.
(198) CARLO TIVARONI, Storia critica del risorgimento italiano, 9 voll., 1888-97. Su Tivaroni, v. W. MATURI, Interpretazioni del risorgimento, Torino, Einaudi, 1962, pp. 350-376.
(199) La numerazione delle pagine citate dall'opera di Vivante  stata modificata, per riferirla all'edizione pi recente: A. VIVANTE, Irredentismo adriatico, Firenze, Parenti, 1954.
(200) Paragrafo la cui lettura non  necessaria [nota di E. C.].
(201) LABRIOLA, II, 209 [nota di E. C.]. A. LABRIOLA, Saggi sul materialismo storico, cit., p. 127.
(202) Cfr. K. MARX, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Roma, Editori Riuniti, 1964, p. 99.
(203) B. CROCE, Storia d'Europa nel secolo decimonono, Bari, Laterza, 1932, p. 123.
(204) Si tratta del saggio Violenza ed economia nella formazione del nuovo impero tedesco che F. Engels scrisse (ma non port a termine) con l'intenzione di pubblicarlo come appendice ad una edizione separata dei tre capitoli dell'Antidhring sulla Teoria della violenza (Edizioni Rinascita, 1950, pp. 175-205). Il saggio apparve per la prima volta nel 1896 sulla rivista Die Neue Zeit, XIV, 1, a cura di E. Bernstein che gli diede il titolo suddetto. Fu incluso nel v. III dell'edizione francese dell'Antidhring, (Dhring bouleverse la science, Paris, A. Coste, 1931) che - come risulta da un elenco di "Materiale inviato in Italia durante il 1937" a Intelvi (ARCH. PCI, pos. 1442/163) - E. Curiel ricevette dal Centro estero del PCI. (Trad. it.: F. Engels, Violenza ed economia..., Edizioni Rinascita, Roma, 1951.)
(205) B. CROCE, Storia d'Europa..., cit., p. 120.
(206) La lettura di questo paragrafo non  necessaria [nota di E. C.].
(207) B. CROCE, Storia d'Europa..., cit., p. 220.
(208) Sul progressivo arricchirsi della vita politica nazionale di motivi economici, si tenga presente:
 1) le grandi battaglie parlamentari vengono condotte, almeno fino al 1864 sulle questioni dell'accentramento e discentramento (regioni o province: Minghetti, Farini, Jacini - Rattazzi, Spaventa, Ricasoli); quindi si complicano di discussioni sul compimento dell'unit, ma a partire dal '64 s'iniziano quelle discussioni sulla politica finanziaria che impronteranno il periodo 1871-76 e che rimarranno - con la rivoluzione legislativa - caratteristiche della Destra storica;
 2) si tratta di un processo graduale come lo dimostra l'incomprensione di cui  circondata la linea politica del gruppo toscano, il pi evoluto economicamente. (Incomprensione che giunge al grottesco con Bonghi, il quale si lascia giocare dalla commediola inventata dal Peruzzi nel '76.) Era, questo, l'unico gruppo politico che tentasse coerentemente una politica borghese su scala nazionale, ossia che si ponesse l'obiettivo dell'egemonia economica nazionale, svincolandosi - per primo - dalla concezione passiva della difesa della economia regionale e privata e dall'intervento dello Stato centralizzato e dal peso fiscale. A dimostrazione di ci, ricordare l'odio della corte per Ricasoli, l'incongruenza - agli occhi della Destra piemontese e dei democratici - del contegno di Ricasoli, il "fiero barone puritano" che rilascia al Bastogi - dopo lo scandalo delle FFMM (Ferrovie meridionali) - una patente di onorabilit.
(209) Soltanto un obbiettivo provocatorio pu spiegare la paradossale politica di Rattazzi che si conclude due volte con le catastrofi di Aspromonte e di Mentana; a spese di queste catastrofi nazionali si ottiene lo svuotamento del partito di azione. Senza voler decidere se Rattazzi fosse strumento incosciente di una politica reazionaria o se perseguisse egli stesso coerentemente questo obiettivo (come farebbe pensare la sua consumata abilit e i suoi durevoli legami con la Corte) riteniamo che solo questa interpretazione possa soddisfare chi non voglia credere ad una insipienza piramidale della classe dirigente, che per due volte marcia verso l'orlo del precipizio interno e della perdita di prestigio internazionale: soltanto l'importanza dell'obbiettivo pu giustificare un giuoco cos rischioso, non la speranza molto vaga di pescare nel torbido (Rattazzi era d'altra parte l'uomo di Napoleone e quindi perfettamente al corrente delle condizioni della politica francese) [nota di E. C.].
(210)  il capitalista "astinente" di cui ha scritto spesso K. Marx. Cfr. ad es. Il capitale, v. I, cit., pp. 648-655.
(211) IG ASR Fondo C. Il saggio  senza data, ma si trova in un quaderno che contiene altri scritti datati aprile 1943. Un altro quaderno, non datato, ma certamente d'epoca anteriore, contiene diciotto pagine di appunti sullo stesso argomento, poi sviluppati in questo scritto.
(212) L'originale reca un riferimento alla p. 16 del quaderno, corrispondente alla p. 356.
(213) Subordinatamente, sia per le condizioni pi arretrate dei croati d'Istria, sia perch il problema della lotta sociale contro i padroni italiani tende sempre a prevalere sul problema nazionale [nota di E. C.].
(214) Anche tra i popoli jugoslavi, Napoleone oper quale potente fermento di emancipazione e di progresso: il regno illirico fu centro di propulsione di una vita economica e culturale. Il movimento illirico, che deriv da questo primo impulso napoleonico, era caratterizzato dalla lotta che l'aristocrazia, - specie croata, - iniziatasi all'amministrazione ed alla organizzazione militare moderna, combatt contro il predominio magiaro. Di "illirismo"  perci colorita tutta la vita intellettuale slovena fino al 1848 ed  entro di esso ed in polemica con il pi adulto movimento croato che si risvegli la coscienza di una lingua e di una cultura slovena distinta da quella croata.
 Fino al '48 l'illirismo si mantenne essenzialmente sul piano culturale: i nobili croati favoriscono la formazione di una classe media di professionisti e di una cultura che aveva i suoi centri nei castelli feudali.
 Lo sviluppo di questo nazionalismo semifeudale in un ambiente pi evoluto determin lo sbocco di questo movimento nell'azione del bano Jelacic ed il suo concludersi in una funzione reazionaria [nota di E. C.].
 Il bano della Croazia Jelacic, fautore dell'unione degli slavi meridionali, guid i suoi connazionali contro gli ungheresi accorsi ad aiutare Vienna insorta e contribu alla restaurazione dell'assolutismo imperiale, nella speranza di ottenere vantaggi per le nazionalit slave dell'impero.
(215) Vivante (p. 159): "L'ascesa vertiginosa di Trieste, commerciante, precede il risveglio industriale dei centri di lavoro slavi e strappa a furia contadini dalla gleba slava, li attrae nell'emporium Cesiae et Carniolae, li trasforma in operai, in artigiani, in futuri mercanti e proprietari". [nota di E. C.]
(216) L'originale reca un riferimento alla p. 5 del quaderno, qui p. 345.
(217) Bisogna distinguere federalismo storico e federalismo nazionale. Il federalismo storico si basa sui trattati di riunione all'A[ustria] dell'Ungheria e della Boemia, trattati che garantiscono unit amministrativa con particolari forme di autonomia all'Ungheria - in quanto "corona di S. Stefano" (Ungh[eria] prop[riamente] detta pi Croazia pi Slovacchia pi Serbia austr[iaca]) e alla Boemia - in quanto "corona di Venceslao" (Boemia Moravia Slesia). Il federalismo storico ungherese era vitale in quanto l'Ungheria era stata sempre retta dai suoi magnati nell'ossequio al Corpus juris e nell'esercito delle forme dietali; il federalismo storico boemo era, invece, caduto in dimenticanza, in quanto il trattato di riunione all'Austria del 1620, pur garantendo alla Boemia diritti analoghi a quelli della Ungheria, non era stato mai applicato.
 Nella loro azione centralizzatrice gli Asburgo avevano tentato di stroncare i diritti derivanti dal federalismo storico, riuscendovi abbastanza completamente tranne che in Ungheria. La reazione assolutista dopo il '49 (discesa dei Cosacchi in Ungheria), sottoponendo al regime comune l'"Ungheria storica" e dividendo in province a semplice carattere amministrativo tutto l'impero, aveva compiuto l'opera, senza riuscire tuttavia a stabilizzarsi nell'Ungheria propr[iamente] detta.
 Contro questo sforzo centralista si era formato il federalismo nazionale che in parte coincideva con quello storico (Boemia) e in parte gli si contrapponeva (Croazia Slovenia, ecc. che volevano l'autonomia federale contro l'oppressione viennese e magiara).
 Ora, la costituzione del 1860 nell'applicazione federalista, come pure lo schema di Belcredi (1866) (cfr. Vivante 96-97) riconoscevano appunto il federalismo nazionale, appoggiandosi principalmente sui popoli slavi del sud e del nord [nota di E. C.].
(218) Le note sulla politica generale austriaca sono elaborate principalmente sul SEIGNOBOS, Histoire politique de l'Europe contemporaine, che quindi non verr citata [nota di E. C.].
(219) La borghesia in Ungheria sorge dalle attivit commerciali e manifatturiere che iniziate dai magnati liberali come Szchenyi vengono promosse dalla vasta piccola nobilt (400.000 su 2.000.000 di magiari). Soltanto molto pi tardi, le masse contadine ancora schiavizzate daranno il loro contributo alla formazione della nuova Ungheria (cfr. SURRANYI, Un popolo solo) [nota di E.C.]
(220) Cfr. Vivante, p. 146 [nota di E. C.].
(221) Ricorda la Conferenza di Praga e Palacki - v. Vivante p. 146 [nota di E. C.].
(222) Trovo errato parlare di un federalismo nazionale cco opposto a quello storico: il primo fondato sulla polverizzazione del territorio attraverso le Abgrenzungen in distretti tedeschi e cchi, il secondo sulla provincia storica.  evidente che il primo non risolverebbe la questione nazionale per la mancanza di continuit territoriale che  invece elemento essenziale della nazione [nota di E.C.].
(223) Riferendosi all'interregno Hohenwart del 1871, il Vivante dice a p. 104: "lo slavismo austriaco accoglie dovunque con favore il progetto del Hohenwart al cui ministero, per la prima volta in Austria, partecipano anche degli slavi affermatisi tali e non germanizzati" [nota di E.C.].
(224) Fr[ancesco] Gius[eppe] nel messaggio alla deput[azionel triestina - da Vivante, p. 59 [nota di E.C.].
(225) Esenzione che venne intaccata ben presto e che cadde del tutto dopo il 1870 (cfr. Vivante, p. 73) [nota di E.C.]
(226) Cfr. Vivante, p. 97: "Per Trieste, allora pi che mai invocante l'intervento statale in pro' dei suoi traffici, un ritorno alla posizione giuridica della dedizione sarebbe stato disastroso" [nota di E.C.].
(227) Cfr. Vivante p. 105, il quale per tende a darne una spiegazione diversa: avrebbe significato scetticismo e catastrofismo, non soddisfazione. Il catastrofismo sorge pi tardi anche come conseguenza dell'astensionismo. Cfr. lo stesso a p. 107-108 [nota di E.C.].
(228) Hermet capegger l'opposizione al progetto centralista di elezioni dirette (vedi sotto) appoggiando il progetto di costituz[ione] federalista (1871) avrebbe dato alla Dieta triestina competenza "in materia di associazione e riunione, di stampa, di giustizia civile e penale e di tutte le questioni riferenti all'istruz[ione] anche super[iore]" (Vivante, p. 104) [nota di E.C.].
(229) E per questo i liberali triestini - durante il loro appoggio coi federalisti dell'interregno di Hohenwart - precisano che "i deputati non intesero di votare per il ministero, ma soltanto di mostrare che non fanno comunella coi centralisti". Dal Cittadino, citato in Vivante, p. 104 [nota di E.C.].
(230) "Il liberalismo triestino seconda attivamente questa nuova rotta dello Stato e lo stimola ad andare sino in fondo. La "Societ del Progresso", formatasi in quel torno [1868 nota di E.C.] protesta contro il Sillabo ed il Concilio, propugna la soppressione degli ordini monastici, il matrimonio civile, ecc." (Vivante, p. 101). Dimostrazioni al grido di Abbasso il Papa! Abbasso Bach! Viva Giskra! Viva l'Austria! [nota di E.C.].
(231) La coincidenza del sistema elettorale amministrativo e politico cessa nel 1873, quando si stabilisce che le elezioni al Parlamento siano dirette, seppure con circoscrizioni eguali a quelle amministrative. Cos Trieste, citt-provincia, vota secondo due sistemi, per il Consiglio-Dieta e per il Parlamento. Mentre il sistema elettorale politico va sostenendo un'evoluzione verso il suffragio universale, quello amministrativo si mantiene - anche per la pressione delle vecchie oligarchie antidemocratiche, dando la prevalenza alla grande e media borghesia e alla propriet fondiaria. A Trieste, il sistema elett[orale] politico, riformato nel 1884, indebolisce il partito liberale sottraendogli il controllo della piccola borghesia, che deve votare assieme al "territorio" sloveno (cfr. Vivante, p. 107). Cos il partito liberale triestino finisce coll'astenersi dalle elezioni politiche concentrando tutto il suo sforzo nella conquista e nel mantenimento del comune, che la "camorra" liberale terr nelle sue mani fino alla guerra.
 Tuttavia - dopo una pi che ventennale astensione (1873-1897) il partito liberale triestino sar costretto ad uscire dall'astensionismo quando, per la dislocazione del blocco federalista nelle elezioni del 1897 si introduce - colla V curia - il suffragio universale - (cfr. Vivante, pp. 124-125). Attraverso ad essa la pressione slovena diverr un pericolo immediato per la cittadinanza italiana di Trieste, mentre si fanno avanti le forze proletarie. Quell'astensionismo, che aveva giocato a favore dei candidati governativi - eletti colla malcelata connivenza dei liberali - faciliterebbe ormai sloveni e socialisti: quindi la necessit di riprendere la lotta elettorale [nota di E.C.].
(232) Vivante, pp. 10-11 [nota di E. C.].
(233) Manin invier l'indomani della cacciata degli austriaci da Venezia e la proclamazione della Repubblica di S. Marco una missione navale a Pola chiedendo la adesione della flotta. La missione fallisce per la scarsa prontezza che permette a Giulay di intervenire e combattere lo sgretolamento e il passaggio a Venezia dell'ufficialit, in buona parte istriana e veneta (cfr. TREVELYAN, D. Manin e la rivoluz[ione] venez[iana] del '48) [nota di E.C.].
(234) Prima del 1879 sono i Boemi a volere la "nationale Abgrenzung" (delimitazione dei distretti di lingua); dopo sono i tedeschi a richiederla invano alla Dieta boema dominata dai cchi [nota di E. C.].
(235) Cfr. Vivante, nota a p. 107 [nota di E.C.].
(236) A Salcano - per esempio - appena verso il 1870 il comune passa dalle mani dei proprietari italiani a quelle degli sloveni [nota di E.C.].
(237) Tabor = accampamento [nota di E.C.].
(238) Residui di queste usanze si troveranno fin nel dopoguerra: tabor di Basovizza per la difesa dei beni comuni compresi nel comune di Trieste [nota di E.C.].
(239) Per es. Doliach nel goriziano [nota di E.C.].
(240) Cfr. Vivante, p. 153 [nota di E.C.].
(241) Rivendicazione del tabor ai Schnpass (Gorizia). Cfr. Vivante, pp. 153-154 [nota di E.C.].
(242) Di giornali sloveni trovo ricordato - nel 1867 - dal Vivante (p. 146) il Litoraneo [nota di E.C.].
(243) La citalnica di Trieste viene fondata nel 1861 (cfr. Vivante, p. 146) [nota di E.C.].
(244) IG ASR Fondo C. Quaderno manoscritto. Le prime tre parti sono inedite, la quarta  pubblicata in Classi e generazioni, cit.
(245) Ben diversa  la nostra definizione, la non distinzione di tendenza politica e di confessione religiosa vuol indicare l'esistenza di una pi larga piattaforma politica, quella della lotta di classe. Secondo la nostra definizione, nel sindacato combattono per l'egemonia ideologica e quindi organizzativa le diverse correnti politiche della classe operaia: il sindacato avr quindi - come  generale esperienza storica - concreto carattere politico attraverso gli uomini che ne conquistano la direzione [nota di E.C.].
(246) Spontaneo  usato sempre nel senso a noi famigliare di frutto delle condizioni oggettive a s considerate [nota di E.C.].
(247) Joseph Dietzgen (9 dicembre 1828-15 aprile 1888), filosofo tedesco, socialdemocratico, partecip alla rivoluzione del 1848 in Germania. Cfr. anche lo scritto di V. I. LENIN, Nel venticinquesimo anniversario della morte di J. Dietzgen, in Opere complete, cit., v. 19, pp. 63 sgg.
(248) L'ultimo capoverso, dalle parole "Ma nemmeno..."  cancellato nell'originale.
(249) Questo capoverso  stato cancellato da E. Curiel.
(250) K. MARX, Per la critica dell'economia politica, cit., p. 10.
(251) Questa parte iniziale, in una prima stesura cancellata nel manoscritto di Curiel, era cos formulata:
 "La reazione contro la politica riformista dei sindacati assunse, nel primo decennio di questo secolo, due forme prevalenti sul terreno internazionale: la corrente centrista (Kautsky, Bebel, Guesde, ecc.) come restaurazione del m[arxismo], ma senza un'adeguata comprensione delle nuove condizioni economiche e sociali; la corrente sindacalista come revisione antipositivistica e antievoluzionistica del m[arxismo] in funzione di un'ideologia borghese. Perci, mentre il centrismo  una tappa dello sviluppo del prolet[ariato] verso l'ideologia della cl[asse] op[eraia] nell'epoca imperialistica, il sindacalismo  uno strumento dell'influenza borghese - e particolarmente piccolo-borghese - in seno alla classe ooperaia.
 "Alla base di entrambe le correnti stava la nuova volont di lotta del prol[etariato] intern[azionale], che culmina, in relazione alla congiuntura economica, nel biennio 1904-5 e nel biennio 1913-14.
 "Determinato l'elemento positivo del sindacalismo nella sua base di massa, vogliamo analizzare le cause che hanno fatto di questa sana reazione al riformismo l'occasione di influenze ideologiche estranee alla classe operaia".
(252) Segue nel manoscritto il seguente passo, cancellato, i cui concetti saranno ripresi pi avanti:
 "Ed essa influenza gli strati proletari pi arretrati e pi lontani dall'educazione del sindacato socialista, corrispondendo alla mentalit primitiva e violenta di coloro nei quali la lotta di cl[asse] si confonde ancora colla rivolta elementare e sfuma nella jacquerie contadina. Influenza che  facilitata dalla nuova politica sindacale della borghesia e dal dichiararsi di talune aristocrazie operaie. La corrente sindacalista attrarr anche gli strati operai nei quali  ancora viva una mentalit corporativa ed artigiana, li attrarr in una rivolta alla societ moderna simile a quella degli strati medi".
(253) In Italia il movimento sindacalista si aliment altres della reazione degli intellettuali meridionali al monopolio politico del settentrione alleato agli agrari del sud e della reazione liberista delle classi medie contro contro il protezionismo di siderurgici e zuccherieri.
 Trasse il suo aspetto di movimento rivoluzionario dalla partecipazione di massa che la lotta di classe moderna non aveva ancora toccato (specialmente contadini e braccianti delle zone pi arretrate della valle Padana e del sud). Tralign nella tattica transigente dove numeroso era l'artigianato. Rimase movimento ideologico marginale e temporaneo dove preesistevano organizzazioni sindacali a base schiettamente operaia [nota di E. C.].
 L'ultimo capoverso, dalla parola "Trasse...", era originariamente la parte conclusiva dello studio. Poi nel maggio 1943, Curiel aggiunse le pagine che seguono e trasfer in nota il passo indicato.
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...
FINE.